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La Brexit «cancella» lo shopping. Boutique vuote a Londra

da Londra Simone Filippetti

Brexit, May: "Scegliere fra un accordo o non uscire"

5' di lettura

LONDRA - Lungo Old Bond Street è venerdì mattina poco prima di pranzo. Non il miglior orario per darsi allo shopping ma la scena che si presenta lungo la via più lussuosa di Londra, il cuore dello shopping e dei negozi più esclusivi al mondo, è deprimente. Tutte le boutique sono vuote.
La griffe Valentino occupa un intero palazzo: 3 piani di vetrine. Non si vede un cliente. Non è colpa del direttore creativo della Maison, Pierpaolo Piccioli, anzi: di recente la neo duchessa del Sussex Meghan Markle, in procinto di dare alla luce il terzo Royal Baby della casa reale Windsor, ha sfoggiato uno stupefacente completo in classico rosso Valentino finito su tutti i tabloid e i social del regno.

Peggio di una guerra
La via più sfavillante, e costosa, della capitale inglese, a due passi dal Ritz Hotel lungo la trafficata e sempre affollata Piccadilly, è uno spettacolo di desolazione. Sfilano decine di maison, solo il meglio dell'alta moda e della gioielleria mondiale: da Dolce&Gabbana a Boucheron, da Rolex a Gucci, da Yves Saint Laurent a Tod’s. E in nessuna si vede un possibile acquirente. le uniche figure, spettrali, che si aggirano sono i commessi, con un'aria tra l'annoiato e lo stralunato per la preoccupante assenza di clientela. L'orario non è dei migliori, ma basta parlare con i commessi per capire che ormai da qualche mese è sempre così.

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Estremizzando un po’, nemmeno durante il terribile inverno del 1940, con Londra sotto i pesanti bombardamenti aerei della Luftwaffe, quando i negozi esponevano i cartelli “Business as usual”, per dare un'idea di normalità, c'era un simile deserto. La sera del venerdì, in pieno fermento da week-end, a Sloane Square, la piazza simbolo di Kensington, il quartiere dove vive la Londra-Bene, il commesso di una casa italiana è sconsolato: «Oggi abbiamo fatturato appena, la metà rispetto allo scorso anno», rivela, dietro la promessa di anonimato totale. Con quanto costano gli affitti al metro quadro in centro a Londra e gli stipendi fissi di commessi e store manager, una qualsiasi boutique ha bisogno di incassare decine di migliaia di sterline al giorno per stare in piedi; altrimenti è un bagno di sangue.

La Brexit è come una guerra per l'economia del paese. Se qualcuno volesse toccare con mano l'effetto di tre anni di tira e molla sull'addio della Gran Bretagna e mesi di caos e indecisione totale della classe politica inglese basta fare un giro per i negozi di Londra. Le statistiche dicono che il complicato addio del paese all’Unione europea ha già mandato in fumo 66 miliardi di sterline. Una grossa fetta di quella ricchezza scomparsa è qui a Londra, soprattutto in quei negozi tristemente vuoti.
L'unico risultato della Brexit, dopo 3 lunghi anni di trattative, è l'incertezza. E l'incertezza, più dei portafogli vuoti, è la nemica numero uno dei consumi. E il Made in Italy, che è una grossa fetta del lusso a Londra, paga un dazio salatissimo alla totale incapacità dimostrata da Downing Street, con Theresa May che non ha in mano né il governo né il paese, e alla confusione che regna a Westminster, con 625 parlamentari indecisi su tutto.

Non di sola Brexit vive Londra
Poco più a nord di Sloane Square, a Knightsbridge, zona di case milionarie vista Hyde Park, dentro i grandi magazzini di Harrods, opulento formicaio di consumismo, le cose vanno meglio, la parola Brexit non esiste. Le grandi case del lusso non accusano cali, anzi: negli ultimi tempi le vendite salgono a razzo. Al primo piano, c'è una nuova ala tutta dedicata ai mega brand: un privé di marchi super lusso in un posto che già è sinonimo di lusso: qui le vetrine sono solo per i nomi che davvero contano.

A fine giornata le commesse stilano dei report: oltre agli incassi, si descrive minuziosamente ogni dettaglio di ciascuna persona che entra nella boutique, anche se solo per guardare, ma soprattutto cosa hanno fatto gli altri negozi concorrenti. Girano i numeri degli incassi di tutti: in teoria sono cifre super riservate che però, come sempre accade in tutti gli ambienti lavorativi, qualcuno conosce sempre. E i numeri sono capogiro: nello stesso giorno in cui a Old Bond Street le maison piangono, dentro a Harrod's Gucci, il marchio italiano finito sotto l'ombrello dei francesi di Kering, incassa 175mila sterline. Da qualche anno il marchio (quasi) italiano, che si è spostato molto sulla fascia dei Millennials, è sulla cresta dell'onda. Ma le vendite di Gucci sono niente rispetto a quanto riesce a fare, sempre secondo i rumors di RadioLusso, Chanel: dentro Selfridges, l'altro grande magazzino di lusso di Londra, la casa francese in un fine settimana è capace di fatturare 2 milioni di sterline.

Sono cifre impressionanti. Che sembrano smentire l'immagine di una Londra in piena crisi economica da Brexit. Perché le boutique sono vuote e i grandi magazzini fanno affari d'oro?

L’altra faccia della Brexit: mai così male i saldi e il Natale

Perché da Harrod's o da Selfridges è soprattutto la clientela del Medio Oriente a fare incetta: emiri e dintorni non amano muoversi o camminare, sono dei grandi spendaccioni sedentari. Lo stesso vale per i russi. Qualsiasi portiere d'albergo può raccontare che i nuovi ricchi comprano entro un raggio di 200 metri dal loro albergo. E a Knightsbridge gli alberghi a 6 stelle abbondano (a partire dal nuovo e principesco Mandarin Oriental a due passi dai Grandi Magazzini della Regina e dal concorrente Harvey Nichols, altro storico department store).

Ecco risolto il mistero: le boutique sono vuote perché non ci vanno gli inglesi, la gente del posto; mentre affollano i grandi magazzini i tanti miliardari globali che nella metropoli sono di casa (o ci vanno a passare il fine settimana).

La Londra del 2019 assomiglia molto alla Milano della crisi del 2009-2010, quando le boutique di via Montenapoleone erano tutte spaventosamente vuote. Gli italiani erano scomparsi dai negozi, avevano smesso di comprare beni di lusso, tanto che nelle vetrine iniziarono a comparire mise e stili che gli italiani mai avrebbero indossato. Erano abiti pensati per una clientela estera che negli anni della crisi, e in parte anche adesso, ha tenuto in piedi le vetrine di via Montenapoleone.

Il boom dei Grandi Magazzini è l'effetto di una delle tante distorsioni del neo-capitalismo: sono i nuovi ricchi che comprano a migliaia di chilometri di distanza da casa loro. Gli inglesi, invece, vanno a fare compere a Oxford Circus dove la ressa di folla e turisti è continua, da mattina a sera: è uno dei posti più visitati di Londra. Regent Street è un'altra via dello shopping ma di fascia un po' più bassa rispetto al super lusso di Old Bond Street. È un martedì, sotto una pioggia persistente, fa freddo, sebbene il calendario dica aprile: la gente cammina con manciate di sacchetti in mano, ma sono tutti di negozi commerciali o low cost: Cos, Zara, Topshop. Appena ci si sposta verso negozi un gradino più in alto, anche nella meno sofisticata Regent Street, si trova il vuoto pneumatico: sono deserte le boutique di Omega (orologi) e di Canada Goose (abbigliamento tecnico-fashion dove un giubbino sfoderato primaverile costa 450 sterline e dunque fuori dalla portata).

C'è una Londra che non bada a spese e si dà alla pazza gioia, firmando scontrini pari allo stipendio di un anno di un barista. E c'è una Londra che compra solo a basso prezzo, prodotti fatti in Cina. Da Harrods e Selfridges si strisciano carte di credito pesanti in un trionfo di shopping: è la casta dei super-ricchi globali, che però nulla ha che vedere con l'Inghilterra. Le vie delle boutique del lusso, cartina di tornasole del benessere locale, sono vuote: la fotografia del paese reale che fa shopping solo da Zara.

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