LE INCHIESTE DI fiume di denaro: TERZA TAPPA - seconda puntata

La banda dell’oro che ruba ai poveri per dare ai ricchi

di Roberto Galullo e Angelo Mincuzzi

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10' di lettura

Torino è tornata a respirare. La filiera della banda dell'oro – dai ricettatori a chi immetteva nuovamente il metallo prezioso sul mercato – è stata smantellata dalla Guardia di Finanza del capoluogo. In appena un anno e mezzo – dall'estate 2015 a gennaio 2017 – la banda dell'oro aveva piazzato 750 chili d'oro per un valore che supera i 25 milioni. «E' un dato parziale – spiega Stefano Lombardi, comandante del Nucleo di polizia tributaria della Gdf di Torino dal 29 luglio 2016 e che ha seguito l'operazione Melchiorre del 14 febbraio di quest'anno – perché si riferisce solo a quanto evidenziato dalle intercettazioni captate».

Così gli spalloni trasportano l'oro illecito

Già, perché seguendo il classico topo d'appartamento, che si rivolge al ricettatore, che si presenta a un compro oro senza scrupoli, che cede l'oro alla fonderia che lo trasforma in lingotti che venivano venduti a grandi società attraverso la fittizia interposizione di una società ungherese, la Gdf con l'indagine delegata dalla Procura di Torino (pm Valerio Longi e Roberto Sparagna) ha spezzato una catena di ricettazione che inondava la piazza di 10/12 chili a settimana. «Ora la rete dei ricettatori in città – aggiunge Filippo Ivan Bixio, comandante del Gruppo tutela mercato capitali del Nucleo di polizia tributaria della Gdf di Torino – è in difficoltà». Tanto per rendere l'idea: due dei presunti ricettatori indagati asseriscono di essere in grado di reperire 5/10 chili di oro a settimana, pronti per alimentare la catena – tutta rigorosamente in nero – della banda dell'oro.

IMPORT PER PROVINCIA

Le importazioni di oreficeria per provincia* nel 2015 in milioni di € e variazione % (*Dal ranking è stata esclusa la voce “Province non specificate e altri stati membri” che nel 2016 figura al quinto posto tra i territori importatori di gioielleria e bigiotteria - Fonte: ISTAT – ATECO 321, I dati 2015 sono revisionati)

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L'operazione Melchiorre condotta anche in collaborazione con le autorità ungheresi e slovene, ha portato all'emissione di misure cautelari personali custodiali nei confronti di 11 persone per i reati di ricettazione e reimpiego, alla perquisizione di altre 9 gravemente indiziate di ricettazione e a un provvedimento di sequestro di beni per complessivi 9 milioni, tra cui quelli intestati a una società ungherese. Per lo più l'oro era provento di furti in appartamento e non è un caso che Torino sia tra le città più colpite dal fenomeno.

Il Censis e l'Istat hanno scattato delle recentissime fotografie. Secondo il Centro studi investimenti sociali, che ha presentato l'ultimo report il 7 febbraio 2015, nel 2014 veniva svaligiata una casa ogni due minuti. Asti, Pavia e proprio Torino erano le province più colpite. In particolare a Torino quell'anno furono denunciati 16.207 furti in casa, con 7 famiglie ogni mille sorprese da irruzioni domiciliari e il bottino era quasi sempre rappresentato da oggetti d'oro.
I dati del Censis testimoniano una presenza consistente di stranieri sulla scena del crimine e l'indagine Melchiorre ne certifica in qualche modo la presenza visto che una buona parte dei ricettatori era di origine sinti.

Il rapporto Istat del 14 dicembre 2016 rafforza un dato di fatto: per i furti in abitazione, gli scippi, i borseggi e le rapine in abitazione, tra il 2010 e il
2015 si è assistito a una forte diminuzione dei tassi in molte province del mezzogiorno, al contrario delle province del centro e del nord che hanno fatto rilevare ingenti aumenti. Se la media italiana è di 17,9 famiglie ogni mille che nel 2014 hanno subito una visita di topi d'appartamento, in Piemonte il dato sale a 22,2, uno dei più alti in assoluto dopo l'Emilia Romagna (31,9 per mille).

Un'occhiata alle foto allegate all'ordinanza di custodia cautelare firmata il 13 ottobre 2016 dal Gip di Torino Elena Rocci nei confronti degli indagati accusati di ricettazione, conferma che Torino. la sua provincia e l'intero Piemonte sono prede facili. Ci sono braccialetti, orecchini e collanine che arrivano da furti in serie nella cintura torinese: Orbassano, Tofarello, Lanzo Torinese, Borgone di Susa, Vigone, Moncalieri, Chieri, Nichelino, Beinasco e via elencando. Ci sono anelli e collane che sono invece il provento di furti a Castelnuovo Don Bosco e Moncalvo (Asti), Saluzzo (Cuneo).

LE MATERIE PRIME Importazioni ed esportazioni di metalli preziosi
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La ragnatela internazionale
Italia, Ungheria e Slovenia sono i Paesi (per ora) coinvolti e la cui interconnessione è stata ricostruita dalla Gdf dopo mesi di indagini, intercettazioni, analisi di flussi finanziari, pedinamenti e strumenti di cooperazione internazionale di polizia – anche tramite il II Reparto del Comando generale del Corpo – che hanno permesso di ricostruire il meccanismo di reimpiego di oro di illecita provenienza. Il punto di partenza era costituito dai ricettatori di oggetti in oro, provenienti da reati contro il patrimonio, che venivano portati in una fonderia di Torino dove i preziosi venivano successivamente fusi e trasformati in verghe aurifere.

Il prodotto trasformato veniva quindi venduto, a quotazioni di mercato, a società nazionali operanti nel settore del commercio di oro, previa interposizione fittizia di una società ungherese, il cui titolare è un cittadino italiano, che intratteneva i rapporti commerciali con le società acquirenti nei confronti delle quali si limitava ad emettere fatture di vendita, ricevendone i relativi pagamenti mediante bonifici internazionali, dalla cui provvista prelevava il denaro contante che consegnava ai reali proprietari dell'oro ceduto alle società nazionali.

In questo modo l'oro, raccolto illecitamente a Torino e mai uscito dal territorio nazionale, risultava venduto da un operatore estero a una società nazionale, mediante un'operazione di acquisto intracomunitaria. La compravendita documentata era fondamentale per il gruppo perché permetteva di far uscire il denaro contante che sarebbe servito per finanziare i successivi acquisti illeciti di oro. Infatti, il denaro ricevuto con bonifico, a fronte della fattura emessa dalla società ungherese, veniva poi prelevato in contanti dai c/c accesi presso istituti di credito ungheresi, portato materialmente a Torino e consegnato ai reali venditori che lo utilizzavano per pagare in nero i fornitori/ricettatori.
A mettere in contatto tra loro i riciclatori è stato un procacciatore d'affari di Arezzo, che ne ha coordinato l'attività e, in una seconda fase dell'operazione, ha favorito l'accreditamento della cartiera ungherese presso un'impresa nazionale leader del settore «che altro non sarebbe – spiega Bixio – che Oro Italia trading, controllata al 100% da Nuova Banca Etruria» (si veda la puntata dell'inchiesta del 3 luglio).

LE QUOTAZIONI

Le quotazioni delle materie prime. Valori in euro/oncia, e variazione %. (Fonte: London Bullion Market e Mattheys)

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L'oro ripulito torna sul mercato
Il guadagno dell'organizzazione si realizzava immettendo nuovamente l'oro ripulito sul mercato ufficiale, vendendolo, con regolari transazioni, a quotazioni di mercato ad altre società nazionali leader del settore.
In definitiva, le indagini hanno permesso di ricostruire un'intera filiera di approvvigionamento di oro procurato illecitamente – come detto circa 750 kg per un valore di oltre 25 milioni – dai ricettatori fino alle società professionali, gettando la luce sull'origine e sulla destinazione del metallo prezioso. È stato infatti possibile anche collegare un 26enne astigiano, fermato nei mesi scorsi con oggetti preziosi ottenuti truffando gli anziani, con l'organizzazione criminale smantellata.

Per la buona riuscita delle indagini è stato fondamentale, trattandosi di reati che hanno visto coinvolte società di altri Paesi dell'Ue, il coordinamento garantito dall'organismo di cooperazione internazionale Eurojust, un coordinamento che deve senza alcun dubbio implementato. L'indagine della Guardia di finanza di Torino non è ancora conclusa e tutto lascia pensare che altri Paesi saranno coinvolti. A partire dalla Svizzera – che rappresenterà la tappa dell'inchiesta del 5 luglio – che non a caso viene citata nelle carte della Procura di Torino. Due soggetti che nulla hanno a che fare con questa indagine ma con un'altra partita nel 2015, fanno infatti riferimento alla possibilità di vendere 8/10 chili di oro a settimana provenienti da una banca di Lugano.

Doppi fondi e pancere
Per trasportare l'oro, la banda non si faceva mancare nulla, a partire dalla classica macchina con doppio fondo. Non veniva usato solo il bracciolo anteriore; in un'automobile gli indagati si erano ingegnati nel modificare la portiera posteriore nella quale era possibile inserire verghe d'oro, che era possibile aprire con una brucola che azionava un piccolo pistone. La banda si era perfino attrezzata per ovattare la struttura e impedire rumori e contraccolpi (si veda il video).

Se la macchina truccata è un classico – nei decenni migliaia di viaggi sono stati effettuati in questo modo e non solo con le auto ma anche con i Tir e dunque è possibile solo intuire la quantità enorme di oro in “nero” che sfugge e che è sfuggita ad ogni sorta di tracciabilità finanziaria, fiscale ed economica – non lo è invece il trucco adottato per pagare gli scambi illeciti.
La Gdf di Torino è riuscita a fotografare il momento in cui un indagato indossa una pancera con la quale trasporta in modo occulto il denaro prelevato da una banca ungherese.

Il Banco metalli cabina di regia
La cabina di regia – secondo investigatori e inquirenti – era il Banco metalli Gianluca Ciancio srl, regolarmente iscritto presso l'albo speciale degli operatori professionali in oro detenuto dalla Banca d'Italia. Iscritto alla Camera di commercio di Torino il 16 aprile 2012 (inizio attività 9 gennaio 2013) con un capitale interamente versato di 120mila euro, reca come ragione sociale la fabbricazione di oggetti di gioielleria e oreficeria in metalli preziosi o rivestiti di metalli preziosi. A differenza dei compro oro – che acquistano oggetti preziosi usati da destinare successivamente al mercato come prodotti usati o come oggetti da rottamare destinati alla fusione – i banchi metalli, una volta raccolto l'oro possono solamente rivenderlo a operatori del settore.

Nell'edificio in Via San Paolo – un palazzina bassa e sorvegliata più di una banca – lavorano gran parte degli 11 dipendenti (il cui costo 2015 è stato di 194.509 euro) e niente lascia supporre che in quella anonima costruzione giri un fatturato di 9,9 milioni e un'utile di 220. 550 euro, secondo quanto certifica l'ultimo bilancio depositato. L'anno precedente. il 2014, la srl aveva chiuso con un fatturato di 22,4 milioni ma l'utile era stato quattro volte inferiore: 50.681 euro.
Secondo l'accusa questa società acquistava sistematicamente, per più volte alla settimana, da persone che agivano totalmente al di fuori di ogni formalità, oggetti preziosi di provenienza furtiva, la cui compravendita veniva regolata esclusivamente in contanti senza l'emissione di alcuna fattura né la redazione di alcuna dichiarazione di vendita. Era la stessa Ciancio srl a trasformare, mediante la fusione, gli oggetti che dunque venivano “rigenerati” in verghe aurifere pronte ad essere commercializzate. Brava la Gdf a indagare anche a seguito di una serie di segnalazioni di operazioni sospette, evidenziate mediante movimentazioni anomale, come ad esempio bonifici verso l'estero per quasi un milione a favore di uno stesso soggetto o prelevamenti in contanti per 400mila euro nell'arco di pochi mesi.

La riforma dei compro oro
Diversi, come abbiamo visto, sono i compro oro, da anni sotto la lente non solo della Guardia di finanza e delle Procure ma anche della politica.
Il 24 maggio il consiglio dei ministri, su proposta del Presidente Paolo Gentiloni e del ministro dell'Economia e delle finanze Pier Carlo Padoan, ha approvato in via definitiva il decreto legislativo che introduce una nuova disciplina per l'attività dei compro oro.
Il decreto delinea una disciplina ad hoc che consente di monitorare il settore e di censirne stabilmente il numero e la tipologia. La finalità è quella di contrastare sempre più efficacemente le attività criminali e i rischi di riciclaggio riconducibili alle attività di compravendita di oro e oggetti preziosi non praticate da operatori professionali.
Finora l'apertura di un esercizio di compro oro non era infatti soggetta ad una regolamentazione specifica, poiché è sufficiente ottenere una licenza per il commercio di oggetti preziosi, mentre al privato che vuole vendere oggetti di valore è sufficiente esibire un documento di identità senza dover certificare la provenienza di tali oggetti.

La nuova normativa, invece, impone ai titolari delle attività di compro oro precisi obblighi finalizzati a garantire la piena tracciabilità della compravendita e permuta di oggetti preziosi e a prevenirne l'utilizzo illecito, compreso il riciclaggio.
Ecco dunque che il decreto prevede l'istituzione di un registro degli operatori compro oro professionali per i quali il possesso della licenza di pubblica sicurezza costituisce requisito indispensabile; l'obbligo per gli operatori professionali in oro, diversi dalle banche, di iscrizione nel
registro per lo svolgimento dell'attività; la previsione di specifici obblighi di identificazione del cliente e di descrizione, anche mediante documentazione fotografica, dell'oggetto prezioso scambiato; la piena tracciabilità delle operazioni di acquisto e vendita dell'oro.
I compro oro sono obbligati a dotarsi di un conto corrente dedicato alle transazioni finanziarie ed è stata infine abbassata da 1.000 a 500 euro la soglia per l'uso del contante per le attività del settore, al fine di garantire la tracciabilità delle transazioni.
Un'altra novità introdotta dal decreto riguarda l'arricchimento del set di informazioni che il compro oro è tenuto ad acquisire e conservare: l'obbligo di annotare l'eventuale cessione dell'oggetto a fonderie e la conservazione di due fotografie dell'oggetto prezioso che viene acquisito.

Parola a Federorafi
Ciò che manca in questa pur importante regolamentazione è ad esempio la diffusa applicazione di una piattaforma digitale ed informatizzata con la registrazione dell'operazione e la sua immediata visualizzazione da parte delle autorità di controllo, come da tempo chiede Federorafi, che rappresenta oltre 500 aziende industriali italiane nel settore , che operano soprattutto nei poli produttivi di Arezzo, Vicenza, Milano, Valenza e Napoli. La Federazione rappresenta pressoché la totalità delle imprese industriali del settore, che danno lavoro a seimila addetti. Queste aziende trasformano in gioielli il 70% dell'oro lavorato in Italia e li esportano in tutto il mondo. I due terzi della produzione orafa italiana, infatti, sono destinati all'esportazione.

Ma non è questa l'unica cosa che Federorafi chiede per rendere ancora più trasparente la filiera industriale dell'oro, come spiega il direttore Stefano De Pascale. «Da anni ci battiamo per una modifica legislativa in materia di Iva – spiega – che permetta l'estensione della inversione contabile, finora praticata solo in rari casi, all'intera filiera orafa, facilitando gli scambi tra i soli operatori e disincentivando l'evasione dell'Iva. Con la nostra proposta ci sarebbe un sistema blindato che non permetterebbe comportamenti illegali da parte di operatori poco affidabili».
Si tratterebbe, in poche parole, di introdurre in Italia il cosiddetto “black box” inglese nel quale è il consumatore finale a pagare l'Iva.
Semmai a preoccupare – più che il “non ancora fatto” – è ciò che non vien più fatto, come ad esempio i controlli sulle campionature d'oro, che spettano alle camere di commercio.

In sostanza le camere di commercio possono effettuare visite ispettive, anche a sorpresa, per prelevare campioni di materie prime, semilavorati ed oggetti finiti in metallo prezioso, già muniti di marchio e pronti per la vendita, per sottoporli a saggio ed accertare l'esattezza del titolo legale/dichiarato (vale a dire, ad esempio, la famosa dicitura 750 che indica la parte di oro puro dell'intera lega; nell'oro 750, detto anche 18 carati, il 750 per mille, o 75%, é composto da oro puro, mentre il restante 250 per mille, o 25%, da altri metalli) o verificare l'esistenza della dotazione di marchi di identificazione; controllare le caratteristiche di autenticità dei marchi e la loro perfetta idoneità all'uso.

«Fino a qualche anno fa – spiega De Pascale – esistevano alcune statistiche al riguardo perché per un certo periodo il ministero dello Sviluppo economico ha contribuito per il 50% alle spese sostenute dalle camere di commercio e in media il 5% dei casi evidenziava la non conformità al titolo dichiarato. Dal 2008 però non c'è stato di fatto più alcun controllo, se non in casi sporadici».
Un esempio può far capire l'importanza dei controlli per l'acquirente finale del prodotto. Se un orefice scorretto vende ad un promesso sposo una fede nuziale spacciata per oro 750 e in realtà si tratta invece di oro 740, il commerciante sleale può guadagnare fino a 3 euro. Beninteso: a grammo.

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