governance e rappresentatività

La campagna permanente che mina il paese

di Carlo Carboni

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3' di lettura

Il malessere e l’instabilità della politica italiana si sono manifestati, almeno dalle elezioni del 2018, con una democrazia in campagna elettorale permanente, che ha reso cauti e oltremodo indecisi i governi e incendiarie le opposizioni.

Clima e percorso della manovra finanziaria ne sono un esempio: la conflittualità elettorale si è abbinata con decisioni frammentate, corrette e ricorrette; con scelte, alla fine, troppo limitate all’”ordinario” per poter impostare percorsi di recupero dei ritardi del Paese. Il rinvio al nuovo anno di una direzione di governo, tra l’altro, corre sul crinale di possibili prossime elezioni politiche. Questo clima elettorale permanente, reso incandescente dalle scadenze elettorali amministrative (ormai quadrimestrali), ha galvanizzato le esuberanze dell’opposizione, per poi registrare le enigmatiche scosse civico-sociali delle Sardine, che, in opposizione alle opposizioni, si diffondono contro la politica intesa come conflitto e come cesarismo digitale.

In questa incertezza stagnante, da clima elettorale permanente, sono esplose esagerazioni e distorsioni, che si addicono a un mood di discordia elettorale, ma per nulla a un metodo di governo democratico. Il governo, impegnato in una delicata manovra finanziaria, è costantemente distratto dalle mosse sullo scacchiere elettorale, da parte delle forze politiche di maggioranza, dell’opposizione e anche delle opposizioni alle opposizioni. La democrazia si riduce a un clima avvelenato da costante competizione politica, infarcita di polemiche acuminate. Ignorando un fatto fondamentale. La democrazia non significa solo elezioni. È un metodo di governo. La forza di stati, da tempo repubbliche democratiche, come Stati Uniti e Francia, risiede nella convinzione che il momento elettorale è finalizzato a creare un esecutivo che deve governare e su quella base sarà giudicato a scadenza di legislatura. Al contrario, nei Paesi europei di seconda e terza ondata democratica (Grecia, Italia e Spagna) l’enfasi è totalmente posta sul momento elettorale, a discapito di una lucida guida del Paese.

La politica in campagna elettorale permanente produce governi deboli, destabilizza e restringe il mercato politico (astensionismo in aumento, crollo degli iscritti e dei tassi di fiducia nei partiti). Il cuore di questo malessere politico è la frattura tra potere e autorità, che è la matrice del discredito sociale verso i partiti e della spoliticizzazione della società. È la cifra che contraddistingue l’odierna crisi di rappresentanza, con i politici che non sono più rappresentanti, ma intermediari di un telaio di interessi in funzione del proprio tornaconto. La legittimazione sopravvive con basso grado di rappresentanza. La campagna elettorale diventa permanente e i “tecno-mistagoghi” la fanno da padrone tra partiti “senza anima”.

La separazione tra autorità e potere è stata prodotta da un duplice movimento sociale. Da un canto, a partire dagli anni 80, come scriveva Christopher Lasch (2001), una cultura autoreferenziale e un mood di rivolta elitaria si sono diffusi tra le élite occidentali; si sono dilatati i simboli di distinzione e di secessione delle élite da una massa tanto frammentata da sembrare “liquida”. Le élite politiche hanno iniziato a tagliare i ponti con la gente comune e poi hanno fatto orecchie da mercante alle sue aspettative. Dall’altro canto, soprattutto, dopo essere sprofondati nella grande crisi economica recente, parte dei cittadini si è rivolta ai capi della protesta, contro il “tradimento” delle élite democratiche: populismi, leader-pigliatutto e un popolo frantumato in pubblici. Tutti in permanente conflitto elettorale. Ovunque in Europa, parte della popolazione, rimasta intrappolata nel tunnel della recente crisi economica, ha dato vita a movimenti di protesta contro le rappresentanze tradizionali, con l’aspettativa di essere diversamente rappresentata da nuovi partiti (da Podemos al M5S, dal Ukip/ Brexit Party alla Lega per Salvini, dal Front National alla Vox di Abascal). Balla il tradimento della sovranità popolare e la voglia di rispondere dal basso alla crisi di rappresentanza.

La politica in campagna elettorale permanente getta benzina sul fuoco già vivo tra élite politiche e cittadini. Ha come protagonisti politici persuasori, intercettatori e artefici di percezioni sociali distorte, buoni per vincere le elezioni, ma quasi mai per governare. Una triste realtà che lascia il Paese in deficit di guida stabile, di amministratori competenti, di bravi negoziatori e decisori; al contrario, gli eccessi “di parte” prevalgono sulla competenza, sulla necessità di realizzare una politica industriale e di crescita, per i giovani e il lavoro.

Ridurre la democrazia al momento elettorale non solo crea governi che sbandano tra utopie sovraniste e cautele eccessive, ma rende la stessa politica schiava delle emozioni e delle percezioni distorte dei pubblici. Campagna elettorale permanente fa rima con spoliticizzazione della gente.

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