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La «Banda della 1100» tra i rossi e il noir

Con il suo nuovo romanzo, Gli sciacalli, Alessandro Carlini affronta il tema delicato e controverso della violenza residuale post-25 aprile

di Matteo Bianchi

5' di lettura

Ferrara continua a dimostrarsi una piazza discussa e a dividere l'opinione pubblica: due domeniche fa un manipolo di ragazzini ha reagito alla bocciatura del ddl Zan in Senato e alle manifestazioni per i diritti Lgbt in tutto il paese, magnificando il Duce e la repressione che il Fascismo – secondo le loro gravi lacune storiche – avrebbe messo in atto contro lesbiche e omosessuali, persino «bruciandoli vivi».

Ferrara rimane la città dove c'è chi vuole dedicare una mostra a Italo Balbo e al suo mecenatismo “illuminato”, ignorando che prima di essere un trasvolatore oceanico e un istrionico animatore culturale, fu lo stratega dei massacri squadristi dei braccianti nonché degli incendi alle Camere del lavoro.

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Gli sciacalli

La stessa Ferrara, però, è anche al centro del nuovo romanzo di Alessandro Carlini, Gli sciacalli, edito da Newton Compton, con cui l'autore ha intrapreso di recente un'intensa attività nelle sedi dell'Anpi contro il revisionismo storico di destra, affrontando il tema delicato e controverso della violenza residuale post-25 aprile.

Si tratta di un libro della vendetta e della giustizia, dell'oblio e del ricordo, che affronta il dolore del Dopoguerra per stemperarne le cicatrici insolubili. Carlini si focalizza sui mesi tormentati tra la primavera e l'estate del 1945. Mesi drammatici e al contempo carichi di speranza, quando si gettarono a fatica le basi di un'Italia sulle rovine del nazifascismo, ma dove ancora era forte la “riserva” di violenza liberata dal regime di Mussolini.

Firma dell'Ansa nonché studioso della Resistenza, l'autore ha nutrito la sua ispirazione prendendo il largo da un'inchiesta irrisolta e dal ritrovamento di un memoriale inedito, oltre a una mole di documenti recuperati dagli archivi. Se alla base c'erano i reati in gran parte amnistiati dei banditi della cosiddetta “1100 scura” e le sentenze frastagliate, i dattiloscritti rinvenuti del magistrato Antonio Buono tra il '45 e il '47 hanno svelato particolari fondamentali sulla mentalità dell'epoca.

Il male si rigenera al buio

Ora però non è più tempo di dubbi o domande, ma bisogna calare la mannaia della giustizia. Tagli una testa, un'altra spunta dalla grande idra fascista. Teste di sciacallo si rigenerano in forme diverse, dallo stesso male. Lui cercherà di fermarli finché avrà la forza per farlo. Ricalcando le parole di Piero Calamandrei, Carlini associa il male a un'idra, simbolo usato dai reparti anti-partigiani dei nazisti. Un male che si rigenera da una sorta di peccato originale, da quella che il protagonista chiama «amnesia nazionale» e gli altri amnistia. L'origine greca delle due parole è la medesima: la radice sta nella dimenticanza; ma se la prima implica un atto di negligenza, un vuoto di memoria, la seconda induce a un'indulgenza consapevole, alla grave decisione assunta da Togliatti nel '46 per riappacificare il Paese e che da molti non fu digerita.

«Banda della 1100»

Contro la «banda della 1100», come viene definita dalle forze dell’ordine la Fiat, la «macchina fantasma» utilizzata per gli agguati in lungo e in largo nella provincia, si muove l'alter ego di Buono, il sostituto procuratore Aldo Marano, che è stato catapultato a Ferrara da un borgo dell’Irpinia per affrontare una duplice sfida. Egli deve sì perseguire chi attua con freddezza una serie di crimini efferati – tra i quali la strage di detenuti fascisti avvenuta nel carcere di Ferrara l'8 giugno 1945 – sia, come pubblico ministero, portare alla sbarra gli aguzzini repubblichini della polizia locale che hanno compiuto torture e massacri in città dopo il fatidico 8 settembre. Un compito immane che mette l'uomo di legge di fronte a una prova personale, persino esistenziale, che gli fa scoprire il mondo sommerso degli “sciacalli”, come Marano appella i voltagabbana e i doppiogiochisti, chi è passato da una parte all’altra irridendo ai rimorsi e riuscendo a sopravvivere alla giustizia.

L'uomo e il magistrato

Risponde alla legge, che non dovrebbe aver colore [..] Onorare la verità a ogni costo. L'abito del magistrato è fatto di coraggio e umiltà. Un buon proposito per la teoria, un po' meno per la pratica.Dall'inchiesta di Mani Pulite a oggi il ruolo della magistratura è stato sempre più messo alla gogna, banalizzandone le responsabilità, e accomunando i fallimenti dell'iter legislativo alla corruzione tout-court. Svariati politici, sostenuti da un'opinione pubblica sconsiderata, hanno via via strumentalizzato i singoli processi per riuscire a disinnescarne la gravità. In antitesi al contemporaneo, a numerosi titoli che dagli scaffali minano la fiducia nelle istituzioni dei cittadini italiani, il Marano di Carlini tenta di riportare l'ordine, di difendere legalità e democrazia, sebbene non sia semplice, a causa delle esperienze vissute in prima persona. L'amico e collega Pasquale Corelli (tributo a Pasquale Colagrande, ucciso nell'eccidio fascista del Castello) è stato barbaramente assassinato dai repubblichini con una scarica di mitra. E il profondo desiderio di vendetta che Marano prova verso gli esecutori, lo spinge a collaborare attivamente con la Resistenza locale. Quello che ha visto sotto i propri occhi e ha sofferto, deriva sia dalla testimonianza diretta di Buono, sia dal saggio autobiografico Vostro onore senza onore (1985). Perfino i dialoghi in un misto di italiano e inglese fra Marano e l'ufficiale dell’esercito americano, William Crago (altro personaggio realmente esistito), assegnato all'amministrazione alleata di Ferrara, provengono dai report originali dell’Amg (Allied Military Government), l'autorità anglo-americana che governava sulla penisola appena liberata.

Tra i rossi e il noir

La definizione di “noir” nella letteratura può nascondere limiti e insidie. Gli sciacalli si può inscrivere senza dubbio tra i “romanzi del ritorno”, che hanno avuto modelli illustri nelle opere di Beppe Fenoglio (La paga del sabato), Ignazio Silone (Una manciata di more) e Carlo Cassola (La ragazza di Bube), ma soprattutto in Giorgio Bassani. L'omaggio allo scrittore ferrarese affiora nel personaggio di Clelia Bassi, che fa eco alla Clelia Trotti del racconto Una lapide in via Mazzini. A sua volta Carlini si basa sulla vicenda di Alda Costa, ricostruendo il rapporto tra lei e Buono, allora pretore a Copparo e suo carceriere. Il giudice, che ammirava la determinazione della donna, la aiutò costantemente, procurandole il migliore alloggio possibile, e fungendo addirittura da tramite tra lei e i pochi socialisti ferraresi sopravvissuti e lei. Buono fu l'unico a presenziare al suo funerale il 1 maggio 1944. Carlini, legato alla tradizione locale ma proiettato anche verso modelli americani, su tutti Ellroy e Capote, va oltre l'analisi di un mondo partigiano deluso da una rinascita del Paese promessa, ma non realizzata, e il rifiuto della società “nuova” che sfocia nell'adesione alla criminalità. L'autore descrive una rivolta armata del sé, la sommossa autoreferenziale di una banda criminale formata da falsi partigiani e da infiltrati repubblichini.


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