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La Brasilena calabrese che batte la Coca

La gassosa al caffè ora punta a entrare nell'elenco dei marchi storici italiani

di Donata Marrazzo

La gassosa al caffè ora punta a entrare nell'elenco dei marchi storici italiani


2' di lettura

Meglio di un bicchiere d'acqua, di una Coca, di una “spuma” o di un'orzata. Almeno così dicono in tanti. È la gassosa al caffè, anzi semplicemente “gazzosa”, come dicono al Sud, ed è un prodotto agroalimentare tradizionale della Calabria che non teme i grandi marchi delle multinazionali. Inventata a Nicastro (uno dei centri che forma Lamezia Terme) da Vincenzo Ferrise, agli inizi del ‘900, miscelando caffè, acqua, zucchero e anidride carbonica, nel 1941 è passata alla produzione industriale. Ed è stato subito un boom di consumi: la distribuzione superò immediatamente i confini regionali arrivando in Puglia, Campania e Sicilia.

In quegli stessi anni, nel territorio lametino altri imprenditori si sono lanciati nella produzione di bibite gassate (De Sarro &Torchia, ad esempio), e così in provincia di Cosenza e di Reggio Calabria. Ma la fortuna della Brasilena, dell'azienda Acqua Calabria, è stata si può dire planetaria soprattutto, all’estero, tra gli italiani e in particolare tra i calabresi emigrati. E lo è ancora: «Nelle comunità calabresi di tutto il mondo la nostra gassosa al caffè è un rimedio naturale alla nostalgia di questa terra», spiega il titolare Cesare Cristofaro nella sede del suo stabilimento, su monte Covello, a 850 metri di altezza, tra il golfo di Squillace e quello di Lamezia. Dove l'aria è fra le più pulite d'Europa, l'acqua sgorga fra le rocce nei pressi di Girifalco e la miscela del caffè è a km 0, personalizzata, per la gassosa più famosa nel mondo, da Caffè Guglielmo, nel complesso industriale di Copanello. In numeri: due milioni di bottiglie distribuite tra l'Italia e il resto del mondo (Canada, Stati Uniti, Australia) per un'azienda che con 22 dipendenti fattura complessivamente, fra acqua oligominerale e bibite, 10 milioni di euro. Brasilena vale poco meno della metà.

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«Da bambino era la mia passione andare allo stabilimento dove mio nonno Salvatore aveva avviato l'attività in forma artigianale, producendo gassosa sfusa – racconta Cristofaro – così oggi mi ritrovo una eccezionale collezione di bottiglie e vecchi macchinari dismessi quando poi negli anni '60 c'è stata la svolta industriale e abbiamo cominciato a produrre e imbottigliare acqua e bevande». Lo sviluppo dell'azienda, dei processi operativi e del prodotto, ha sempre tenuto conto del contesto naturalistico in cui sorge lo stabilimento: «Abbiamo eliminato inquinanti, utilizziamo energia verde, osserviamo un rigoroso regime degli scarti di lavorazione. E abbiamo investito in macchinari ad alta tecnologia. Così abbiamo fatto della nostra realtà una smart factory» continua Cristofaro.

E nonostante le difficoltà create dal Covid, Cristofaro guarda avanti e programma nuovi investimenti in tecnologie all'avanguardia soprattutto per la riduzione dei consumi energetici. E pianifica l’entrata di Brasilena nell’elenco dei marchi storici. «Nel frattempo – conclude - ci consoliamo con le fotografie dei nostri prodotti che ci mandano i nostri clienti da tutto il mondo».

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