scenari

La Brexit affossa la moda britannica: le imprese chiedono aiuto al governo

Uno studio della Lse evidenzia che il 61% delle imprese del settore è stata gravemente danneggiata dall’aumento delle barriere al libero scambio: verso la Ue va il 74% dell’export made in Uk

di Nicol Degli Innocenti

Foto della collezione Burberry AI 21-22

4' di lettura

LONDRA - Cronaca di una crisi annunciata: la combinazione di Covid-19 e Brexit non sta facendo bene all'industria della moda britannica. Il settore, che vale 35 miliardi di sterline all'anno, ha reagito positivamente alle sfide poste dalla pandemia e dai lockdown, dimostrando creatività. In febbraio a London Fashion Week la moda uomo e donna è stata riunita per la prima volta in unico evento e 94 firme hanno presentato le loro collezioni autunno/inverno 21-22 in modo del tutto virtuale, con sfilate online e filmati digitali. Nonostante le difficoltà, c'è la convinzione che si potrà ripartire appena le restrizioni verranno allentate, e l'ottimismo è rafforzato dal successo del programma di vaccinazioni in Gran Bretagna, che in poche settimane ha portato oltre il 30% della popolazione a ricevere la prima dose.

Il problema di Brexit, invece, non è risolvibile a breve termine. Nelle poche settimane dal primo gennaio, quando la Gran Bretagna ha definitivamente lasciato l'Unione Europea, il settore della moda si è trovato ad affrontare una montagna di burocrazia, certificati doganali, regole d'origine, controlli e ritardi ai confini. Quando era stato siglato l'accordo commerciale in extremis, alla vigilia di Natale, il settore moda così come altri aveva celebrato l'intesa tra Londra e Bruxelles, che avrebbe evitato il salto nel buio del “no deal” e l'imposizione immediata di tariffe e dazi al confine.

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Il sollievo è stato di breve durata. «Il settore voleva un accordo, ma in realtà l’essere arrivati a un'intesa così tardi ha fatto sì che le imprese non hanno avuto il tempo di prepararsi», spiega Caroline Rush, ceo del British Fashion Council. Oltre a questo, sono bastati pochi giorni per realizzare che la decisione della Gran Bretagna di uscire dal mercato unico e dall'unione doganale Ue avrebbe imposto barriere non tariffarie ma permanenti agli scambi, ipotecando seriamente il futuro di un settore tra i più “vivi” dell'economia britannica, che prima della pandemia cresceva a un ritmo dell'11% annuo.

I problemi riguardano non solo le merci, ma anche le persone: modelle, fotografi e stilisti ora hanno bisogno di un visto per ogni Paese Ue che visitano, il che ovviamente crea ritardi, costi e preparativi onerosi per ogni trasferta. Oltre 450 grandi nomi della moda britannica, compresi designer come Paul Smith, Roksanda Ilincic e Katherine Hamnett, hanno inviato una lettera di protesta al premier Boris Johnson, avvertendo che l'accordo su Brexit rischia di “decimare” il settore.

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«L'intesa raggiunta con la Ue ha un grande vuoto dove dovrebbe esserci la libera circolazione di beni e servizi per settori creativi come il tessile e la moda», recita la lettera, sottolineando che il contributo della moda al Pil britannico è superiore a quello dei settori della pesca, musica, cinema, automobili e farmaceutica messi insieme.

Il governo per ora non ha risposto alla lettera e anche il Budget 2021 presentato la settimana scorsa non ha accennato ai problemi del settore moda, limitandosi a promettere finanziamenti di 6mila sterline per i negozi che sono stati costretti a chiudere durante i lockdown.

Eppure l'unica soluzione per evitare che il settore sia “decimato” è proprio un intervento ragionato e rapido del governo, come spiega con chiarezza un nuovo studio della London School of Economics condotto da Patrizia Casadei, Visiting Fellow, e Simona Iammarino, docente di geografia economica all'Lse. Adesso, sottolineano le autrici dello studio, le imprese stanno affrontando grandi difficoltà a causa dell'aumento delle barriere al commercio non tariffarie post-Brexit ed è quindi essenziale un'azione urgente del governo, che deve facilitare l'integrazione delle imprese nelle catene di valore globali con incentivi fiscali, aiuti per la ricerca e sviluppo, programmi di formazione e sostegni agli investimenti.

Invece «le nostre ricerche dimostrano che la percezione generalizzata è di una mancanza di azioni concrete da parte del governo per garantire la sopravvivenza del settore tessile e abbigliamento britannico», spiegano. Lo studio, dal titolo “Trade policy shocks in the UK textile and apparel value chain: Firm perceptions of Brexit uncertainty”, mette a fuoco l'impatto di Brexit sul settore, sottolineando come i problemi si siano accumulati fin dai tempi del referendum, quando gli elettori, pur di stretta misura, avevano votato a favore di lasciare la Ue.

«Il sondaggio che abbiamo personalmente condotto con circa 700 imprese manifatturiere, fashion designer e retailer, evidenzia come la Brexit abbia drasticamente colpito in modo negativo il 61% delle imprese, già a partire dal referendum del 2016», spiega Casadei. Molte imprese sono state costrette a chiudere e altre hanno dovuto affrontare un severo calo delle vendite insieme a una moltitudine di altri problemi.

Incertezza e volatilità della sterlina sono stati tra le conseguenze più rilevanti che hanno causato un aumento del costo delle importazioni, della produzione domestica e dei prodotti finiti. Altri effetti riguardano perdite di flussi di cassa, una riduzione della forza lavoro europea e cambiamenti al processo di fornitura e distribuzione. Il settore manifatturiero ha subito una drastica riduzione degli ordini, ha dovuto fare scorta di materie prime e annullare o rimandare i propri piani d'investimento.

«La Ue da anni gioca un ruolo cruciale nelle supply chain britanniche ed è di gran lunga la maggiore destinazione per le esportazioni di moda e tessile made in Britain, rappresentando il 74% dell'export», spiega lo studio. Un altro aspetto importante, sottolinea Iammarino, è che «la protezione garantita dalla Ue ai diritti di proprietà intellettuale ha permesso al settore di tutelare innovazione e creatività, per non parlare del sostegno dato per anni dai fondi Ue. Ora i fondi non saranno più disponibili, mentre la tutela della proprietà intellettuale di brand e design sarà più costosa e più complessa».

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