Consumi in crescita

La birra analcolica conquista giovani e quote di mercato

Il giro d’affari mondiale è di oltre 9 miliardi di dollari e salirà del 7,5% annuo fino al 2026, superando le diffidenze. In Italia si muovono big e artigiani

di Maurizio Maestrelli

Birra, la regina della convivialita' responsabile

3' di lettura

James Watt e Martin Dickie, i “ragazzi terribili” lo hanno fatto sul serio. Il primo pub che serve esclusivamente birre analcoliche, aperto a Londra a inizio 2020, porta la loro firma. Ovvero la firma Brewdog, il birrificio scozzese fondato dai due nel 2007 con pochi mezzi e qualche prestito e diventato oggi un’azienda che ha chiuso il 2019 con un fatturato attorno ai 300 milioni di dollari e il cui valore è stimato qualcosa come due miliardi, sempre di dollari. In poco più di dieci anni Watt e Dickie hanno aperto decine di locali Brewdog in tutto il mondo, iniziato a produrre negli Stati Uniti e in Germania, creato un hotel a tema birra a Columbus (Ohio) e lanciato una serie di crowdfunding che hanno attratto finora circa 120mila investitori.

Tuttavia, anche con un curriculum del genere, aprire un pub per vendere solo le loro, sempre più numerose, birre analcoliche poteva sembrare una follia. Una vera e propria antitesi in termini. Ma i due ragazzi di Aberdeen, anche questa volta, potrebbero aver avuto l’ennesima intuizione giusta.

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Il giro d’affari

Recentemente infatti, i dati pubblicati da Global Market Insights hanno reso pubblico quello che loro, ma anche i grandi marchi internazionali, avevano evidentemente intuito. Il mercato mondiale delle birre alcol free è stato stimato, nel 2019, con un valore superiore ai 9,5 miliardi di dollari e una previsione di crescita del 7,5% annuo almeno fino al 2026.

L’accelerazione sembra essere dovuta, come nel caso degli spirits, a una generica tendenza favorevole al consumo moderato di alcol e alla crescente attitudine salutista che, soprattutto nelle giovani generazioni, si sta facendo sempre più largo. Le birre analcoliche, in realtà, sono prodotte dalle multinazionali da diversi anni; quello che sta cambiando è però un maggiore investimento nel segmento soprattutto in termini di comunicazione e di marketing.

In Italia si muovono i big

In Italia è ad esempio indicativo che Birra Peroni abbia da poco introdotto una versione analcolica del suo brand di punta, la Nastro Azzurro, affiancandola alla storica Tourtel da 0,5% vol (la legge italiana definisce come analcolica una birra con una gradazione inferiore agli 1,2% vol) presente sugli scaffali da oltre vent’anni ma con un appeal inferiore, almeno in termini di prestigio, rispetto all’ammiraglia del birrificio.

Birra Forst ha agganciato alla Coppa del Mondo di sci da poco conclusasi a Cortina d’Ampezzo la sua Forst 0,0% dopo averla fatta debuttare sul mercato horeca (bar e ristoranti, ndr) a febbraio 2020 e spinta anche nella grande distribuzione.

Heineken infine ha promosso un pack specifico per la sua “0.0” legato al mese di gennaio, noto nei Paesi anglosassoni come “Dry January” ovvero il mese dell’astinenza dall’alcol.

Trend low alcol anche negli artigianali

All’estero poi anche i birrifici di più piccole dimensioni hanno iniziato a produrre birre alcol free. Oltre a Brewdog, che tanto piccolo in realtà non è, il danese To Øl, le britanniche Beavertown e Nirvana Brewery, che produce esclusivamente birre analcoliche, la tedesca Kehrwieder. In Repubblica Ceca, la nazione con il più alto consumo pro capite di birra, il valore di mercato delle birre analcoliche è praticamente raddoppiato, dal 3,2 al 6,3%, in soli cinque anni ,coinvolgendo un numero elevato di birrifici, grandi e piccoli.

In Italia, dove il trend delle analcoliche appare comunque più rallentato rispetto ad altre nazioni, sono ancora pochissimi i birrifici artigianali che stanno guardando in questa direzione. Ma qualcuno si sta muovendo. Come ad esempio il novarese Croce di malto che è già in una fase di prove pratiche per quella che potrebbe essere la prima birra analcolica artigianale made in Italy.

Tuttavia è dal movimento craft che giunge un’ulteriore conferma al trend, se non dell’alcol free, almeno del grado alcolico più basso del normale (5% vol). Sono sempre più infatti le cosiddette “session beers” ovvero birre sotto i 4,5% vol. Birre di facile approccio, ma non più semplici da fare, e meno “problematiche” da bere qualora al primo bicchiere se ne facesse seguire un altro. Ma birre che, come le analcoliche di nuova generazione, garantiscono profumi e gusto gratificanti anche per il palato degli habituè che fino a oggi aborrivano la birra analcolica come una “non birra”. E sono anche questi consumatori tradizionali, unitamente alle nuove leve “green” e agli astemi per scelta o per necessità, il terreno fertile sul quale i produttori di birra stanno oggi scommettendo.

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