la previsione nomisma

La Brexit no-deal? Se si somma al coronavirus, addio cibo e vini italiani a Londra

Durante il lockdown 3 inglesi su 10 bevono meno vino italiano: un duro colpo per i nostri produttori. Presto si potrebbero aggiungere le difficoltà di una Hard Brexit

di Micaela Cappellini

default onloading pic
(agefotostock / AGF)

Durante il lockdown 3 inglesi su 10 bevono meno vino italiano: un duro colpo per i nostri produttori. Presto si potrebbero aggiungere le difficoltà di una Hard Brexit


2' di lettura

Durante il lockdown, 3 consumatori britannici su 10 hanno dichiarato di aver consumato meno vino italiano rispetto a prima della quarantena. Tra i principali motivi di questa riduzione figura la chiusura dei ristoranti, in un paese dove il fuori-casa pesa per il 45% del valore totale dei consumi alimentari. Basterebbe già questo, a preoccupare i produttori italiani di vino, che dopo la Francia sono i secondi maggiori fornitori di Londra. Se però a questo aggiungiamo il rischio del “no deal” sui negoziati della Brexit, dicono gli esperti di Nomisma Wine Monitor, ecco che allora il rischio di un brusco freno all’export agroalimentare italiano in Inghilterra si fa concreto.

Vino, Ais: "Costi raddoppiati con le nuove regole"

Nel panorama mondiale il Regno Unito è il sesto maggior importatore di prodotti alimentari, con oltre 58 miliardi di euro, nonché il secondo per gli acquisti di vino (poco meno di 4 miliardi di euro). L’Italia rappresenta un importante partner; l'anno scorso, a fronte di 3,4 miliardi di prodotti agroalimentari esportati dall’Italia in Gran Bretagna, quasi un quarto ha riguardato il vino. Gli inglesi adorano lo spumante tanto che, nel giro di appena 5 anni, hanno incrementato le importazioni di “bollicine” italiane - soprattutto di Prosecco - da 59 a 96 milioni di litri. Ma il vino non è l'unico prodotto del made in Italy a deliziare il palato degli inglesi. Il Regno Unito rappresenta il secondo mercato di destinazione anche delle nostre conserve di pomodoro e il quarto per quanto concerne pasta e formaggi.

«Uno dei principali fattori di scelta nel consumo di vino che resta, e anzi acquisisce ancora più importanza per il consumatore britannico durante il lockdown, è proprio il prezzo», dice Denis Pantini, responsabile agroalimentare di Nomisma. «Soltanto il 18% dei consumatori si dice pronto a spendere di più per il vino una volta che riapriranno pub e ristoranti - aggiunge Pantini - contro un 17% che afferma il contrario e un altro 28% che addirittura berrà meno vino perché uscirà di casa con meno frequenza rispetto a quanto faceva prima dell'epidemia», aggiunge Pantini.

Un consumatore inglese su due, inoltre, ha dichiarato di aver acquistato in questo periodo vino online. Così, con la chiusura del canale Horeca, lo sviluppo dell'e-commerce di vino e prodotti alimentari ha conosciuto ritmi di crescita vertiginosi in tutti i mercati colpiti dall’epidemia da Covid-19. Ma non sarà questa l’unica sfida. Il Regno Unito, dal 1° febbraio scorso, èdiventato uno “Stato Terzo” rispetto all'Unione europea, con la previsione di un regime transitorio fino al 31 dicembre 2020 durante il quale vige ancora l’unione doganale mentre si negoziano le condizioni per un futuro partenariato, a partire dal 2021. Purtroppo i primi segnali che arrivano dai tavoli di negoziazione non sembrano andare nella direzione di un raggiungimento dell’accordo. «Quasi si percepisce la sensazione del governo britannico di voler ripartire da zero, sfruttando gli impatti derivanti dalla pandemia per riprogrammare l'intera politica economica e commerciale del paese», dichiara l’europarlamentare Paolo De Castro, membro del UK Monitoring group e componente del Comitato Scientifico di Nomisma. Con tutti i rischi che ne derivano.

Brand connect

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...