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La banca delle 170mila forme di Parmigiano di montagna

Gema ha investito 13 milioni per il magazzino più grande sopra i 600 metri. L’amministratore delegato: «In 8-10 anni rientreremo dall’investimento»

di Ilaria Vesentini


La banca delle 170mila forme di Parmigiano di montagna

3' di lettura

Una grande struttura bianca di 8.500 metri quadrati, tra il verde chiaro dei prati attorno e il verde scuro dei boschi circostanti, dove i robot si muovono tra 85 chilometri di scalere in legno rosso d’abete e 135mila “lingotti” di latte, che riposano al fresco e in silenzio, lontano dal clamore dei dazi di Trump: è la scena che si presentava a Montese, comune montano modenese, dove Gema Magazzini Generali Spa ha inaugurato l’entrata a regime del nuovo magazzino di custodia e stagionatura del Parmigiano reggiano di montagna.

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Si tratta del primo e più grande magazzino in Italia, sopra i 600 metri di altitudine, per valorizzare la recente declinazione della Dop “prodotto di montagna”, che oggi coinvolge 43 caseifici del Consorzio di tutela e un 20% della produzione annua complessiva del re dei formaggi: più di 700mila forme di Parmigiano reggiano, sui 3,3 milioni totali, vengono oggi prodotte in quota, per un valore al consumo superiore ai 380 milioni di euro, ma un valore inestimabile per la tenuta economica e sociale di ecosistemi fragili come quelli montani.

Costruito nel cuore dell’Appennino modenese, in una conca naturale a 846 metri di altitudine, lo stabilimento «è costato oltre 13 milioni di euro, più di quanto avevamo preventivato, ma sono stati necessari ulteriori interventi di palificazione e sistemazione del terreno, per inserire la struttura in modo armonico, sostenibile e sicuro nel contesto montano», sottolinea Camillo Galaverni, amministratore delegato di Gema Magazzini Generali di Castelnovo di Sotto, nel Reggiano, società partecipata da Banco Bpm, attraverso il Banco San Geminiano e San Prospero.

Con questo intervento l’istituto non solo assicura la continuità della filiera certificata secondo le rigorose regole fissate dal Consorzio del Parmigiano reggiano (in montagna devono pascolare gli animali e qui va anche prodotto il latte e stagionato il formaggio per un minimo di 12 mesi), ma rafforza il suo ruolo di supporto ai casari che lavorano nelle zone montane tra Parma, Reggio Emilia, Modena e Bologna, che possono ottenere fedi di deposito e note di pegno con il deposito delle forme.

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«Contiamo di rientrare dell’investimento nel giro di 8-10 anni, il Parmigiano di montagna inizia ora a muovere i primi passi sul mercato, ma le attese sono alte. Nel giro di un anno siamo già arrivati a 135mila forme di Parmigiano in deposito, ovvero l’80% della capienza totale, che è di 170mila posti forma».

«Abbiamo ulteriormente rafforzato il regolamento Ue 1151 che classifica i prodotti di montagna: la nostra certificazione per il Parmigiano reggiano Dop di montagna richiede almeno 24 mesi di stagionatura in quota. Questo magazzino è fondamentale per la valorizzazione del prodotto, perché fin qui non c’era capacità di stoccaggio nel nostro Appennino, e darà un ulteriore impulso all’apprezzamento di un prodotto di altissima qualità, cui già oggi la grande distribuzione riconosce un sovraprezzo», rimarca il vicepresidente del Consorzio di tutela, Angelo Romagnoli.

Il magazzino, antisismico e ad alta efficienza energetica, è completamente informatizzato e controllato da remoto per garantire il monitoraggio continuo della temperatura (16-18 gradi) e dell’umidità (75-85%). Tredici persone, assunte in loco dopo un percorso di formazione nel quartier generale di Gema (a Castelnovo di Sotto c’è lo storico magazzino con 230mila posti forma) si dividono con macchine e tecnologie il lavoro di prelevare ogni forma dalle scalere, una volta la settimana, per spazzolarle e pulirle.

«Il Parmigiano reggiano è l’eccellenza di una regione che a sua volta primeggia in Europa per il più alto numero di Dop e Igp (44) e noi sosteniamo la produzione qui in montagna, perché non è solo business ma fattore di garanzia per tenere le persone a vivere e a lavorare in Appennino», commenta il presidente dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini.

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