Eugenio Montale

La «Bufera» enigma necessario

Una raccolta per lettori disponibili a un’iniziazione, dove il bel commento è ancor più prezioso

di Nicola Gardini


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5' di lettura

Il terzo libro di Eugenio Montale, La bufera e altro (1956), esce in un’edizione commentata per lo “Specchio” di Mondadori. Si conclude così la serie dei commenti alle opere montaliane iniziata nel 2003 nella collana degli Oscar. Ida Campeggiani ha commentato tutte le sezioni del libro tranne l’ultima; Niccolò Scaffai ha commentato questa e scritto l’introduzione (e revisionato il tutto); Guido Mazzoni ha firmato il saggio prefatorio, che ragiona sul posto di Montale nella poesia moderna; uno scritto di Gianfranco Contini e un altro di Franco Fortini, due capisaldi, chiudono il volume. Né mancano una cronologia, curata da Tiziana de Rogatis, e una bibliografia delle opere montaliane e della critica, curata dalla Campeggiani e da Scaffai.

Non vedevo l’ora che questa edizione arrivasse in porto, sia perché i commenti mi interessano come genere letterario sia perché dal nome dei curatori ci si poteva aspettare solo un ottimo lavoro sulle parole di colui che per molti è il maggiore poeta italiano del Novecento e in particolare su una raccolta che cristallizza il dolore per gli strazi di quasi due decenni – totalitarismi, conflitti mondiali e persecuzioni antisemitiche. Quando finalmente ho messo le mani sul volume, però, ho fatto qualcosa che non avevo progettato di fare. Ho evitato le parti esegetiche – cosa non così agevole, essendo che la maggior parte del volume consta di queste – e sono andato dritto alle singole poesie. Ho finto, per così dire, che Montale pubblicasse questo suo libro oggi, senza apparati, con l’intento di costringermi a saggiarne la perdurante contemporaneità (preferisco questo termine ad “attualità”). All’improvviso ho sentito la necessità di impegnarmi in una lettura “fresca”, seppure io di quel libro abbia avuto qualche frequentazione fin dai tempi del liceo; di dover leggere come leggerebbe una persona che non avesse la fortuna di esser guidato da alcuna spiegazione (si può, infatti, leggere anche con la mente di un ipotetico altro). Solo così, in un secondo tempo, l’ingente apparato ermeneutico – cappelli e note del più vario contenuto (lingua, stile, metrica, circostanze storiche, sottotesti etc.) – mi sarebbe venuto incontro in tutta la sua novità e in tutta la sua importanza.

L’esperienza diretta della Bufera e altro, anche per un lettore già abituato alla poesia e amico dell’opera montaliana, si dimostra operazione esigente. A esser precisi, esperienza diretta non si dà, perché la Bufera e altro non si lascia raggiungere immediatamente, ma pretende lettori che siano disponibili a un’iniziazione. Non sto dicendo che è un libro difficile o oscuro – due categorie, quelle di difficoltà e di oscurità, che la critica ha utilizzato, alternativamente, per classificare la voce di Montale: difficile ma comprensibile; oscuro e pertanto impenetrabile. Sto dicendo che La bufera è un libro enigmatico.

L’enigma è, tradizionalmente, la forma retorica del dio (l’Apollo dei Greci, per esempio). Il dio dice ma quel che dice – ovvero la verità – non è immediatamente intelligibile. La rivelazione non comunica, bensì annuncia, perché è atto intellettuale prima che espressione semantica. L’annuncio, pertanto, trasposto in forma umana, può verbalizzarsi in segni che solo indirettamente e allusivamente traducono il pensiero divino. Occorrerà, quindi, che qualcuno interpreti l’enigma, un vate o un sacerdote (maschio o femmina). Senza l’aiuto di un interprete il mortale che riceve il messaggio si confonde, cadendo nella contradditoria necessità di continuare a non sapere nel momento stesso in cui riceve conoscenza.

Nel sistema linguistico e sociologico della Bufera si riconoscono entrambe le funzioni: quella del dio annunciante (replicato qua e là nel suo doppio femminile preferito, Clizia) e quella del devoto confuso. La prima corrisponde a una dizione esibitamente alta, risolta, tutto sommato, nell’esercizio di un lessico quanto più prezioso possibile (per rarità o per aulicità) o impreziosito (per collocazione e, dunque, per contrasto con gli elementi vicini, la callida iunctura di Orazio, il poeta antico che Montale più ricorda). Un esempio: «brillava la pescaia tra gli stacci / dei renaioli, a tuffo s’inforravano / lucide talpe nelle canne, torri, / gonfaloni vincevano la pioggia, / e il trapianto felice al nuovo sole, / te inconscia si compì» (Il giglio rosso). Un altro: «Quando di colpo San Martino smotta / le sue braci e le attizza in fondo al cupo / fornello dell’Ontario» (Iride). Uno stile simile sembra erompere da un inarrestabile pullulare di metafore. Di fatto, però, la metafora montaliana non deriva da altro che l’utilizzo del sinonimo prezioso. Nella sostanza, è descrizione, trascrizione di dati di realtà, più o meno rintracciabili.

Il bello, se così posso dire, è che nella Bufera profeta e devoto, sapiente e in-sipiente, coincidono nel personaggio dello stesso poeta; parlano nello stesso spazio, alternandosi, mischiandosi, contendendosi il primato. In questo cozzo o schizofrenia ho trovato la contemporaneità che andavo cercando: una voce che sa e non sa, che afferma e dubita, sicura e brancolante, lirica e prosastica. Osserviamo il seguente incipit: «Come la scaglia d’oro che si spicca / dal fondo oscuro e liquefatta cola / nel corridoio dei carrubi ormai / ischeletriti, così pure noi / persone separate per lo sguardo / d’un altro? È poca cosa la parola…» (Personae separatae). Momento davvero paradigmatico: una sequenza disorientante di emblemi, in un linguaggio consapevolmente artistico, e poi, inattesa, la constatazione di una realtà opposta, che la lingua non valga.

La verità, insomma, è lì davanti, ma che farne? Come leggerla? La bufera ci sfida appunto alla lettura, montando e rismontando di continuo le sue certezze. Per questo è e vuole essere enigmatica, e deve esser presa come enigma. Anzitutto, leggendo, dobbiamo sforzarci di capire i suoi versi, il suo senso, ma l’interpretazione della poesia, di questa poesia, sta simbolicamente per la decifrazione del mondo e della storia in cui siamo immersi tutti, uno per uno. Ecco la grande lezione: che nessuna vita può sottrarsi alla responsabilità di capire. Così, Montale ha elevato la cronaca personale alle altitudini del rito sacro. La vita di ciascuno diventa una missione, la cronaca un destino, cui andare incontro o negarsi; una vicenda, comunque, dotata di un significato segreto. Un gesto, uno sguardo, un momento della giornata si sottraggono al transeunte, mitizzandosi nelle fasi di un culto. Nessun altro poeta italiano ha saputo rappresentare con altrettanta musicale presunzione il fato di essere chi si è, all’interno di un ordine che sfugge sempre; e i doveri che questo impone.

Il commento, rispondendo direttamente alla natura misterica del testo, è una magistrale prova di auscultazione e di partecipazione, su molteplici livelli. Suo compito precipuo è la decodifica del sistema. E per questo anzitutto “spiega Montale con Montale”. L’enigma della Bufera, infatti, si costruisce per memorie interne, richiami anche ai libri precedenti del poeta, comprese le prose letterarie e la corrispondenza. Ci sono poi le memorie intertestuali, cioè i rinvii ad altri poeti o prosatori, italiani e stranieri. La Campeggiani si muove con elegante disinvoltura in tutte le direzioni, offrendo contributi originali, risolvendo vecchie cruces e tenendo conto di quello che la critica montaliana – vastissima – ha già stabilito, non senza rinunciare al diritto di rettificare qua e là conclusioni già consolidate.

Il pericolo maggiore di un commento è la frammentarietà; mostrare ogni albero, ogni foglia, e non la foresta. Il commento Campeggiani-Scaffai riesce, invece, anche a evidenziare continuità “romanzesche” e unità tematiche sotto la varietas delle sue puntualissime note.

Chi abbia la ventura di consultarlo troverà moltissime risposte, ma sarà invitato alla fine a porsi anche un fondamentale interrogativo: a chi parla, fuori dalle scuole e dalle accademie, la poesia dei grandi poeti nel mondo d’oggi?

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