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L’uomo più ricco al mondo non è il miglior custode della libertà di espressione

Quali le cause e quali le conseguenze del terremoto che ha scosso (e travolto) Twitter dopo l’acquisto di Elon Musk?

di Oreste Pollicino

(AFP)

4' di lettura

Quali le cause e quali le conseguenze del terremoto che ha scosso (e travolto) Twitter dopo l’acquisto di Elon Musk? Tre notizie, apparentemente slegate, anche se attinenti al caso in questione, possono, se contestualizzate, dare un primo tentativo di risposta.

1 Qualche giorno fa un tweet falso di una casa farmaceutica (Eli Lilly & Company) che produce insulina annuncia (dopo aver ottenuto la spunta blu da 8 dollari che avrebbe dovuto certificare la corrispondenza tra nome utente e identità di chi sta dietro il profilo) che lo stesso farmaco, da ora in poi, sarebbe stato distribuito gratis. Eli Lilly crolla in Borsa.

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2 Il profilo Jesus Christ, da 14 anni su Twitter, come tanti altri fake account, guadagna la sospirata spunta blu e, grazie al meccanismo (ora sospeso) del social network, ottiene l’accertamento di autenticità (e di reincarnazione).

3 Tra i licenziamenti che hanno caratterizzato l’era Musk, ha lasciato Twitter anche Vijaya Gadde, responsabile dell’area legale e della content moderation policy, quell’attività di moderazione dei contenuti a cui negli ultimi tempi Twitter, anche per conformarsi alla normativa digitale europea sulla regolamentazione del digitale, era sempre più attento.

I primi due riferimenti menzionati ci danno una iniziale prospettiva riguardo ad alcune delle conseguenze del nuovo corso. La guerra ai fake account proclamata da Musk si sta rilevando un boomerang (tanto è vero che il servizio di abbonamento che dava diritto alla spunta blu è stato sospeso). I profili falsi sono proliferati, e con questi la disinformazione sul social network, il tutto caratterizzato da una percezione di grande confusione. Al momento è praticamente impossibile distinguere visivamente se un tweet è stato fatto da un account con la spunta blu avuta a seguito di verifica o grazie all’abbonamento Twitter Blue. Ovviamente la risposta della società è stata «di voler perseguire aggressivamente la mistificazione e l’inganno». Ottima intenzione, ma la domanda nasce spontanea. Su quali risorse pensa di contare Twitter (melius, Musk), alla luce dei licenziamenti, specialmente nel settore della moderazione dei contenuti?

Come si ricorderà, si tratta del terzo riferimento da cui si è partiti, fondamentale per indagare le cause (senza cessare di ragionare sulle conseguenze) della nuova stagione di Twitter. Perché licenziare chi fa(ceva) moderazione dei contenuti sul social network, cioè si occupa(va) in linea con gli standard contrattuali di Twitter di evitare che contenuti illegali o semplicemente nocivi possano circolare senza limite?

L’idea del nuovo padrone del social network che, accidentalmente è anche l’uomo più ricco del mondo, è stata espressa dallo stesso Musk. Vuole fare di Twitter la digital agorà del ventunesimo secolo regalando all’umanità uno spazio virtuale in cui ci possa essere un confronto reale, senza censure o limitazioni pregiudiziali.

Idea su cui in teoria non ci sarebbe nulla da obiettare, ma che nella sua applicazione pratica-normativa al caso di specie può sollevare qualche obiezione. Almeno tre.

La prima è legata allo statuto costituzionale della libertà di espressione. Un potenziale ostacolo all’afflato (e alla piazza) globale che avrebbe motivato Musk a prendere il controllo del social network è la circostanza che non esiste una disciplina unitaria e globale della libertà di espressione, perché quest’ultima risente dell’humus storico culturale proprio dell’ordinamento in cui è tutelata.

E, a differenza dell’impostazione statunitense, la libertà di espressione nel Vecchio continente non gode, come negli Stati Uniti, di un status quasi sacrale, in cui le limitazioni sono difficili da giustificare, ma si gioca la partita alla pari con gli altri diritti, e quindi può fare dei passi indietro quando si scontra con valori costituzionali di pari entità come la protezione dei dati personali, la tutela dei minori o l’esigenza di tutelare i cittadini dai discorsi d’odio e dalla disinformazione su internet. Non è un caso che una strategia per limitare tale fenomeno – mentre negli ultimi tempi a Bruxelles ha avuto un’accelerazione – sarebbe inimmaginabile, prima ancora che giuridicamente, culturalmente, a Washington perché per la Corte Suprema «ai sensi del Primo emendamento non può esistere un qualcosa come la disinformazione». D’altronde il concetto di abuso del diritto è un unicum europeo.

La seconda ragione che fa emergere qualche perplessità sull’orientamento bifasico (ciò che legale è ammesso, ciò che è illegale deve essere rimosso) del nuovo proprietario di Twitter consiste nel fatto che il vero tema giuridico dei prossimi anni, e su questo il Digital Services Act è molto chiaro, è quell’area grigia, crescente, di contenuti che non sono illegittimi ma creano un danno sociale sistemico. È il caso, per esempio, della disinformazione che potrebbe riguardare contenuti non diffamatori ma comunque problematici per la tenuta del sistema democratico.

Sono questi i casi in cui entra in gioco il lavoro assai delicato del (fu) team di moderazione dei contenuti. Si tratta di un bilanciamento tra interessi che non può essere operato da un algoritmo, come vorrebbe Musk, ma ha bisogno di persone in carne e ossa.

Vi è una ultima perplessità rispetto all’idea prima enunciata da Musk che forse può svelare gli intenti non solo di natura filantropica di quest’ultimo che, come è noto, possiede un vero impero, di natura non solo economica, grazie a Tesla e SpaceX. Si pensi all’utilizzo dei suoi satelliti Starlink in Ucraina e in Iran. O alla sua preferenza per i repubblicani negli Stati Uniti, testimoniata da un tweet di qualche giorno fa in cui alimentava la tesi complottistica circa l’attacco ai danni del marito di Nancy Pelosi. Il fatto che Musk abbia 112 milioni di follower potrebbe non essere sufficiente a invitarlo a una maggiore prudenza, ma la circostanza di essere il proprietario della piattaforma che vorrebbe ideologicamente neutrale per tutelare la libertà di espressione e il pluralismo gli imporrebbe invece di dismettere o il ruolo di giocatore o quello di arbitro.

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