Mostra del Cinema di Venezia 2021

«La caja», un drammatico racconto di formazione sul rapporto padre-figlio

In concorso alla Mostra del Cinema di Venezia il nuovo film di Lorenzo Vigas, regista già vincitore di un Leone d'oro. Nella competizione principale anche il francese «L'événement»

di Andrea Chimento

«La caja»

3' di lettura

Lorenzo Vigas torna a Venezia sei anni dopo la vittoria del Leone d'oro: premiato nel 2015 con «Ti guardo», il regista venezuelano è ancora in concorso al Lido con «La caja», la sua opera seconda.

Protagonista è Hatzin, un adolescente di Città del Messico, che si trova in viaggio per recuperare i resti del padre, rinvenuti in una fossa comune nel nord del paese. Mentre sta tornando, incontra casualmente un uomo fisicamente somigliante al padre, tanto da pensare, convinto, che sia davvero lui.

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Esattamente come il precedente, sopravvalutato «Ti guardo», «La caja» è un film che gioca su lunghi silenzi e su una messinscena quasi asettica, volutamente fredda e distaccata, che crea un vero e proprio ostacolo al coinvolgimento dello spettatore.

Vigas torna nuovamente a trattare il tema della paternità (affrontato fin dal suo primo cortometraggio «Los elefantes nunca olvidan» del 2004), declinandolo ancora una volta attorno a situazioni crudeli e violente.

«La caja» è un racconto di formazione su un ragazzo pieno di dubbi e speranze legati all'uomo che si trova davanti, tanto forti da decidere di seguirlo nel suo lavoro di procurare operai sottopagati per l'industria manifatturiera, sfruttando la povertà del paese ed eliminando chi sceglie di mettergli i bastoni tra le ruote.

Un bel finale, ma non basta

La descrizione psicologica del giovane protagonista è interessante, il personaggio è sfaccettato e l'attore chiamato a interpretarlo (Hatzin Navarrete) credibile al punto giusto: non servono parole, ma bastano i suoi cambi di sguardo per cogliere i tormenti interiori di un adolescente (che si credeva) orfano, disposto a tutto pur di riavere un genitore, anche seguendo il suo insegnamento tutt'altro che ortodosso.

Peccato però che la narrazione interessi solo a tratti e che ci si trovi davanti a una pellicola come tante altre, realizzata discretamente ma incapace di rimanere a lungo impressa al termine della visione.Il momento migliore è nella conclusione, intensa al punto giusto, ma non basta per dimenticare i troppi momenti altalenanti visti in precedenza.

L'événement

Sempre in concorso è stato presentato il francese «L'événement», firmato da Audrey Diwan.Ambientato nella Francia del 1963, ha come protagonista Anne, una brillante studentessa che sembra avere un futuro promettente davanti a sé. Improvvisamente, però, la sua vita cambia: quando resta incinta vede svanire la possibilità di portare a termine gli studi e sfuggire ai vincoli insiti nella sua estrazione sociale. Anne cercherà in tutti i modi di interrompere la gravidanza, anche se questo può voler dire rischiare la prigione e la salute.Adattamento del testo omonimo di Annie Ernaux, «L'événement» è un durissimo dramma sull'aborto, in grado di trasmettere agli spettatori la natura fisica dell'esperienza, con scene molto forti e capaci di scuotere.

«L'événement»

La cinepresa di Audrey Diwan segue la protagonista da vicino per tutto il tempo, ricordando lo stile dei fratelli Dardenne, del regista rumeno Cristian Mungiu (collegabile anche per un film con tematica simile, «4 mesi 3 settimane 2 giorni») e persino dell'ungherese Laszlo Nemes. Nomi importanti a cui Diwan si avvicina soltanto, alternando sequenze delicate di grande impatto emotivo ad altre eccessivamente dolorose che si potevano evitare.È indubbiamente un film sul corpo femminile «L'événement», capace di andare oltre le barriere temporali e di genere: il coinvolgimento è fortissimo, ma ci sono diverse lacune in un prodotto che sa troppo di già visto e che può risultare controverso per diverse ragioni.

Notevolissima prova della giovane protagonista Anamaria Vartolomei, che potrebbe puntare a entrare nel palmarès.

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