Interventi

La bulimia delle regioni nell’iter delle autonomie differenziate

di Claudio De Vincenti


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3' di lettura

Come giudicheremmo una situazione in cui il potenziamento di un’arteria autostradale o stradale essenziale per consentire alle imprese emiliane di esportare le loro merci passando attraverso il territorio lombardo venisse impedito da un veto della Regione Lombardia? O quella in cui fosse un veto della Regione Emilia Romagna a rendere più difficoltoso il rifornimento di materie prime per le imprese lombarde dai porti dell’Adriatico?

E che giudizio daremmo di un impedimento a costruire un elettrodotto essenziale per l’approvvigionamento energetico di Emilia e Lombardia dovuto a un veto della Regione Veneto? O del blocco da parte della Lombardia della costruzione di impianti di produzione di energia essenziali per l’equilibrio del sistema energetico delle altre Regioni? O ancora di un veto del Veneto nei confronti di un potenziamento di tratte ferroviarie che consentano l’attraversamento del territorio regionale da parte di passeggeri e merci da altre Regioni?

Le trattative in corso

Possono sembrare situazioni impossibili. È invece quanto accadrebbe - in base alle delibere regionali e alle bozze che sono filtrate dalle “segrete stanze” del negoziato - se nelle intese sull’autonomia differenziata che il governo sta trattando venissero accolte le richieste di Lombardia e Veneto e dovessero estendersi anche all’Emilia Romagna. In una singolare bulimia di poteri, le due Regioni si sono spinte infatti a pretendere di avere competenza esclusiva sulle procedure di autorizzazione delle infrastrutture di interesse nazionale (sic!) che ricadono nei loro territori, fino a rivendicare il loro trasferimento al demanio - cioè alla proprietà - regionale. Ma la bulimia, come è noto, è una patologia autolesionista: se dovesse essere soddisfatta avrebbe conseguenze economiche e sociali disastrose - come è evidente dagli esempi che ho fatto, e ce ne sarebbero molti altri - per quelle stesse Regioni, o meglio per i loro cittadini (oltre che per quelli di tutte le altre).

E purtroppo quella patologia ha investito non solo la materia delle infrastrutture, ma un po’ tutte le altre. Si spiega così la richiesta di potestà legislativa in materia di Valutazione di impatto ambientale (Via) e di Autorizzazione integrata ambientale (Aia) o in materia di equivalenza terapeutica dei farmaci, da cui deriverebbe una illogica frammentazione di criteri di valutazione che avrebbe effetti di potente disincentivo a investire nel nostro Paese. O la singolare rivendicazione di potestà legislativa sulle modalità di valutazione del sistema educativo, quando il problema che abbiamo oggi è caso mai la loro omogeneizzazione a livello nazionale. O ancora la richiesta del passaggio nei ruoli regionali del personale della scuola e della sanità, prevedendo contratti integrativi regionali e segmentazione delle carriere, con effetti di frantumazione di due dei principali servizi di cittadinanza del nostro Paese. O ancora la pretesa di competenze esclusive in materia di urbanistica e tutela del paesaggio, quasi che il delicato profilo della laguna di Venezia o la poesia dei monti sorgenti dall’acque del lago di Como, per fare due soli esempi, non fossero patrimonio di tutti gli italiani.

Il rivendicazionismo regionale

Potrei continuare a lungo, ma andrei ben al di là dei limiti di questo articolo, tanto ampiamente si è dispiegato questo scriteriato rivendicazionismo regionale nelle bozze che sono in discussione: dalle politiche del lavoro al commercio estero fino ai rapporti internazionali. È urgente e assolutamente necessario tornare al buonsenso del dettato costituzionale, che non a caso parla di «particolari» forme di autonomia nel quadro della «Repubblica, una e indivisibile»: forme di autonomia volte cioè a migliorare l’efficienza dei servizi erogati alla popolazione, ossia le modalità della loro organizzazione, non a creare un ginepraio di veti incrociati, di strane riserve di caccia e di velleitarie ambizioni.

E tornare al principio costituzionale del coordinamento della finanza pubblica, prevedendo che l’esercizio effettivo da parte delle Regioni delle competenze che verranno loro trasferite deve seguire, non precedere, la definizione dei fabbisogni standard su tutto il territorio nazionale. Ed espungendo dalla determinazione dei fabbisogni standard il riferimento richiesto dalle Regioni al «gettito dei tributi maturati sul territorio regionale»: per definizione, i fabbisogni dipendono dalla popolazione residente e dalle sue caratteristiche (composizione per età, incidenza della povertà, etc.), mentre la capacità fiscale non c’entra nulla.

Trasparenza e correttezza

E infine tornare alla trasparenza e alla correttezza istituzionali, sottoponendo ognuna delle bozze di intesa al parere preventivo della Conferenza Stato-Regioni-Autonomie locali - a garanzia di parità di trattamento per tutti i soggetti costitutivi della Repubblica - e portandola poi alla libera valutazione delle Camere. Il Parlamento, quale depositario della sovranità popolare, non deve essere messo nella condizione di “prendere o lasciare”, perché la sua è voce dirimente in una materia così delicata per il futuro dei cittadini italiani.

Professore ordinario di Economia politica, Università La Sapienza di Roma, già ministro per la Coesione territoriale e il Mezzogiorno e presidente del Comitato banda ultralarga

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