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La Bce ha alzato il velo sui salari. Non bisogna stare fermi

di Alberto Orioli

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(Afp)


4' di lettura

Ormai è chiaro, la Bce ha alzato il velo sulla questione salariale dell’Eurozona. Ma la lingua che parlano gli economisti di Francoforte non è univoca se ad ascoltare è, ad esempio, un italiano o un tedesco.

Quando la Bce segnala che «la capacità inutilizzata della forza lavoro europea è al 18%», quindi a un tasso doppio rispetto a quello ufficiale della disoccupazione, poiché non considera la sottoccupazione, le forme di precariato e gli scoraggiati, punta l’attenzione sull’urgenza di creare un lavoro di qualità, cui corrisponda un salario più in linea con i fondamentali dell’economia. Una busta paga utile a creare, soprattutto, la spinta alla domanda interna, a sua volta carburante per quell’inflazione sana cui guarda la Bce per iniziare il tapering e cominciare a ridurre la politica di generosa immissione di liquidità nell’Eurozona.

Udite a Berlino, quelle parole significano un ripensamento dei mini-job, ormai arrivati a quasi 7 milioni, con una retribuzione corrispondente di 450-500 euro al mese, esentasse e abbinati a ulteriori sgravi nei casi di maggiore indigenza o disagio sociale. Passa anche da qui la straordinaria performance del mercato del lavoro tedesco con una disoccupazione intorno al 4%. In un Paese in cui, tra l’altro, il salario minimo è di 8,5 euro l’ora (in Francia è di 9,53 euro e in Gran Bretagna di 7,43). Ma in un Paese che ha un surplus commerciale da anni fuori dai parametri voluti dall’Europa e deve dare impulso alla domanda interna la scorciatoia dei mini job ormai mostra la corda.

Ascoltate in Italia, le stesse analisi dicono che prima deve essere ancora ridotta la disoccupazione, perché all’11,7%, e che il problema salariale va affrontato nell’ambito di una revisione delle politiche contrattuali improntate alla redistribuzione della produttività e a fianco di azioni efficaci di politiche attive del lavoro per creare l’incontro ottimale tra domanda e offerta. Che non è sempre riconducibile a un contratto a tempo indeterminato: spesso sono gli spezzoni del lavoro discontinuo a fare la differenza. Il caso dei voucher lascia sul campo forme di abuso, ma era una buona idea. L’Italia deve ancora risolvere il tema dell’occupazione e rilanciare in grande stile una nuova questione salariale potrebbe sembrare un “lusso”.

Tuttavia le due questioni possono trovare intrecci virtuosi e, alla fine, contribuire proprio a creare posti di lavoro aggiuntivi. Ci sono 800 contratti collettivi di lavoro, moltissimi sono già stati rinnovati; hanno seguito stagioni ritmate da incrementi retributivi regolari agganciati all’inflazione, anche quando questa era negativa. Hanno dato vita alla nuova era degli accordi sul welfare aziendale dove il salario è stato sostituito da benefit diffusi. Nel 15% dei casi, però, secondo fonti sindacali, e soprattutto nei servizi, il minimo contrattuale non viene applicato. Quando non ci sono comportamenti “ribassisti” delle aziende, ci sono i paradossi europei che consentono il Far West contrattuale come, ad esempio, nel settore della logistica, dove un autista di Tir polacco guadagna 2,5 euro l’ora (quasi un quarto della retribuzione prevista dai contratti per gli autisti italiani) anche se utilizzato da un’impresa in Italia. Non a caso questo dumping, legale, interno all’Europa ha rilanciato la discussione sul salario minimo per legge. In Europa e in Italia. Chi la propone spesso da noi ha un retropensiero: superare i contratti e puntare tutto sul salario individuale, senza mediazioni, senza rappresentanze di interessi. La stessa Bce, in un altro paper sulla disoccupazione giovanile, lo rilancia e parla della «necessità di arrivare al buon funzionamento della fissazione dei salari, anche quando si tratti di salario minimo». Uno studio della Confederazione europea dei sindacati ha dimostrato che, dove esiste contrattazione nazionale diffusa, la retribuzione oraria è più alta rispetto ai Paesi dove i minimi sono fissati per legge. Il contratto dei metalmeccanici ha rappresentato una novità importante: il contratto nazionale diventa “sostitutivo” in caso di mancanza di un contratto aziendale e lo “assorbe” se invece esiste. L’”integrativo”, come si chiamava una volta, è il vero livello negoziale portante, dove viene contrattata la produttività, vera ferita nell’economia del nostro Paese. È possibile che la stagione della recessione da cui stiamo lentamente uscendo porti con sé proprio un incremento di produttività grazie gli investimenti in tecnologie e in innovazione fatti da chi è riuscito a sopravvivere. Ma per arrivare a quote significative da redistribuire nelle buste paga (e nei profitti) serve una crescita assai più robusta. E togliere l’Italia dall’1% (circa) cui è inchiodata resta la sfida per qualunque gestore della politica economica. La spinta data dalla Bce alla discussione sul lavoro di qualità e sull’innalzamento dei salari ripropone però una sfida importante anche alle parti sociali. La risposta può comprendere una nuova architettura negoziale per diffondere di più i contratti di secondo livello (oggi esistono nel 30% delle imprese) ma anche un assetto giuridico più stabile per l’efficacia degli accordi, risolvendo una volta per tutte il tema dell’applicazione erga omnes dei patti e della certificazione della rappresentanza di chi li firma. Per non parlare degli scenari su possibili armonizzazioni europee.

Del resto è proprio la nuova Europa che si vorrebbe inclusiva e sociale a rilanciarle: la discussione che vede l’Italia promotrice di una forma europea di assicurazione contro la disoccupazione presuppone, come corollario, proprio una politica attiva efficace e non assistenziale, una reattività delle strutture pubbliche nella gestione della formazione e dei sussidi, un quadro di relazioni industriali chiaro e stabile. La Bce ha dato il colpo di starter, ora comincia la corsa. L’importante è non stare fermi.

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