Le società del dopo pandemia

La battaglia contro le disuguaglianze non può attendere

di Emiliano Manfredonia

3' di lettura

Nel rapporto Oxfam sulle diseguaglianze, l’Italia figura come protagonista assoluta. Non solo perché, più di molti altri Paesi, il nostro è tra quelli che in maniera più nitida hanno seguito il trend mondiale di polarizzazione della popolazione tra ricchissimi e (sempre più) poveri. Ma perché, per il macroscopico divario esistente tra i Top 1% e il 20% più povero, si è creato un vero e proprio caso italiano, che ha assunto il nome di “Disuguitalia”.

In questo senso, la pandemia ha agito non tanto come sisma, ma come sismografo di una situazione pericolosamente complicata già prima della diffusione su livello planetario del Covid-19. Non è un caso che le categorie e le fasce d’età più colpite dagli effetti negativi della pandemia sono le stesse che, prima del 2020, figuravano tra quelle più in difficoltà: donne, giovani, lavoratori precari e working poor.

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Si parla proprio per questo di una crisi con natura ed effetti asimmetrici. Se è tanto vero che, a livello sanitario, il Covid-19 ha colpito più duramente le fasce d’età “anziane”, è altrettanto vero che le principali conseguenze socio-economiche riguarderanno più da vicino i giovani.

Del resto, sono proprio i giovani a costituire la fetta principale di quelli che vengono definiti working poor, i “lavoratori poveri”. In termini pratici si tratta di 3 milioni di individui, lavoratori single, che guadagnano meno di 11.500 euro all’anno. E più di un lavoratore su dieci si trova in situazione di povertà, cioè vive in una famiglia con un reddito inferiore al 60% della mediana.

Per converso, si pensi a quanto riportato dall’Economic Policy Institute ad agosto: nel 2020, i compensi degli amministratori delegati nel mondo sono aumentati del 19 per cento. Non solo, il think tank stima che dal 1978 a oggi le retribuzioni dei Ceo siano cresciute del 1.322%, contro il 18% dei lavoratori comuni.

Per guardare oltre l’emergenza e per immaginare un sistema che sia maggiormente inclusivo, solidale e a misura d’uomo, occorre mettere in pratica le parole di Papa Francesco, che invita l’economia a essere al servizio degli uomini, e non viceversa. Occorre senz’altro coraggio, perché per portare avanti l’ordinario sono sufficienti i tecnici; per cambiare prospettiva, al contrario, occorrono uomini e donne della politica. «Quando la società – locale, nazionale o mondiale – abbandona nella periferia una parte di sé, non vi saranno programmi politici, né forze dell’ordine o di intelligence che possano assicurare illimitatamente la tranquillità. Ciò non accade soltanto perché l’inequità provoca la reazione violenta di quanti sono esclusi dal sistema, bensì perché il sistema sociale ed economico è ingiusto alla radice», scrive Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium.

Gli spaventosi proventi di aziende di logistica, rivendita online oppure attive nel settore farmaceutico potrebbero essere una rampa di lancio per tentare di scuotere il sistema dalle fondamenta, portando avanti un’opera di redistribuzione e di vaccinazione globale, per garantire quantomeno l’inalienabile diritto alla salute di ognuno.

La questione è anche squisitamente politica e istituzionale, perché è evidente che la percezione di inutilità, di essere degli “scarti”, che sempre più attanaglia molte persone all’interno delle classi sociali più colpite dalla crisi sociale e sanitaria: non a caso molti parlano di “sindemia”, termine che designa l’insieme di problemi di salute, ambientali, sociali ed economici derivante dalla sinergia fra due e più patologie. Ma se è a una sindemia che ci troviamo davanti, e le condizioni per affermarlo ci sono tutte, allora altrettanto sindemico deve essere il contrasto, non focalizzandosi cioè sulla pur indispensabile risposta sanitaria, di natura farmacologica o meno, ma ampliando lo sguardo all’insieme delle piaghe sanitarie e sociali che travagliano il corpo vivo dell’umanità.

Occorre agire con tempestività e risolutezza per riformare il sistema economico e sociale, risolvendo quelle storture che predatano la pandemia e che quest’ultima ha reso ancor più radicate. Dobbiamo farlo, però, per dare una speranza alle generazioni più giovani, altrimenti condannate a portare sulle proprie spalle il peso di diseguaglianze che hanno avvantaggiato alcuni a scapito di molti.

Alla fine di febbraio, si celebreranno i 120 anni dalla nascita dello scrittore statunitense John Steinbeck, che in Furore, in anni non sospetti, aveva già magistralmente raccontato la profonda ingiustizia di questa nostra economia. «Nell’anima degli affamati i semi del furore sono diventati acini, e gli acini grappoli ormai pronti per la vendemmia». Agiamo prima che queste parole, scritte nel 1939, diventino tristemente attuali.

Presidente Nazionale delle Acli

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