Sfilate

L’uomo Vuitton sfila a Tokyo: i big, in (video)passerella, continuano a strafare

Dopo le polemiche per appropriazione creativa da parte di Walter Van Beirendonck, arriva una prova di marketing-spettacolo che stordiscono il pubblico

di Angelo Flaccavento

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Dopo le polemiche per appropriazione creativa da parte di Walter Van Beirendonck, arriva una prova di marketing-spettacolo che stordiscono il pubblico


2' di lettura

Dicevano, nello sprofondo primaverile del confino, che la moda avrebbe ritrovato una dimensione più umana, meno sprecona e fanfarona, ma non pare sia cosí. I grandi infatti continuano a fare e strafare, come sempre. Il pubblico, del resto, si direbbe ancora addicted agli stordimenti del marketing-spettacolo. A nemmeno un mese dalla show di Shanghai, con seguito di polemiche per appropriazione creativa da parte di Walter Van Beirendonck, Louis Vuitton sfila di nuovo la collezione uomo, ma a Tokyo.

Sono gli stessi abiti, grossomodo, arrangiati in look tra il pop e il futuristico, con un tocco fosco da gang di strada dei bassifondi nipponici. Per il resto il proliferare di damier e pupazzetti, di spalle insellate e tailoring da mazinga è una reiterazione di quanto già visto. C'è un piano, certamente, dietro una simile scelta, la cui efficacia appare però, dall'esterno, imperscrutabile. Se la moda deve cercare nuovi linguaggi e riaccendere il desiderio, non è questo il modo: la prova ha un che di plumbeo, di stanco. Non si avverte energia.

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Guizza invece, prominente, una sensazione come di risentimento, da parte del direttore creativo Virgil Abloh, che non ha preso bene gli attacchi, giustificati, di Van Beirendonck. La sua difesa, il mese scorso, fu di essersi ispirato non al designer belga ma ad un orsetto monogrammato portato in giro sulla passerella Vuitton da un modello, svariati lustri or sono, in una sfilata a questo punto vintage. Ebbene, il suddetto orsetto ricompare adesso in tutte le salse, a voler ribadire il concetto, con una insistenza martellante che ha un po' la coda di paglia. Nella collezione gli echi dello stile cartoon di Van Beirendonck sono particolarmente evidenti, anche se certo il pubblico di Vuitton è diverso, generalista, meno di nicchia. Altrettanto evidenti gli omaggi a Vivienne Westwood e Kansai Yamamoto. In tal senso, l'ologramma di Abloh che si materializza a fine show, invocando una celebrazione della più libera creatività, è fantasmatica almeno quanto è beffarda. È l'epoca del più sfacciato cinismo, e proprio non si scappa.

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