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L’utopia possibile dei distretti sociali può battere la crisi

Quante volte abbiamo usato la parola chiave distretto per spiegare, raccontare, celebrare il nostro capitalismo di territorio

di Aldo Bonomi

(AdobeStock)

3' di lettura

Quante volte abbiamo usato la parola chiave distretto per spiegare, raccontare, celebrare il nostro capitalismo di territorio. Distretto è una metafora potente. Ci ha aiutato, diventando anche letteratura accademica, a spiegare il “volo del calabrone”. Partendo dalle virtù civiche che precedono l’economia e si condensano in comunità operose che abbiamo raccontato e mappato nella piccola e lunga deriva del made in Italy. Le virtù civiche radicate nella storia dei luoghi, più antropologia che sociologia, De Rita le ha raccontate nel loro evolversi dal sommerso a economia distrettuale. Becattini, nel suo scartare di lato rispetto all’annosa polemica sul «piccolo è bello», ha risposto insegnandoci a usare in economia «intimo è bello», scavando nelle reti comunitarie locali che producono comunità distrettuali. Bagnasco, nel suo scomporre e ricomporre i distretti nell’immagine delle Tre Italie del nostro capitalismo, vi ha ricercato e individuato “tracce di comunità”.

Nel mio andare per microcosmi ho cercato di raccontare lo scomporsi e ricomporsi delle imprese in “capitalismo molecolare” e la nuova composizione sociale messa al lavoro sul territorio. Seguendo i tracciati delle economie, anche la parola chiave distretto l’abbiamo seguita nel suo volo da calabrone. I distretti si sono fatti filiera, generando medie imprese leader sino a evolversi in piattaforme produttive agganciate ai flussi della globalizzazione. Diventando, come capita alle parole di successo usate come grimaldello per capire e spiegare, il distretto è diventato spesso una parola polivalente in economia: distretti turistici, distretti della pesca, distretti agricoli, distretti del commercio… Sino ad arrivare a contaminare il marketing non solo della merce made in Italy, ma anche del territorio con i “distretti culturali” evoluti in un racconto di borghi e territori alla ricerca di una rappresentazione, mobilitando risorse e patrimoni storici diffusi nell’Italia dove, ci ricorda Le Goff, sono nati i comuni. Questa gioiosa polisemia proliferante, questa voglia di fare distretto per darsi identità di luogo, indotta dall’economia che mette al lavoro la coscienza di luogo mi pare oggi una “retrotopia” e un discorso interrotto. Seguendo le fredde logiche economiche evolutive dal distretto alla filiera con medie imprese a reti lunghe, ci si ritrova in mezzo alla “globalizzazione a pezzi” del cigno nero della guerra in Ucraina, con i distretti che s’interrogano e cercano nuovi mercati attaccati alla canna del gas russo. Distretti agricoli, turistici e commerciali compresi. Tutti già provati dalla pandemia che li aveva portati a riflettere sulla loro tenuta economica. Riappaiono come metafora urbanistica nel ridisegnare quartieri e forme dell’abitare nelle città in 15 minuti. I due cigni neri della pandemia e della guerra hanno fatto irrompere scenari geopolitici troppo grandi per un distretto. Infatti si guardava e si guarda al Pnrr senza retrotopia economica, ma ai grandi temi della digitalizzazione e della crisi ecologica ed energetica per innovare e cambiare. Ma il codice economico non basta in tempi di crisi sociale, di rottura delle forme di convivenza, di profughi, di aumenti del prezzo del pane, di ridisegno della medicina di territorio… il tutto a fronte della crisi del welfare state.

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Forse è utile tornare agli insegnamenti dei tre maestri che ce li hanno insegnati come distretti economici con una retrotopia, questa sì necessaria, di questi tempi per progettare e fare distretti sociali per attraversare la crisi sociale. Facendo del distretto sociale lo spazio territoriale dove mediare tra prossimità e simultaneità digitale, tra comunità e community. De Rita ha sempre evidenziato le virtù civiche delle famiglie nel passaggio dal sommerso al distretto, Becattini l’importanza della «intimità dei nessi» come funzionale a creare l’utilità sociale dei luoghi e Bagnasco ci invita a cercare «tracce di comunità» necessarie per fare comunità di cura. La pandemia ci ha insegnato a contare sulla famiglia in metamorfosi, sull’intimità dei nessi del riconoscere e riconoscersi nella sofferenza del corpo malato, cercando di fare medicina di territorio e ricostruire al di là dell’economico, tracce di comunità. Sono esperienze e capacitazione depositate nella memoria e coscienza dei luoghi. Da mobilitare per attraversare la crisi sociale in scenari – speriamo di fermarli – da economia di guerra di cui i profughi sono l’avanguardia dolorosa e silente.

Ripartiamo dall’utopia possibile di distretti sociali evoluti in dialogo e in rapporto con le risorse degli enti locali. Sono sempre più scarse, ma indispensabili, come il 5 per mille per il terzo settore che tesse e ritesse valore di legame nella prossimità, mobilitando valore di legame, visibilità per gli invisibili non raggiunti dai codici Ateco. Il welfare state è coperta corta e piena di buchi, un po’ rammendati dal welfare aziendale, ma anche questo non basta. Se non ripartiamo dalle virtù civiche con uno sforzo collettivo per costruire distretti sociali non riusciremo a ridare senso e significato anche economico, alla parola distretto.

bonomi@aaster.it

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