La riunione di settembre

La Bce rallenta gli acquisti pandemici

Il programma Pepp proseguirà a un ritmo più lento di quello seguito nel secondo e nel terzo trimestre

di Riccardo Sorrentino

(REUTERS)

3' di lettura

La Banca centrale europea rallenta gli acquisti di titoli. Le condizioni di finanziamento, che rappresentano in questa fase la bussola della politica monetaria di Eurolandia, potranno essere mantenute a un livello «favorevole», appropriato, con un ritmo di acquisti netti di titoli più lento di quello realizzato nel secondo e nel terzo trimestre, quando - al contrario - la Bce aveva ritenuto necessario accelerarli rispetto al primo trimestre 2021.

La decisione, presa all’unanimità, era ampiamente attesa dai mercati. Soprattutto, non è un tapering, un programma di azzeramento che avrebbe mandato un messaggio sbagliato ai investitori. «Abbiamo ricalibrato il Pepp, come abbiamo fatto a dicembre e poi a marzo», ha spiegato in conferenza stampa la presidente Christine lagarde. La Bce, ha aggiunto, è fiduciosa nel fatto che le condizioni di finanziamento resteranno a livelli appropriati anche con i nuovi ritmi. Non sono stati discussi, ha poi precisato, i passi successivi, che saranno probabilmente esaminati insieme a tutta la strategia di politica monetaria nella riunione del 16 dicembre.

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«Il lavoro non è finito», ha avvertito in ogni caso Lagarde, riferendosi ovviamente all’obiettivo prioritario di inflazione; e questo spiega perché non è stato annunciato un tapering. Le pressioni sui prezzi, al di là dei fattori temporanei, stanno aumentando solo gradualmente. La ripresa è risultata più forte del previsto, ma richiede ancora un ampio stimolo monetario e fiscale: non ha certo permesso all’economia di Eurolandia di tornare ai livelli pre-crisi. Ancora due milioni di posti di lavoro - ha detto Lagarde - mancano all’appello. Le nuove proiezioni dello staff, riviste al rialzo solo per il 2021, indicano una crescita del pil del 5% quest’anno, del 4,6% il prossimo e del 2,1% nel 2023.

La dinamica dell’inflazione permette uindi di mantenere una politica monetaria ultraespansiva. L’accelerazione dei prezzi è puramente temporanea - ha ripetuto anche in questa occasione Lagarde - e la loro dinamica tornerà presto sotto tono, così come lontane dall’obiettivo del 2% sono le aspettative di inflazione di lungo periodo. Pur riviste al rialzo, le proiezioni puntano a un’inflazione media del 2,2% quest’anno, dell’1,7% nel 2022, e dell’1,5% nel 2023; mentre l’inflazione core, che esclude energia e alimentari, potrà essere pari all’1,3% quest’anno, all’1,4% nel 2022 e all’1,5% nel 2022. Il bersaglio è lontano, anche se i rischi sono bilanciati.

La Bce non vede inoltre, all’orizzonte, i temuti “second round effects” che possono derivare da aumenti dei prezzi legati all’offerta, come quelli attuali, generati soprattutto dalle strozzature nelle forniture. Sono le ricadute dei rincari sulle aspettative di inflazione e quindi, innanzitutto, su salari e stipendi; possono rendere «più persistenti e durevoli» questi aumenti. Gli attuali incrementi dei prezzi, ha però spiegato Lagardi, «non necessariamente» conducono a questi effetti, mentre le trattative salariali segnalano incremento solo «graduali e moderati».

Invariate le altre misure di politica monetaria: i tassi di interesse sono stati confermati allo zero per cento (-0,50% quelli sui depositi), mentre gli acquisti del programma App (il qe2), continueranno a un ritmo di 20 miliardi al mese. Anche per il programma di emergenza pandemica Pepp sono state confermate le dimensioni complessive (1.850 miliardi), e la durata (fino a marzo 2022, a meno che le condizioni economiche e monetarie non richiedano un prolungamento). A dicembre sarà realizzata l’ultima asta di Tltro, le iniezioni di liquidità a lungo termine finalizzate al finanziamento delle imprese, e nella riunione di quel mesi sarà valutato se proporne di nuove.

Lagarde ha anche ricordato la necessità di sostenere anche con la politica fiscale lo sforzo della politica monetaria, anche se, ha aggiunto, «questo sostegno non deve essere più rivolto all’intera economia come nella prima fase della pandemia, ma deve essere più mirato, chirurgico e legato alle riforme strutturali». È «prematuro», quindi, parlare di consolidamento fiscale. «Arriverà il momento, ma non ora».

Sui paesi del Sud Europa, i più colpiti dalla pandemia ma anche i meno solidi nei conti pubblici «certamente speriamo - ha poi detto - sulla base dei piani che hanno presentato e dei fondi che sono già stati sborsati e continueranno a esserlo se saranno rispettate le condizioni, che questi paesi saranno in una situazione molto migliore per rispondere al danno subito».

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