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L’urgenza di mettere in atto politiche per la genitorialità

L’Italia è agli ultimi posti al mondo per tasso di natalità. Quali sono i rimedi?

di Daniela Fatarella

4' di lettura

Sestultimi al mondo. Secondo la Central Intelligence Agency l’Italia è agli ultimi posti al mondo per tasso di natalità, con sette nati ogni mille abitanti. Dal dopoguerra fino alla metà degli anni 70, il nostro era il Paese che metteva al mondo il maggior numero di figli in Europa occidentale. Oggi siamo scesi a poco più di un terzo delle nascite raggiunte nel picco del baby boom, nel 1964. Un primato che trova conferme nei dati Istat sulla natalità: per la prima volta dall’Unità d’Italia, dunque negli ultimi 160 anni, i nuovi nati nel 2022 in Italia sono scesi sotto i 400mila, per l’esattezza 393mila. Una tendenza sempre in discesa ormai da 15 anni: dal 2008, ultimo anno in cui in Italia si è registrato un aumento delle nascite, il calo è di circa 184mila nati, di cui circa 27mila concentrate dal 2019 in avanti.

Un Paese sempre più vecchio e sempre meno a misura di bambino, in cui il fenomeno della denatalità sta diventando un’inarrestabile emorragia. Ma è veramente inarrestabile? Se andiamo ad analizzare i dati a disposizione emerge come questa diminuzione sia dovuta solo in parte alla spontanea o indotta rinuncia ad avere figli da parte delle coppie. In realtà, tra le cause pesano tanto sia il progressivo invecchiamento della popolazione femminile nell’età convenzionalmente considerata riproduttiva quanto il calo dimensionale. Il numero medio di figli per donna, infatti, torna al livello registrato nel 2020: 1,24. E la diminuzione riguarda sia il Nord che il Centro Italia, dove si registrano valori rispettivamente pari a 1,26 e 1,16 (nel 2021 erano pari a 1,28 e 1,19). Nel Mezzogiorno, invece, si riscontra un lieve aumento, con il numero medio di figli per donna che si attesta a 1,26 (era 1,25 nell’anno precedente). La bassa fecondità nel nostro Paese è frutto naturalmente di molte cause. Dalla carenza dei servizi alla distribuzione dei carichi di cura familiare. E poi, naturalmente, il lavoro: oggi il tasso di occupazione femminile ci dice che a lavorare è poco più di una donna su due (51,3%), cui si aggiunge il divario salariale. Eppure non solo dove le donne lavorano si fanno più figli, ma anche dove la divisione dei ruoli all’interno della famiglia è più equa aumentano le intenzioni di fecondità. Uno dei motivi per cui le donne fanno sempre meno figli è infatti la mancanza di servizi di assistenza adeguati. Un esempio? Sei mamme su dieci non hanno accesso al nido (in più di un caso su quattro è dovuto a carenze del servizio pubblico), fondamentale per chi desidera tornare al lavoro o comunque dedicarsi a un proprio progetto professionale. I pochi bambini che nascono oggi dovrebbero infatti vedere assicurato l’accesso ai servizi educativi per la prima infanzia (ma secondo i dati Istat del 2020, in Italia erano attivi al 31 dicembre solo 350.670 posti negli asili nido, di cui circa la metà – 49% – all’interno di strutture pubbliche, a fronte di 653.487 bambini residenti tra 0 e 2 anni) così come alle cure pediatriche. Eppure sappiamo che questi diritti fondamentali non sono garantiti in tutto il Paese, perché permangono gravissime disuguaglianze territoriali. Accanto ad una solida rete di welfare che accompagni i primi mille giorni di vita di un bambino è necessario un deciso impegno per assicurare alle donne – e in particolare alle mamme – la possibilità di sviluppare il proprio percorso lavorativo, riequilibrando i carichi di cura e trasformando un mondo del lavoro ancora oggi in molti casi ostile. Questo significa sanzionare ogni forma di discriminazione legata alla maternità, incentivare il family audit, promuovere l’applicazione piena della legge sulla parità di retribuzione e rendere effettivi tutti gli interventi sulla parità di genere a partire da quelli previsti nel Pnrr (uno degli obiettivi dichiarati è proprio quello di aggiungere 264mila nuovi posti negli asili nido entro la fine del 2025). La condizione lavorativa delle donne, e in particolare delle madri, nel nostro Paese è dunque ancora ampiamente caratterizzata da instabilità e precarietà, a cui si aggiungono la carenza strutturale di servizi per l’infanzia, a partire dalla rete di asili nido sul territorio, e la mancanza di politiche per la promozione dell’equità nel carico di cura familiare. I provvedimenti approvati negli ultimi anni, pur andando nella giusta direzione, non sono sufficienti sul fronte del sostegno alla genitorialità. In Italia si parla molto della crisi delle nascite ma si dedica poca attenzione alle condizioni concrete di vita delle mamme, le “equilibriste” sulle quali grava la quasi totalità del lavoro di cura. Per sostenere la genitorialità occorre intervenire in modo integrato su più livelli. Occorre potenziare il sostegno economico alle famiglie con minori, a partire da tutte quelle che vivono in condizioni di difficoltà (la povertà assoluta, stabile nel 2021 dopo un balzo significativo nel 2020, interessa il 7,5% delle famiglie), considerando che la nascita di un bambino rappresenta in Italia uno dei principali fattori di impoverimento. Fermare l’emorragia demografica non è impossibile, ma non possiamo più permetterci di perdere altro tempo prezioso. L’Italia è un Paese a rischio futuro, e se è vero che il trend di denatalità non può essere invertito velocemente, è ancor più vero e quanto mai urgente invertire il trend delle politiche a sostegno della genitorialità.

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