tagliate le previsioni sull’inflazione

La Banca del Giappone: avanti con gli stimoli monetari

di Stefano Carrer


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(REUTERS)

3' di lettura

La Banca del Giappone (BoJ) continua imperterrita nella sua politica monetaria ultraespansiva, approfondendo il solco con le strategie delle principali banche centrali occidentali indirizzate invece verso un irrigidimento (rialzi dei tassi promossi dalla Federal Reserve e dalla Banca d’Inghilterra, riduzione e prossimo stop agli acquisti di bond da parte della Banca centrale europea). Oggi la Boj ha confermato i suoi orientamenti-chiave: tassi negativi di -0,1% su una parte dei depositi in eccesso delle istituzioni finanziarie tenuti presso la sua tesoreria; controllo della curva dei rendimenti per tenere intorno a zero i tassi sui decennali; acquisti massicci di titoli di Stato, Etf e trust immobiliari. E ha sottolineato che terrà i tassi a livelli molto bassi «per un esteso periodo di tempo».

La motivazione della divaricazione con le altre principali banche centrali è sempre la stessa: l’obiettivo di una inflazione al 2% resta lontano, anzi ancora più lontano. La Boj ha rivisto al ribasso le sue stime sull'inflazione “core” per il corrente anno fiscale a +0,9% rispetto alla precedente previsione di +1,1%, e da +1,5% a +1,4% per l'esercizio successivo, pur mostrando di ritenere che l’indice dei prezzi al consumo “aumenterà gradualmente” fino a raggiungere il sospirato target (rinviato già parecchie volte). Leggermente ridotta anche la stima sul Pil al marzo 2019 (da +1,5 a +1,4%).

Ridotte le stime sull’inflazione
In conferenza stampa, alla domanda sulla possibilità che il segretario al Tesoro americano Steven Mnuchin (come ha ventilato) possa cercare di far includere clausole valutarie negli imminenti colloqui commerciali bilaterali tra Usa e Giappone, il governatore della BoJ Haruhiko Kuroda ha solennemente ribadito che «la politica ultraespansiva della BoJ mira a raggiungere il 2% di inflazione, non a influenzare i tassi di cambio». È il refrain sempre cantilenato in Giappone. Ovvio che si tratti di una verità non intera, nel senso che il governo giapponese vede con favore che la politica monetaria contribuisca di fatto a tenere relativamente basso il cambio dello yen. Ovvio anche che questo aspetto non vada esplicitato. Dovrebbe tenere a mente questo punto chi sogna riforme dello statuto della Banca centrale europea che le conferiscano “pieni poteri sul cambio”: a parte le difficoltà di una qualsiasi riforma statutaria, la formalizzazione di uno specifico mandato alla Bce che riguardi il mercato valutario porterebbe immediatamente a una collisione con gli Stati Uniti, che non perderebbero tempo a inserire l’Eurozona nel novero dei “manipolatori” dei cambi.

L'ultimo report del Dipartimento del Tesoro sulle politiche macroeconomiche e valutarie dei partner commerciali (rilasciato il 17 ottobre) continua a includere il Giappone tra i Paesi “monitorati”, al pari di Cina, Svizzera, Corea del Sud, India e Germania (quest'ultima principalmente a causa del suo enorme surplus). In ogni caso, il Tesoro Usa è chiarissimo nel sottolineare che eventuali interventi sul mercato dei cambi (che Tokyo non effettua da quasi sette anni) sarebbero giustificati solo da circostanze veramente eccezionali e con appropriate consultazioni preliminari. Se la Bce dovesse per ipotesi acquisire sul piano statutario pieni poteri sui cambi, insomma, per gli Stati sarebbe poco meno che una dichiarazione di guerra.

Avanti con il Qe, ridimensionato solo di fatto
Va notato che, solo di fatto, la Banca del Giappone ha già ridotto il suo Quantitative easing, nel senso che – dopo la svolta da un focus sull’espansione della base monetaria a uno sul mantenimento dei tassi di mercato sui decennali intorno a zero – ha potuto dimezzare gli acquisti di JGB rispetto al tetto formale (sempre confermato) di 80mila miliardi di yen l’anno: sono bastati meno acquisti per tenere schiacciati i rendimenti a zero.

L’istituto ha annunciato oggi piccoli aggiustamenti (ad esempio sul calendario degli acquisti di titoli fino a 5 anni), confermando poi le modeste variazioni introdotte in estate, finalizzate in sostanza a consentire una escursione dei tassi sui decennali fino allo 0,2% in entrambe le direzioni (prima il margine di tolleranza era di 0,1%). Però la BoJ potrebbe persino accelerare sul Quantitative easing – con ulteriori riduzioni dei tassi, aumento di acquisti di Jgb ed espansione della base monetaria – se le guerre commerciali internazionali o altri fattori dovessero minacciare l’economia: lo ha detto Kuroda, che si tiene strette tutte le munizioni («se servirà un ulteriore allentamento, lo faremo») e ha anche dichiarato non preoccupanti gli effetti collaterali della strategia ultraespansiva (minori profitti per le banche, malfunzionamenti nel mercato dei bond a causa dei troppi acquisti della banca centrale).

I commenti degli analisti sono stati piuttosto univoci: nel Paese che ha inventato il Qe, il Qe resterà ancora in auge per parecchio tempo. Secondo Takuji Aida di SocGen, la Boj manterrà il target zero sui tassi dei decennali fino a fine 2020, anche in relazione al previsto rialzo dell'Iva nell'ottobre 2019. Per Marcel Theliant di Capital Economics, la politica ultraespansiva dei tassi zero andrà oltre il 2020.

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