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La battaglia tra i diarchi e i costi per il governo

di Paolo Armaroli


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(REUTERS)

3' di lettura

I nodi, prima o poi, vengono al pettine. Un vero e proprio programma di governo, come quelli che si sono succeduti in tutto l’arco della nostra Repubblica, non c’è mai stato. Il famoso contratto tra due contraenti distanti e distinti tra loro ne ha rappresentato un pallido surrogato che con l’andare del tempo ha mostrato la corda. Matteo Salvini nei sondaggi ha potuto raddoppiare i suffragi conquistati alle ultime politiche perché ha cavalcato argomenti che fanno presa sull’opinione pubblica come l’immigrazione e la sicurezza. Mentre Luigi Di Maio ha proceduto con il passo del gambero perché il suo fiore all’occhiello, cioè il reddito di cittadinanza, ci costa un occhio della testa e non è detto che porti acqua al suo mulino. I soldi a disposizione per un tale impiego si sono ridotti rispetto alle faraoniche promesse della vigilia. Perciò è probabile che alle illusioni seguano delusioni che si rifletteranno negativamente sul bottino elettorale pentastellato.

Di Maio ha capito che se non s’inventa qualcosa, il partito e lui stesso rischieranno grosso. Per lungo tempo sotto scopa di Salvini, un uomo che ha il fiuto di un segugio e alle spalle un partito strutturato che non ha nulla a che vedere con il partito dell’alleato-rivale, Di Maio sta puntando tutte le carte sull’identità della sua formazione politica. Che però è una sorta di Araba fenice: che ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa. Nei Cinque stelle c’è di tutto un po’: un po’ di destra, poco di centro e parecchio di sinistra. Perciò Di Maio gioca a fare lo spirito di contraddizione. Salvini è a favore della Tav? E lui, il Signor No, è contrario. Salvini vuole dare più poteri alle regioni Veneto e Lombardia, in applicazione dell’articolo 116 della Costituzione? E lui nicchia. Salvini è per la Flat tax? E lui obietta che non deve aiutare i ricchi. Salvini dice che splende il sole? E lui, per tigna, apre l’ombrello.

Insomma, abbiamo un governo che rappresenta una rarità nell’orbe terracqueo. Per governare, governa assai poco, vittima com’è dei veti incrociati a turno branditi dai diarchi. In compenso, fa opposizione a tutto campo, rubando il mestiere alle forze politiche che hanno negato la fiducia al ministero in carica e perciò dovrebbero detenerne il monopolio. D’altra parte, non occorre scomodare William Shakespeare per capire che c’è del metodo in questa follia. Se siamo alle comiche finali, è perché le elezioni europee del 26 maggio battono alle porte. E per tutti sarà il momento della verità. I diarchi a questo punto non si accontentano di un voto per sé stessi. No, si battono anche per far perdere l’alleato. Un po’ come al palio di Siena, dove – maledetti toscani – non si corre per vincere ma per sconfiggere il concorrente.

Il capo politico pentastellato ci sta poi prendendo gusto da quando i sondaggi, dopo una serie di insuccessi clamorosi, danno per la prima volta il partito in risalita di un paio di punti. E tutto andrà di male in peggio. Di Maio prenderà a pretesto ogni questione per mettersi di traverso e motivare il proprio elettorato che non ha mai visto di buon occhio l’alleanza con quel castigamatti di Salvini. Il quale dall’inizio della comune avventura, novello re Mida, ha trasformato in voti ogni cosa che poneva all’ordine del giorno. Il guaio è, per dirla con Milton Friedman, che nessun pasto è gratis. Sarà anche vero che i continui litigi hanno contribuito a fare la fortuna di Salvini e adesso danno una boccata d’ossigeno a Di Maio. Ma stanno segando il ramo sul quale sono appollaiati. E un governo in panne per i no dell’uno o dell’altro, adesso è la volta del decreto crescita, alla fine imploderà. Parce sepulto.

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