Danza

La Bayadére alla Scala. Prova di coraggio e orgoglio

Un debutto molto complicato che si è trasformata in un fiero esempio di resilienza artistica dell'intero Ballo

di Silvia Poletti

Agnese Di Clemente e il corpo di ballo (Foto Brescia e Amisano, Teatro alla Scala)

2' di lettura

Non è stata fortunata come l'inaugurazione lirica l'apertura della stagione di danza della Scala di Milano. A differenza del Macbeth verdiano, riuscito ad arrivare in porto senza troppi patemi, l'attesa prima italiana della Bayadére, kolossal petipiano nella versione di Rudolf Nureyev è stata infatti funestata dall'epidemia di Covid che ha letteralmente scombinato calendari e distribuzioni imponendo in corsa e fino all'ultimo giorno una serie interminabile di aggiustamenti. Il che, per un balletto di tale imponenza e difficoltà per l'intero corpo di ballo, non è un affare di poco conto: ne va della sua logica interna, basata proprio sull'idea dell'esposizione di grandi numeri, culminanti nel mirabile Atto delle Ombre, tradizionale celebrazione dell'affiatamento e dello stile lirico-classico del comparto femminile.

Tutte le “file”

In questo l'edizione Nureyev (creata per l'Opéra di Parigi tre mesi prima di spengersi nel gennaio 1993) è particolarmente esigente: in gran parte fedele alla tradizione diretta del capolavoro custodita al Kirov-Mariinskij della sua giovinezza, rispetta il concetto di gerarchia intrinseco nella struttura della coreografia, che impiega appunto tutte le “file” della compagnia a partire dai piccoli allievi dell'accademia.

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Proprio a questo, come si diceva, la rocambolesca messa in scena milanese ha dovuto inevitabilmente rinunciare, in parte vanificando l'effetto grandeur che contraddistingue proprio questa versione ma che, ci auguriamo, verrà recuperato quando finalmente torneremo alla normalità.

Il corpo di ballo (Foto Brescia e Amisano, Teatro alla Scala)

Spirito di Corpo

Tuttavia le rappresentazioni scaligere hanno dimostrato, in fondo, ben altro. Uno spirito di “corpo” se così si può dire, una forza di volontà e una dimostrazione d'orgoglio per i danzatori, che nel giro di sei giorni sono andati in scena sette volte con cambi di cast decisi in emergenza quasi all'ultimo minuto. E hanno dato prova di compattezza e qualità, tenuta e alta professionalità che aiutano a rendere un “corpo di ballo” una vera “compagnia”. Significa che nonostante le difficoltà di questi due anni di continui stop-and-go, per i danzatori, ancor più che per gli altri artisti, davvero psicologicamente e fisicamente rischiosi, c'è una forte carica motivazionale e una guida solida, capace di condurre in porto la nave anche nella peggiore delle tempeste. Così questa Bayadére che doveva anche celebrare delle nomine e rivelarci dei nuovi talenti si è trasformata in un orgoglioso esempio di resilienza artistica dell'intero Ballo, che può diventare ancor più e davvero un comparto attivo e produttivo dell'Industria Culturale Scala.

La Bayadére alla Scala

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Del resto anche questa Bayadère è pensata per andare in giro: lo attesta l'allestimento di Luisa Spinatelli, funzionale anche se non pienamente convincente nei cromatismi e nelle fogge di certi costumi. La nostra cronaca non può però finire senza citare la raffinatezza interpretativa e l'affiatamento della coppia principale del nostro cast, formata da Claudio Coviello e Vittoria Valerio, la forte personalità teatrale di Virna Toppi, la qualità di danza di Camilla Cerulli, Agnese di Clemente e Gaia Andreanò nelle difficili variazioni delle Ombre. Senza dimenticare la direzione di Kevin Rhodes, che con l'orchestra è riuscito a esaltare i colori della musica di Ludwig Minkus, svelandoci tra l'altro la qualità, spesso soffocata, dello struggimento lirico dell'assolo per violino dell'Adagio del terzo atto.

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