Sfilate

L’urgenza di sfilare tra passato e ottimismo

A Milano fino al 28 settembre 159 appuntamenti, tra sfilate, presentazioni ed eventi, equamente divisi tra modalità digitale e fisica, con presenze limitate e rigide regole e protocolli per la sicurezza di tutti

di Angelo Flaccavento

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A Milano fino al 28 settembre 159 appuntamenti, tra sfilate, presentazioni ed eventi, equamente divisi tra modalità digitale e fisica, con presenze limitate e rigide regole e protocolli per la sicurezza di tutti


4' di lettura

Nel suo muoversi e prender forma in costante anticipo, almeno sei mesi in avanti sul calendario, la moda duetta sovente con la più smaccata surrealtà. Oggi che il mondo tutto è un teatrino dell’assurdo, l’effetto è amplificato, rifratto, prismatizzato. Tutte le immagini in questa pagina sono un documento delle sfilate che si sono svolte in Europa tra la fine dello scorso febbraio e i primi di marzo, ovvero un attimo prima, e nel caso di Parigi nel momento stesso in cui l’ondata pandemica colpiva il vecchio continente e da lì il resto dell’orbis terrarum.

Consegne a ritmi da riprogrammare

Sono gli stessi abiti che arrivano nei negozi adesso, un po’ in ritardo sul calendario insensato che fino ad ora ha dominato i ritmi delle consegne (cappotti a luglio, costumi da bagno a gennaio, come imposto dai department store americani che sono però tutti in sofferenza o proprio in bancarotta), ma finalmente in accordo con la meteorologia, come sollecitato accoratamente da più parti, Giorgio Armani in primis. Quel che sei mesi fa era annuncio del futuro prossimo oggi appare come un messaggio lanciato a noi dal passato remoto pre-confino. O forse no?

I prodromi di una estetica dell’ansia - le mascherine e il tribalismo spaziale di Marine Serre, per dire - e la relativa cura in forma vestimentaria - il classicismo sfrangiato e deciso di Prada, ad esempio -, si percepiscono già, in forma embrionale. Lo show finale della stagione, plumbeo alquanto e minaccioso, fu Louis Vuitton, con quel coro scrutatore di figuranti in costume - ben duecento - al posto della quinta scenica: il passato ci guarda, mentre facciamo lo zapping tra le epoche, era il messaggio. Uno spettacolo del genere sarà di nuovo possibile nell’immediato? Lo si vorrebbe.

Quello che manca nello show digitale

Il sistema tutto, però, ha subito un violento colpo dal succedersi di eventi imprevedibili, inopinabili, imperscrutabili e, per molti versi, irrisolvibili. La fashion week che si apre oggi, ma che entra nel pieno domani a Milano, è piena di punti interrogativi, ma anche di slanci ottimisti. Nel rispetto delle norme vigenti, numerose maison hanno optato per lo show in presenza, con pubblico in carne ed ossa. Come mezzo, del resto, la sfilata è ancora insostituibile. I vari esperimenti digitali e i film di luglio scorso non hanno fatto che confermarlo: per essere davvero apprezzati, agli abiti serve movimento. Vanno visti in scala reale, su un corpo, in un ambiente. Altrimenti sono, alla lettera, entità bidimensionali e fantasmatiche che si inseriscono nel flusso esponenziale di immagini che ogni giorno guardiamo sui nostri schermi grandi e mignon, per dimenticarle, satolli e smemorati, un attimo dopo.

I perchè di un’occasione persa

La moda digital è stata una occasione mancata, ecco. Inebriati da questo fantomatico storytelling, storditi dall’urgenza di raccontare per forza qualcosa, i creatori di moda hanno preferito inventare minifilm narrativi, nei quali i vestiti al massimo diventano costumi, che esplorare le possibilità di un medium in verità molto plastico, che consentirebbe zoomate su particolari invisibili a occhio nudo - dalla grana della stoffa al dettaglio di una cucitura - e quindi nuovi modi di fruire la moda. Di questi esperimenti, però, nessuna traccia. C’è stata invece una gran parcellizzazione di eventi digitali nei momenti più disparati, quando per essere letta a tutto tondo la moda esige al contrario una cornice, un calendario definito che crei connessioni e livelli di lettura tra le prove delle diverse maison.

L’estetica dei tempi turbolenti

Tornando all’estetica dell’ansia, gli abiti che sfilarono allora sono finalmente prodotti e disponibili per un pubblico i cui appetiti vanno a questo punto sollecitati con decisione, se è vero che nel momento del confino si è fatto un passo indietro a una condizione di semievoluti cavernicoli con il pigiama o il look mezzo finito - sopra a posto, sotto no - da Zoom call. È l’ansia dei tempi turbolenti e i nostri, anche senza considerare il virus che ha fatto deflagrare ogni scintilla in un incendio, lo sono sotto ogni aspetto. Se letti con il senno di poi - l’interpretazione è sempre un esercizio a posteriori - gli abiti di questa pagina parlano del tempo presente, di questo autunno di suppuranti incertezze, molto più di quanto avremmo potuto immaginare. Che siano rassicuranti nella loro appropriatezza che esalta le curve femminili, come nel caso di Fendi, nella loro purezza allungata e del tutto senza tempo, come per Giorgio Armani, nella loro eleganza avvolgente e obliquamente classica, come per JW Anderson; che siano un invito a dar di matto, come il folleggiare grunge di Marni, oppure uno strumento per proteggersi, opponendo dramma grandguignolesco e spalle aguzze a tragedia, come per Balenciag a, le mode ultime offrono in modi diversi visioni consolatorie, per eccesso o per difetto, per adesione o violento contrasto.

Dalla moda che vedremo a breve in passerella, invece, cosa aspettarsi? Di più dello stesso, forse. Visioni e ispirazioni, di certo. Il buio ansiogeno atterrisce, ma è anche il crogiolo in cui far fermentare, finalmente, le idee.

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