sondaggio tra le imprese

La Camera di commercio Ue in Cina: caos normativo, impatto del virus consistente

Quasi il 90% delle imprese Ue in Cina definisce medio alto l’impatto del coronavirus, soprattutto per il caos normativo . Lo rivela un sondaggio della Camera di Commercio Ue in Cina

di Stefano Carrer

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Un lavoratore in una fabbrica di Wenzhou

Quasi il 90% delle imprese Ue in Cina definisce medio alto l’impatto del coronavirus, soprattutto per il caos normativo . Lo rivela un sondaggio della Camera di Commercio Ue in Cina


3' di lettura

L’applicazione non uniforme - anzi frammentata, incoerente e a volte imprevedibile e contraddittoria - di regolamenti e ordinanze emerge come uno dei problemi principali che frenano la ripresa delle attività delle aziende in Cina: lo sottolinea la Camera di Commercio dell’Unione Europea in Cina sulla scia di un sondaggio su un campione rappresentativo di circa 600 imprese.

Calo a doppia cifra dei ricavi
Quasi il 90% delle risposte indica un impatto da coronavirus tra medio e alto, quasi la metà pronostica un calo dei ricavi a doppia cifra (un quarto di oltre il 20%), una su due intende abbassare i target annuali di business pur sperando in una forte ripresa nella seconda metà dell’anno. Sono dati leggermente migliori rispetto al sondaggio pubblicato la settimana scorsa dalla Camera di Commercio italiana in Cina, secondo cui il 54% delle risposte indica una diminuzione dei ricavi dal 20 al 30%. Fermo restando il riconoscimento delle gravi difficoltà che il governo cinese deve affrontare, gli ambienti imprenditoriali europei appaiono però delusi per l’implementazione non uniforme e a volte poco chiara delle regole finalizzate a prevenire l’ulteriore diffusione del virus.

«Un mosaico di regole confliggenti»
Il presidente della Euccc, Joerg Wuttke non ha esitato a parlare di «un mosaico di regole confliggenti che ha prodotto centinaia di feudi», il che rende «quasi impossibile muovere merci o persone tra le diverse parti della Cina», aggiungendo che «se il contenimento del virus è la sfida più importante, va anche priorizzata una standardizzazione delle regole tra più ampie giurisdizioni per poter rimettere in carreggiata l’economia reale». Carlo D’Andrea, vicepresidente della Euccc, osserva che i problemi di chiarezza e scarsa uniformità riguardano anche altri aspetti, dalla trasparenza delle comunicazioni alle incertezze sul perimetro di applicabilità di potenziali misure di sostegno alle imprese che la Camera stessa invoca: «È vero che alcune zone sono più colpite di altre, ma specialmente sul fronte del manifatturiero e della logistica le imprese spesso sono colpite allo stesso modo». D’Andrea cita come una questione-chiave le difficoltà di applicazione della quarantena per chi arriva da fuori e di altre misure preventive: «Le aziende sono tenute a mettere in essere tutto quanto necessario per evitare i contagi. Ma alcuni requisiti e richieste variano da zona a zona. L’obbligatorietà della quarantena può dipendere non solo da dove si ritorna al lavoro, ma addirittura dal distretto o dal singolo condominio in cui si vive». In pratica, anche se una azienda è pronta a riaprire o a riprendere l’attività in pieno, di fatto può trovarsi di fronte a problemi amministrativi e logistici per ora ancora insormontabili.

Il paracadute della solidarietà
Secondo Davide Cucino, presidente uscente della Camera di Commercio Italiana in Cina (che ha rinviato le elezioni del nuovo consiglio al 30 marzo), è significativo che le imprese straniere si siano date da fare per cercare di mettere in comune online le informazioni rilevanti: «È scattata una rete virtuale di solidarietà. E l’atteggiamento generale è quello di voler rimanere e risollevarsi». Per Wuttke, infine, il “sentiment” a lungo termine potrebbe non essere mai più lo stesso: questa crisi potrebbe generare mosse per una diversificazione produttiva in Cina o in altre regioni: il coronavirus, a suo parere, dovrebbe rappresentare per la Cina un campanello di allarme per accelerare su una ulteriore apertura del suo mercato.

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