metallurgia

La burocrazia rischia di far chiudere la Portovesme (Glencore)

di Davide Madeddu

Portovesme (Olycom)

2' di lettura

La procedura per la fermata del forno Waelz è partita. Domenica alle 14, con l’avvio del secondo turno, gli operai della Portovesme Srl controllata dalla Glencore hanno avviato la fase di svuotamento dell’impianto che brucia i fumi di acciaieria nello stabilimento del Sulcis. Un lavoro propedeutico (cui segue il raffreddamento e spegnimento) alla fermata che, comunque, “avverrà in maniera graduale per evitare choc termici ed eventuali danni”. Il forno lavora i fumi di acciaieria ed è considerato il “capo catena del processo elettrolitico”. «E’ il cuore dell’intero impianto – spiega Nino D’Orso, segretario provinciale della Femca Cisl – è chiaro che questo procedimento ci preoccupa parecchio, perché qui non siamo davanti a una crisi aziendale ma rischia di saltare tutto per lungaggini autorizzative».

Il punto nodale della vicenda è la discarica. Ossia il sito dove finiscono anche i residui di lavorazione della blenda da cui si ricava lo zinco. Attualmente la Portovesme (fatturato di circa 500 milioni di euro, una produzione di 150mila tonnellate annue di zinco, 65mila di piombo, 200mila di acido solforico, 3mila di rame, 200 d’argento e una d’oro), garantisce lavoro a 673 dipendenti diretti e 520 delle imprese d’appalto e conferisce i residui di lavorazione “inertizzati” nel sito di Genna Luas (in comune di Iglesias). Una discarica in fase di completamento che, come rimarcano dall’azienda, ha una durata di circa un altro anno. In corso c’è l’iter autorizzativo per la realizzazione di una nuovo sito (nel confinante comune di Carbonia) per cui è previsto un investimento da 25 milioni e «l’impiego di tecnologia all’avanguardia (l’obiettivo è impiegare strumenti capaci di catturare il massimo dei metalli presenti con la possibilità di portare in discarica scarti vetrificati e inerti) accompagnata da ricerca scientifica».

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«Il problema è che la procedura avviata a settembre subisce costantemente dei rallentamenti, la conferenza dei servizi nell’ultima seduta è stata aggiornata per integrazioni - spiega Salvatore Cappai della Filctem regionale - naturalmente i ritardi si ripercuotono a cascata su tutta la filiera produttiva. E’ chiaro che l’avvio della fase di spegnimento ci preoccupa parecchio e sarà necessario trovare soluzioni anche per i lavoratori». Proprio i ritardi e il tempo dilatato hanno spinto da tempo sia i dirigenti dell’azienda sia le organizzazioni sindacali verso la mobilitazione. «L’azienda ci ha convocato per comunicazioni urgenti – spiega ancora D’Orso – e ha spiegato che sono state chieste ulteriori delucidazioni. Nel corso dell’incontro è stato rimarcato che i tempi per la pratica sono abbastanza contingentati e che in mancanza di soluzioni il rischio di una fermata è tutt’altro che remoto».

Già dai prossimi giorni sono previsti una serie di incontri tra le organizzazioni sindacali finalizzati al rilancio della mobilitazione. «Il nove ci sarà un coordinamento sindacale per affrontare la vicenda - spiega Fabio Enne, segretario generale Cisl del Sulcis Iglesiente - è chiaro che non ci si può permettere che a causa di rinvii e lungaggini burocratiche un’azienda che produce, come la Portovesme, si possa fermare».

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