Fisco e imprese

La battaglia tra Stati che si nasconde dietro la global tax

di Franco Debenedetti

(azrisuratmin - stock.adobe.com)

4' di lettura

Penso risalga a dopo la Seconda guerra mondiale la norma fiscale che consente alle multinazionali Usa di detenere gli utili maturati all’estero in sospensione di imposta in un Paese che accetti di farlo: il parcheggio in un paradiso. Allora il sistema era funzionale a incentivare l’espansione geografica delle grandi imprese americane. Non si contano i tentativi di modificare un sistema così distopico: tutti arenati al Congresso. Chi sostiene che le varie Google, Apple, Facebook e Amazon eludono le tasse, riscuote consensi populisti, ma dice una cosa tecnicamente falsa. «Ante hos sex menses male dixisti mihi»: non erano ancora nati quando vennero scritte le leggi di cui fruiscono. La percentuale dei profitti che le multinazionali tengono all’estero è salita dal 30% di 20 anni fa al 60% di oggi. Per scoraggiare lo spostamento di questi utili verso Paesi a tassazione ridotta, la riforma fiscale di Trump introdusse una nuova tassa, con aliquota del 10,5%, a valere sul redditi di ognuna dello loro filiali estere che eccedesse il reddito “normale” forfettariamente definito come il 10% del valore della proprietà tangibile ammortabile: il Global intangible low-taxed income (Gilti).

Nel mondo del “gratuito, perfetto, istantaneo”, dove si disintermediano i rapporti economici e di valore, i Big Tech sono sostanzialmente apolidi. Dove viene creata ricchezza? Dove sono stati fatti gli investimenti e risiede il know-how per realizzare gli algoritmi o dove questi vengono usati? Chi crea ricchezza, chi fornisce i dati o chi li rende utilizzabili? Vendono a clienti di Paesi in cui o non hanno, o hanno in misura minima una stabile organizzazione, e quindi pagano tasse irrisorie. La web tax a cui fanno ricorso molti Paesi dà ricavi modesti e il costo finiscono di pagarlo le imprese locali.

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Grazie al Covid è arrivato il momento di cambiare: per rimediare ai danni della pandemia, governi e banche centrali hanno inondato di denaro i Paesi. Si sono indebitati e ora aspettano che con la ripresa le imprese facciano profitti che, tassati, consentano di rientrare dei debiti contratti. Per le aziende americane Joe Biden vuole riportare al 28%, la tassa che Donald Trump nel 2017 aveva ridotto al 21%: ma mira a una riforma globale, un ambizioso piano in due parti. Primo: redistribuire i diritti di tassare i profitti, in modo che una parte di essi vada al Paese dove si fanno i ricavi, indipendentemente dalla presenza di sedi locali; in cambio eliminando ogni tassa sui servizi (web tax). Secondo: introdurre una tassa globale mondiale del 21%, o almeno superiore al 15%. E su questo il 5 giugno al G7, si è raggiunta una storica intesa.

L’innovazione è riconoscere che l’economia di un Paese dà un contributo alla formazione del profitto che fanno i Big Tech fornendo beni e servizi: i Paesi potranno tassarli sulle vendite annue anziché sulle singole transazioni, come fanno le web tax, di cui sono un sostituto.

E con la tassa globale le imprese non hanno più nessun vantaggio a giocare sui prezzi di trasferimento tra proprie filiali per formare l’utile in un Paese con un regime di tassazione favorevole, come Olanda, Irlanda, Lussemburgo. Se devono pagare il 21% (o il 15%) anche sugli utili parcheggiati in autentici paradisi fiscali, tipo le Cayman, le grandi multinazionali americane potrebbero preferire di rimpatriarli pagando il 28% (che potrebbe diventare il 25%).

Riconoscere che quello che si imputa ai Big Tech, e cioè di «non pagare tasse», è in realtà una battaglia tra Stati per dividersi i profitti digitali, leva ai populisti un argomento errato. E si evita il proliferare delle web tax, più costose da esigere e più dannose agli scambi, perché gli Stati Uniti reagirebbero aumentando le aliquote su altre merci.

Si potrebbe obiettare che in questo modo si riduce la sovranità fiscale, che è alla base del patto democratico tra un Paese e i governi che esso sceglie. Ogni riduzione della concorrenza ha effetti negativi sull’efficienza e la produttività, e questo vale anche per la concorrenza fiscale. Se un Paese ha una pubblica amministrazione efficiente, e offre vantaggi a investimenti stranieri, perché non deve poterlo fare? Se è lecito valorizzare le proprie bellezze naturali e artistiche, spiagge e musei, perché non si può farlo con una tassazione favorevole a ricchi pensionati e a imprese innovative? Questo ha consentito il formarsi di servizi professionali di qualità, efficienti nel dirimere questioni legali.

Queste norme si dovrebbero applicare a tutte le multinazionali, anche quelle che producono beni fisici, purché con un fatturato sopra una certa soglia. Poco credibile che la tassazione unica elimini l’attuale ed elaborato sistema di dazi e quote. E le soglie introducono sempre fastidiose discontinuità. I mercati efficienti valorizzano le differenze, senza che per questo si finisca in una generalizzata race to the bottom. Sarebbe ben strano che questo venisse impedito al mercato dei prodotti digitali a cui chiediamo di “trasformare” le nostre burocrazie.

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