l’indagine

La Brexit non sembra fermare (per ora) la scalata delle startup europee

di Gianni Rusconi

(DOC RABE Media - stock.adobe.com)

3' di lettura

Il vento della recessione economica si sente, inutile negarlo. E le possibili ripercussioni legate all'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea non sono una fantasia giornalistica. Eppure, dati alla mano, c'è un fenomeno in netta controtendenza ed è quello delle aziende a più rapida crescita del Vecchio Continente, che continuano imperterrite a prosperare. L'assunto emerge dall'annuale classifica, la FT 1000, redatta dal Financial Times in collaborazione con la società di ricerca specializzata Statista. Una classifica che premia le startup e le scaleup con la maggiore velocità di incremento del fatturato tra il 2014 e il 2017 e che annovera, in compagnia di nomi noti come Deliveroo o Darktrace, anche diverse realtà italiane.

Tre, in particolare, quelle che si sono posizionate fra le prime 30. Buzzoole, Kolinpharma e Musement, tutte nate nel 2013 e attive rispettivamente nel campo dei media, del farmaceutico e del turismo, hanno raggiunto la 19esima, 27esima e 29esima posizione, con un tasso composito di crescita annuo nel periodo considerato del 217%, 202% e 197% nell'ordine.

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Altri rappresentanti della colonia tricolore nella FT 1000 sono quindi Unicoenergia e Sarcos Wind (32esima e 37esima), entrambe attive nel settore energetico e anch'esse fondate sei anni fa, Vmway (45esima, tecnologia), Plastrading (48esima, chimico) e Gaia (50esisma, food & beverage), tutte e tre entrate in campo fra il 2012 e il 2014. Nomi sconosciuti ai più, nella maggior parte dei casi (come lo sono le varie Velotransport, Da.Dif. Consulting, Cooperativa Sociale Integra, Rebecca o Ds Glass, tanto per citare le imprese italiane che stazionano entro il 90esimo posto del ranking), che hanno trovato gloria e grande dinamicità nello sviluppare i propri ricavi in mondi molto diversi fra loro, spaziando dal retail all'e-commerce passando per i trasporti.

Detto che in cima alla classifica troneggia (davanti a Deliveroo) un'azienda dei servizi finanziari (la britannica Bleu Motor Finance, con un indice di crescita aggregato sui tre anni superiore al 700%) e che quello tecnologico è il settore più rappresentato (oltre il 77% del totale delle startup classificate), le buone notizie per le nuove imprese europee si specchiano soprattutto nel dato che vede il fanalino di coda, la tedesca Atheneum Partners, esibire un salto in avanti delle entrate del 37,7%.

A ribadire il generalizzato clima di fiducia, come ha scritto di recente il Financial Times, ci sono firme eccellenti come Toby Coppel, partner di Mosaic Ventures, società di venture capital con sede a Londra. A suo dire “non c'è mai stato un momento migliore per dare vita una startup” in relazione a un ecosistema che “continua a maturare”. Non c'è solo Spotify, insomma, e questo perché – a differenza di quanto succedeva solo un decennio fa, quando per i neo imprenditori più ambiziosi il richiamo della Silicon Valley era fortissimo - molti hanno scelto l'Europa per lanciare e far crescere le proprie iniziative. Come ha osservato acutamente Ophelia Brown, founder di Blossom Capital, i buoni esempi fanno scuola, e il successo di diverse startup nate dopo il 2010 hanno sicuramente incoraggiato la nascita di altre nuove imprese in molte città del Vecchio Continente. Un volano positivo che, come conferma l'edizione 2019 del FT 1000, si riflette in settori anche meno maturi rispetto alla finanza o il food delivery, come il biotech o la cybersecurity.

La sensazione di vari addetti ai lavori, inoltre, è che diverse città europee siano prossime a raggiungere uno status maturo in fatto di incubatori per le startup. Se Londra si conferma l'hub più popolato e più fucina di nuove aziende miliardarie, l'effetto Brexit si sta in qualche modo facendo sentire: quest'anno le aziende della City presenti in classifica sono infatti 63, contro le 74 dell'anno passato. In flessione, per contro, anche Parigi, che scende sotto quota 60 mentre conoscono incrementi sia Milano che Berlino, entrambe con oltre 20 rappresentanti (la Germania svetta nella hit per nazioni con 230 aziende). L'impatto di Brexit, questo lo spaccato, si presume possa essere evidente e a beneficiarne potrebbero essere proprio i “nuovi” hub continentali, soprattutto per ciò che concerne – questa, almeno, la convinzione di Philippe Botteri di Accel - la capacità di attrarre talenti e in modo particolare programmatori, esperti di digitale e designer.

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