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La Fed ripensa i target per risvegliare l’inflazione

In discussione una strategia inedita e flessibile che consenta di alzare gli obiettivi dal 2% anche oltre il 3% se in anni precedenti i prezzi hanno languito sotto le attese. All’ombra della lezione di Paul Volcker: le scelte indipendenti pagano.

di Marco Valsania

Esclusivo/ Il giorno in cui il sistema finanziario Usa ha rischiato il collasso

In discussione una strategia inedita e flessibile che consenta di alzare gli obiettivi dal 2% anche oltre il 3% se in anni precedenti i prezzi hanno languito sotto le attese. All’ombra della lezione di Paul Volcker: le scelte indipendenti pagano.


4' di lettura

NEW YORK - La coincidenza può sembrare paradossale. È scomparso a 92 anni Paul Volcker, gigante della politica monetaria e finanziaria il cui successo più riconosciuto fu la sofferta e aggressiva vittoria su inflazione galoppante e stagflazione negli anni Ottanta. Mentre dentro la Banca centrale è scattato invece un dibattito caratterizzato dalla preoccupazione opposta: trovare formule per dare maggior slancio a rialzi dei prezzi, rimasti testardamente troppo bassi nonostante i molti anni di espansione.

Ma una lezione di Volcker potrebbe anche qui rimanere rilevante, oggi come ieri: la necessità per la Banca centrale di avere il coraggio di affrontare le sfide difendendo la propria indipendenza e le proprie azioni, anche in un clima politico difficile. A lui, passato sotto presidenti democratici e repubblicani mantenendo una forte vena di autonomia, viene in gran parte attribuita la credibilità conquistata dall’intera Fed in epoca contemporanea.

Una Fed sotto pressione
La Fed ha resistito alle pressioni dell’amministrazione Trump di tagliare più bruscamente il costo del denaro per gonfiare, forse pericolosamente, l’espansione e la Borsa. Ha piuttosto avviato una propria, ragionata revisione degli strumenti di monetary policy - in particolare del target d’inflazione - condotta da mesi in silenzio e lontano dai riflettori. Che non influenza l’ultimo vertice del 2019, il 10 e 11 dicembre. E che dovrebbe concludersi l’anno prossimo, con una decisione che potrebbe però lasciare tracce più durature per le strategie a disposizione della Banca centrale di qualunque immediata scelta o meno sui livelli dei tassi. In gioco è un arricchimento dell’arsenale stesso della Fed, un’altra arma, meno appariscente di manovre dirette sul costo del denaro o del Qe, per aiutare l’economia quando serva.

Nuovi target d’inflazione
Riassumendo l’oggetto della discussione: per garantire sostegno a una crescita che giunta al record del suo undicesimo anno potrebbe avere ancora strada da compiere ma fa i conti con tensioni e ostacoli, la Fed prepara una correzione del suo intero approccio ai target d’inflazione. E se è presto per scommesse precise sull’esito del ripensamento, l’orientamento generale appare volto a introdurre forme di inedita “flessibilità”. Non più un target ideale e statico del 2% nel futuro prossimo, insomma, bensì medie del 2% nell’arco di lassi di tempo. Vale a dire che se l’inflazione è stata a lungo deludente, la Fed potrebbe poi spingerla per un simile periodo oltre il 2%, in modo da compensare con le nuove aspettative le mancanze precedenti.

Formule diverse
È un concetto che è stato già esplicitamente sposato da esponenti del board della Fed. Le formulazioni concrete differiscono, in cerca di quella più praticabile. Lael Brainard propone ad esempio di fissare, quando necessario, un target esplicito sui prezzi superiore al fatidico 2% e anche la sua durata. Preferisce e ritiene più pragmatica una simile soluzione, che definisce meno rigida e assai meglio spiegabile ai mercati e al pubblico, rispetto all’alternativa dell’adozione del concetto generale di target medio del 2% - l’average inflation targeting. A suo avviso questa lascerebbe troppe incertezze sulle politiche necessarie a mantenerlo. Le pare insomma più chiaro e percorribile parlare di un’inflazione al 2,5% (e forse al 3%) per i prossimi anni dopo l’1,5%-2% del passato quinquennio, che non promettere di raggiungere una media del 2% nel tempo.

Da simmetria a flessibilità
L’obiettivo di una simile riforma, comunque, è per tutti fare un passo in più rispetto all’attuale target d’inflazione “simmetrico” del 2%, adottato nel 2012. E che con la qualificazione simmetrica gia’ suggerisce in realta’ margini di oscillazione. Il nuovo passo vorrebbe consentire di stimolare meglio, grazie alla inedita’ flessibilità di target, le future aspettative inflazionistiche. Che finora, in questa ripresa ormai record per longevita’, sono parse invece sottotono.

Il make-up di Powell
Il chairman stesso della Fed, Jerome Powell, ha battezzato simili ipotesi come una strategia di “make-up”, di recupero, dell’inflazione. E indubbiamente rappresenterebbero la svolta concettuale più significativa, appunto, dall’inflation targeting del 2% sette anno or sono. Un cambiamento tale che non mancano i dubbi. C’è chi teme che una volta avviata, l’inflazione si avviti su se stessa e diventi arduo arrestarla; sfugga al controllo e costringa poi la Fed a innescare strette fino al 7% nei tassi. Tornando a Volcker: per combattere spirali dei prezzi del 14,5% negli anni Ottanta, allora esacerbate da precedenti shock petroliferi, dovette far salire, con una combinazione di misure, i tassi al 20% e assistere a due recessioni in quattro anni, pagando il “prezzo” di diventare uno dei chairman all’epoca più impopolari della storia.

Le resistenze
Il responsabile della sede di Dallas della Fed, Robert Kaplan, cogliendo le perplessità ha suggerito più modestamente un periodo da considerare, per calcolare la media dell’inflazione, superiore ali attuali 12 mesi. Ha poi precisato di non essere pronto a sbilanciarsi su “quale corso d’azione prendere sulla base di quel calcolo”. E ha continuato indicando di “non voler prendere impegni ora su come agiremo in futuro sull’inflazione”. Riflesso delle incertezze, nel meeting Fed di settembre sono state ad esempio discusse due opzioni: creare una fascia di oscillazione attorno al 2% di inflazione oppure la scelta di un target medio nel tempo. Il governatore delle sede di Richmond, Thomas Barkin, ha detto di “essere nervoso” davanti al dibattito, per il rischio di “eccessivi ritocchi a caccia di risultati” tutti da verificare.

Evoluzione o rivoluzione
Il vice-charman della Fed Richard Clarida, che guida la revisione strategica, ha da parte sua descritto il tutto con prudenza. Ha definito l’attuale quadro di strategie nel quale si muove la Banca centrale come già “adattabile” a sufficienza per rispettare gli obiettivi di inflazione. E parlato al più di una “evoluzione”, non di “rivoluzione”, quando si tratta di ripensamenti del target. La Fed ha oltretutto una tradizione di lenta innovazione, ad esempio arrivando buon ultima, dopo vent’anni di considerazione, nell’adozione del target attuale d’inflazione del 2%, prima a porte chiuse e poi allo scoperto. Mancano inoltre esempi altrove di nuovi obiettivi “medi” di inflazione nel tempo, con l’eccezione dell’Australia. Anche tra gli analisti, la cautela è così almeno per il momento d’obbligo: la revisione della politica monetaria, ha affermato Citigroup, «probabilmente porterà a una debole forma di targeting di inflazione media, con scarse implicazioni per le decisioni effettive». Un dibattito serio e calmo sui propri strumenti, distante da pressioni esterne e contingenti, è però la miglior garanzia di decisioni oculate e efficaci. E, forse, un omaggio indiretto a Volcker.

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    Marco ValsaniaGiornalista

    Luogo: New York, Usa

    Lingue parlate: Italiano, Inglese

    Argomenti: Economia, politica americana e internazionale, finanza, lavoro, tecnologia

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