la tragedia del giovane scambiato per un cinghiale

La caccia non ha più regole? Inchiesta dopo una morte assurda

di Raffaella Calandra

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(Marka)


6' di lettura

«Il fruscio dei rami, il sibilo del vento; l'emozione di sentire la preda avvicinarsi». Quando parla della sua passione per la caccia, Andrea ripensa alla campagna, in cui viveva da ragazzo; al padre con cui ha imparato. E al piacere di quelle giornate nella natura. Ma in questi giorni, anche nel silenzio dei boschi, frequentati in questa stagione da circa 700mila cacciatori, è rimbalzata l'eco delle polemiche, dopo la morte di un diciannovenne, ucciso ad Imperia dallo sparo di un cacciatore.

Un caso, che ha fatto riaprire il dibattito sulla caccia, sulle licenze, sui controlli e sulle armi. Un caso, esploso anche con le dichiarazioni del ministro dell'Ambiente, Sergio Costa, che nell'immediatezza ha proposto il divieto ai cacciatori nei giorni festivi. Tra l'approvazione degli ambientalisti e la furia delle associazioni del mondo venatorio. Per poi essere anche bloccato dai leghisti. La caccia, tra business, armi, regole e pericoli è il tema della puntata di Storiacce, domenica 7 ottobre, ore 21 su Radio24.

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LA PUNTATA DI RADIO24: Caccia, tra passione, interessi e pericoli

Domenica, 30 settembre: Nathan Labolani, 18 anni di Apricale, in provincia di Imperia, viene ferito a morte da un proiettile calibro 300. A sparare, un cacciatore di 29 anni, mentre era in corso la caccia al cinghiale, con le squadre di Camporosso e Perinaldo. Inizialmente, si parla di un escursionista ucciso, in realtà la vittima aveva con sé un fucile - con matricola abrasa - e munizioni. E non aveva il porto d'armi. Ora Nathan diventa, stando ai calcoli del WWf, la terza vittima della caccia, nel solo mese di settembre, con le preaperture della stagione venatoria. Ma proprio sui numeri di morti e feriti, si consuma il più cruento scontro tra le opposte fazioni. Soprattutto, quando si tratta di bambini.

Secondo le associazioni venatorie riunite in una cabina di regia comune, nelle passate undici stagioni di caccia ci sono stati quattro bimbi, uccisi dallo sparo di un cacciatore. Molti di più, 14, secondo ambientalisti e gruppi di vittime della caccia. E nella stagione 2017, per Enalcaccia, le vittime complessive sono state 18. E non le «cifre fantasiose di chi inserisce anche chi cade in buche o è coinvolto in incidenti vari», obiettano. «Da sempre, loro contestano le nostre cifre, perché scomode. I nostri dossier, consultabili sul sito, sono elaborati in base a notizie di stampa», replica il vicepresidente dell'associazione vittime della caccia, Maurizio Giovannelli.

All'ipotesi di una limitazione festiva, quando monti e sentieri sono più affollati anche di escursionisti e cercatori di funghi, i cacciatori sono ovviamente molto contrari. Perché «è allora soprattutto che si pratica l’arte venatoria. E comunque, rispetto al caso di Imperia, se lo scenario cambia – perché il ragazzo non era un escursionista ed aveva armi, anche senza la licenza – cambia tutta la prospettiva», obietta il presidente di Federcaccia, Gianluca Dall'Olio.

«Un'uscita senza equilibrio, né ponderazione da parte del ministro, da cui mi sarei aspettato almeno prima una consultazione. E non un’improvvisazione epidermica, di carattere pre-elettorale», rincara Lamberto Cardia, che guida da anni Enalcaccia, dopo essere stato tra l'altro presidente Consob e magistrato. Le associazioni sono sul piede di guerra e hanno già fissato una riunione della cabina di regia, che le raggruppa, prima di chiedere incontri al dicastero dell'ambiente e al Viminale. La loro linea è chiara: disponibili a discutere tutto sul fronte della sicurezza, purché non nasca «da una demonizzazione, in atto da tempo contro i cacciatori», concordano. In realtà anche sull'ipotesi di controlli supplementari e periodici, da introdurre per chi ha già la licenza, le posizioni non collidono del tutto.

Favorevole si dice il numero uno di Federcaccia, più dubbioso Cardia, secondo cui «i controlli già ci sono e sono fatti bene. Se dopo cinque anni, devi ancora dimostrare di saper sparare, mi sembrerebbe solo un'idea per andare incontro ai gruppi anticaccia», distingue. La prospettiva, a loro parere, va riportata al rispetto delle norme, già esistenti per le battute di caccia. E anche ai fondi, che progressivamente lo Stato ha ridotto, rispetto alle quote che annualmente sono versate dai cacciatori per la licenza. «E che le associazioni usano proprio per la formazione», spiega Cardia.

A tutto questo, in realtà, va aggiunto un trend sempre più in calo dei cacciatori. Con un'età invece sempre più alta. E l’ipotesi dell' introduzione di ulteriori controlli, anche annuali, come avviene in altri Paesi e come alcuni propongono, potrebbe scoraggiare i neofiti o i vecchi iscritti.

Al momento, gli iscritti alle sette associazioni venatorie riconosciute dallo Stato sono 550mila. Solo il Viminale potrebbe dare in realtà il dato esatto dei possessori di licenza, per uso venatorio o sportivo, per il tiro al poligono. Le stime parlano di 670-700mila cacciatori. «Un trend in diminuzione», conferma Dall'Olio, in linea col resto dell'Unione europea, dove complessivamente si calcolano più di 7 milioni di cacciatori. (Un milione in Francia, 800mila in Spagna, 600mila in Inghilterra).

«Oggi la legge prevede che chiunque abbia una licenza per caccia o tiro sportivo possa avere tre armi comuni, sei armi sportive e un numero illimitato di fucili da caccia», elenca Giorgio Beretta, analista dell'Osservatorio sulle armi leggere, che cita dati dei sindacati di polizia, che stimano in «12 milioni le armi regolarmente detenute, nelle case degli italiani». Beretta definisce un “paradosso” il fatto che per avere una patente di guida si faccia un esame teorico e pratico e invece per avere la licenza per un'arma, no. «È sufficiente essere incensurati, non essere alcolisti, non soffrire di malattie mentali e farne domanda. La caccia si impara praticandola», ricorda. Con una denuncia ulteriore: «L’assenza di un obbligo di assicurazione, per tutte le licenze per armi, mentre è prevista per la caccia».

Il problema è diventato più difficile, con l'evoluzione delle armi. Sempre più potenti e a gittata sempre maggiore. Soprattutto quelle che si usano nelle battute ai cinghiali o agli animali di grossa taglia. Armi che possono coprire anche lo spazio di un paio di km e che hanno mandato ormai in pensione le vecchie carabine. Un proiettile calibro 300 è quello che ha ferito a morte ad Imperia Nathan. «In quella storia, tutte le regole della caccia sono saltate. Quando si parte, bisogna seguire le indicazioni del capocaccia e nella caccia al cinghiale restare al posto assegnato. Si può sparare solo avanti e dietro, non di lato. E poi comunque bisogna sempre indossare anche cappellini o oggetti fluorescenti, così da essere visti. Di sicuro, poi, c'è stato l'errore del cacciatore che pare abbia sparato al buio, senza cioè prima aver visto la preda», commentano ora i cacciatori, fieri nel raccontare i riti e la disciplina “ferrea” di queste battute, di cui resiste una forte tradizione soprattutto in Toscana.

Sul «ripetuto addestramento» pone l'attenzione anche Cardia, disponibile comunque anche a proposte per migliorare, nella direzione della sicurezza, la legge 157, la legge quadro che regola l'attività venatoria. E anche di questo parlerà soprattutto col ministro dell'Interno, Matteo Salvini, con cui ammette di avere «un rapporto di reciproco rispetto, paritario». Un video pubblicato da Repubblica riprendeva un incontro informale tra rappresentanti delle lobby delle armi e lo stesso presidente di Enalcaccia all'HitShow di Vicenza, prima delle elezioni. Un'occasione in cui – stando alla trascrizione di un colloquio registrato a distanza – lo stesso Cardia avrebbe chiesto al futuro ministro dell'Interno «garanzie a che non venga limitata la caccia».

«Abbiamo chiesto che i cacciatori potessero esercitare secondo le norme, senza essere perseguitati dagli anticaccia, nient'altro», racconta, smentendo la paternità di quella frase.

Il dibattito sulla caccia- e sul possesso di armi - si interseca così con quello sulla legittima difesa, in discussione in Parlamento. Ma su questo, Cardia, già magistrato e poi presidente Consob, ha una prospettiva più sfumata rispetto al ministro. «Credo che la legittima difesa sia un principio sacrosanto, ma deve essere proporzionata al rischio e al pericolo». Era un fucile da caccia, quello imbracciato dall'oste di Casaletto lodigiano, contro i ladri entrati in casi. Uno sparo ne ha ucciso uno e lui è finito sott'inchiesta. Anche Cardia si dice pronto ad usare le armi che ha in caso, in quanto cacciatore. E così l'Italia su due fronti diversi, tra la caccia e la legittima difesa, si ritrova a discutere di armi, licenze e proiettili.

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