editoria

La bellezza di essere FMR

Franco Maria Ricci (1937-2020). Editore, collezionista, bibliofilo, designer, costruttore di labirinti: al centro della sua ricerca della perfezione è stata però la forma del libro

di Stefano Salis

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Franco Maria Ricci (1937-2020). Editore, collezionista, bibliofilo, designer, costruttore di labirinti: al centro della sua ricerca della perfezione è stata però la forma del libro


5' di lettura

Non aveva compiuto ancora 30 anni, Franco Maria Ricci da Parma, quando – e mai colpo di fulmine privato fu più prodigo di conseguenze collettive e portatore di bellezza, cercata, inseguita, raggiunta, costruita, resa evidente, messa a disposizione di tutti noi – (ri)pubblicò, in 900 copie ciascuna intestata all’acquirente, tre tomi di elegantissimo nero (possiamo dirlo? meglio dell’originale, almeno la rilegatura), il Manuale Tipografico (uscito a suo tempo, 1818, «presso la vedova», sublime espressione editoriale!) del suo faro estetico, il cavalier Giambattista Bodoni.

“Rabdomante della bellezza”

Bisogna ripartire da qui, da questa titanica espressione di qualità, che gli fece raggiungere fin da subito il vertice partendo letteralmente dal nulla, per capire di quale pasta siano stati fatti i sogni e le utopie – concretizzate, si intende –, di questo iridescente personaggio (editore, collezionista, bibliofilo, designer, costruttore di labirinti, ma, in una sola espressione, forse direi di questo “rabdomante della bellezza”) che ci ha lasciato la settimana scorsa (all’età di 82 anni), rendendoci eredi di un patrimonio di oggetti e idee che ne fanno un capitano di lungo corso unico nei campi intatti della grazia e dei quali solo molto impegnandoci e negando (troppi) compromessi potremmo dirci forse d’essere degni.

Bisogna ripartire da qui, da questa titanica espressione di qualità, che gli fece raggiungere fin da subito il vertice partendo letteralmente dal nulla, per capire di quale pasta siano stati fatti i sogni e le utopie – concretizzate, si intende –, di questo iridescente personaggio (editore, collezionista, bibliofilo, designer, costruttore di labirinti, ma, in una sola espressione, forse direi di questo “rabdomante della bellezza”) che ci ha lasciato la settimana scorsa (all’età di 82 anni), rendendoci eredi di un patrimonio di oggetti e idee che ne fanno un capitano di lungo corso unico nei campi intatti della grazia e dei quali solo molto impegnandoci e negando (troppi) compromessi potremmo dirci forse d’essere degni.

Giambattista Bodoni

Bisogna ripartire da quel Bodoni perché la storia editoriale, e artistica, di FMR (le sue iniziali, così risonanti, significative e iconiche, come tutto in lui, del resto) è un inno di proporzione, regolarità, armonia, esattezza, gusto proprio come i caratteri bodoniani e quel manuale lo sono per la tipografia moderna e futura; e va sottolineato che Ricci ha posto inequivocabilmente il libro – meglio, la forma del libro – come fondamento e architrave del suo sistema di bellezza, che ha sì trovato molti modi per esprimersi ma ha nel libro, appunto, il suo costante riferimento quale strumento principe per superare il tempo e dare dignità assoluta all’esperienza terrena dell’uomo.

FMR, la rivista «più bella del mondo»

Franco Maria Ricci: la sua figura, lo sguardo sornione e quasi furbesco, i capelli compostamente scarmigliati, le camicie a righe, gli abiti perfetti, quel suo essere sempre “in controllo” nelle foto (persino con un totem come Borges, di cui aveva rispetto e ammirazione, ma non soggezione); e quella rosa rossa di bachelite all’occhiello, segno distintivo di una presenza che era, in ogni circostanza, apparenza e profondità allo stesso tempo (solo i grandi dandy riescono a conciliare le due cose). Lui per primo, dunque, “si era impaginato” alla perfezione, non derogando mai a regole di eleganza e misura, e risultando così, di persona, all’altezza dei suoi libri. Ora, a rivederli in rapida, commossa, stupefatta, carrellata – lui non c’è più, ma è più che mai presente con le sue creazioni – il catalogo di meraviglie che sono i suoi libri colpisce per la bellezza autoevidente, la “necessità” intrinseca di ogni minimo dettaglio (e quanto, da perfezionista, tenesse al particolare lo spiega lui stesso in questa pagina, descrivendo la lotta fisica per collocare un filetto o un titolo con millimetrica, inevitabile, precisione; che è precisione cosmica, ontologica): ecco le copertine di celebri collane come «I segni dell’uomo» (rilegatura in seta e impressioni in oro), «La biblioteca di Babele» (con i ritratti degli scrittori disegnati dalla matita di Tullio Pericoli: e, anche qui, FMR aveva visto giusto nella qualità eccelsa dell’artista), o «La biblioteca blu» (caratteristico color carta da zucchero) fino, e non ci possiamo soffermare oltre ché troppo ci sarebbe da dire, alla rivista FMR, senza dubbio «la più bella del mondo»: omonima, autobiografica, inimitabile, definitiva. Bodoni, la ristampa dell’«Enciclopedia» di Diderot e d’Alembert (per la quale Einaudi lo bollò come folle con sorriso di sufficienza, e fu smentito dai fatti: ché il divo Giulio con i conti non ci sapeva fare), l’ “invenzione” del nero che, da quando e come FMR lo usò, fu decisivo e segnò uno stile: avvolge le immagini e le isola, creando contrasti imprevedibili (anche per la perfetta scontornatura) e mirabolanti.

L’esperienza sinestetica

Il libro prima e più di tutto; l’esperienza sinestetica della mano che tocca, dell’occhio che vede, della mente che legge sono un tutt’uno e un inscindibile: i suoi libri, di colpo, ci rammentano l’archetipo e l’ideale: sono il suo monumento, più eterno del bronzo. Non che altri editori non facessero (o avessero fatto) bei libri: ma le creazioni cartacee di FMR avevano un qualcosa in più, comunicavano, come dire?, una perfezione possibile: perciò le sue edizioni – travolgentemente italiane – erano direttamente internazionali e, di più, “classiche”. Bodoni non avrebbe potuto sperare in un migliore erede: e lui, che Bodoni lo collezionò con ammirevole fedeltà per tutta la vita, credo lo sapesse, in cuor suo.

Fontanellato

Dovrei dire della eclettica collezione d’arte, sontuosamente disposta nel Museo privato di Fontanellato (Vittorio Sgarbi, che ne capì subito e per sempre la grandezza, e ne fu allievo, amico e consigliere, gli fece realizzare il colpo del Wildt, che troneggia in una sala), delle sue intuizioni che accostava senza pregiudizi; e dovrei scrivere dell’altra utopia realizzata, nata da una conversazione con Borges: il Labirinto, che è oggetto reale, certo, ma metafora potente della nostra condizione umana, come sapeva Umberto Eco, collaboratore insigne tra i molti di cui amava circondarsi Ricci e ai quali certamente usava il fascino che aveva innato, a prenderli per incantamento (Borges, Barthes, Calvino ecc.). Ma non solo non basterebbe lo spazio: è che l’ “opera di Ricci” (l’insieme delle sue attività), inimitabile per molte ragioni, è lì, a richiedere attenzione e non già parole: la passione e l’amore, l’intelligenza e il coraggio con la quale l’ha costruita meritano che ci poniamo in ascolto del suo messaggio. La bellezza di questo mondo: e ogni tanto viene un Franco Maria Ricci a ricordarcelo e dimostrarcelo. L’unica parola seriamente ben spesa per questo gigante dell’estetica e per il suo esempio pratico di meraviglia non può che esser una: grazie. E così sia.

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