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La campagna populista di Trump tra complotti cinesi e negazionismo

La pandemia ha cambiato le prospettive per le elezioni. All’improvviso il presidente non può più contare sull’economia. I sondaggi lo penalizzano

di Riccardo Barlaam

Trump pensa a test nucleare, messaggio a Russia e Cina

La pandemia ha cambiato le prospettive per le elezioni. All’improvviso il presidente non può più contare sull’economia. I sondaggi lo penalizzano


5' di lettura

La mascherina è diventata un fatto ideologico negli Stati Uniti di Donald Trump: se sei un patriota non la indossi. Il distanziamento sociale e il lockdown sono una limitazione alla libertà individuale scritta su pietra nella Costituzione americana: da qui le proteste in piazza degli ultrà di estrema destra con le armi in mano per la riapertura degli Stati, quelli che il presidente chiama «i bravi cittadini».

Così, in un crescendo surreale, seguendo le più strambe teorie complottiste, il “virus cinese” sarebbe stato creato ad arte per attaccare l’America. Il vaccino non serve. Per battere il Covid 19 basterebbe un’iniezione di detergente disinfettante. Trump prende l’idrossiclorochina in via precauzionale da quando si sono infettati due collaboratori alla Casa Bianca, in barba allo studio scientifico pubblicato da Lancet che sancisce l’aumento della mortalità per arresto cardiaco nei pazienti affetti da Covid-19 trattati con l’antimalarico.

Le decine di slogan no vax e il negazionismo del commander in chief farebbero sorridere in altri momenti, se gli Stati Uniti non guidassero tragicamente la classifica mondiale per numero di morti, saliti verso i 100mila in queste ore, e casi accertati. Seguiti, al secondo posto ormai, dal Brasile di Jair Bolsonaro, altro leader negazionista, grande amico del tycoon tanto da meritarsi il soprannome di “Trump dei Tropici”.

Il coronavirus ha cambiato tutti i piani e le strategie elettorali L’economia record dei primi tre anni della presidenza è finita in una crisi che è la peggiore dalla Grande Depressione. Trump, in difficoltà nei sondaggi, corteggia i suoi sostenitori sposando le teorie più estreme e aumentando gli attacchi contro la Cina, così come le accuse contro il suo predecessore e il fiume di veleno e di scandali che verranno tirati fuori da qui fino alle elezioni contro il suo rivale Joe Biden.

«“Sleepy Joe” non ci può portare alla grandezza. È la ragione per cui sono qui» ha twittato sabato mattina 23 maggio dal suo campo da golf in Virginia dove è tornato a giocare dopo due mesi, nonostante i 100mila morti del coronavirus. I temi divisivi usati con successo durante la presidenziali del 2016 appaiono incongruenti nella realtà attuale con la contraddittoria risposta del governo alla peggiore crisi sanitaria ed economica del dopoguerra. Il contesto è totalmente diverso rispetto alla battaglia contro Hillary Clinton, e ciò che la candidata democratica rappresentava agli occhi degli americani delusi dal potere di Washington.

Con l’emergenza coronavirus il presidente e il vice presidente Mike Pence sono stati costretti a rivedere tutto il programma dei viaggi elettorali. Si sono concentrati sugli swing states, quelli dove i due candidati sono vicini e dove probabilmente si deciderà la sfida per conquistare la Casa Bianca. Le visite a fabbriche e ospedali si sono trasformate in occasioni di propaganda elettorale.

Trump la scorsa settimana ha visitato la fabbrica Ford di Yspilanti in Michigan, riconvertita temporaneamente alla produzione di ventilatori. Due settimane fa aveva visitato due fabbriche, a Phoenix, in Arizona, dove si producono mascherine e un centro di distribuzione di prodotti medicali ad Allentown, Pennsylvania. Pence nel frattempo ha visitato una casa di riposo a Orlando in Florida ed è stato in Iowa, Minnesota e Wisconsin.

Tutti i viaggi presidenziali sono accomunati dai cortei di auto salutati per strada dai sostenitori con i cappellini Maga e le bandiere americane sventolate, dai toni da campagna elettorale con il sottofondo musicale dei comizi nelle arene di Trump. I messaggi sono sempre gli stessi: la spinta a riaprire gli Stati e a far ripartire l’economia, nonostante le indicazioni delle autorità sanitarie a rispettare le linee guida federali contro la pandemia, condite qua e là con attacchi a Biden e alla Cina, colpevole di tutti i mali.

Alla Ford c’è stato, di nuovo, un teatrino sulla mascherina. Trump ancora una volta, come aveva fatto in Arizona, nel suo solito impeto negazionista si è rifiutato di indossarla davanti alle telecamere: «Non voglio dare il piacere ai giornalisti di vedermi indossarne una», ha detto. Nonostante l’ordine esecutivo della giovane governatrice del Michigan Gretchen Whitmer, una democratica, che obbliga tutti a indossarla in pubblico. E nonostante l’invito arrivato dal padrone di casa Bill Ford durante la visita agli stabilimenti: tutte le persone che lo accompagnavano, compresi i vertici aziendali, avevano la mascherina.

Trump però è stato obbligato a indossarla la maschera (colore blue navy ma qualcuno ci ha visto anche il colore democratico) «durante la visita privata alla Ford Gt», come informa una nota della casa automobilistica, e una foto è sfuggita.

Nel giorno in cui i dati del suo governo sancivano che in America ci sono ormai quasi 40 milioni di disoccupati per il coronavirus, Trump indomito ai lavoratori della Ford ha ripetuto il suo ritornello che «il paese è pronto per una ripresa epica. Ci sarà una ripresa incredibile. Guardate: sta già avvenendo».

La narrativa anti sistema di Trump oggi non risuona allo stesso modo, appare distonica come un cembalo stonato. Molti americani non ci credono più: in mezzo ci sono 100mila morti e 40 milioni di disoccupati che raccontano un’altra storia e un’altra America.

Più diminuisce il gradimento di Trump nei sondaggi e più aumentano i veleni e la retorica elettorale. E chissà cosa altro succederà da qui al 3 novembre. Da metà marzo Joe Biden chiuso nel suo seminterrato ha superato Trump nelle intenzioni di voto degli americani.

L’ultimo sondaggio Quinnipiac mostra il candidato democratico avanti di 11 punti sul tycoon su base nazionale. Il tasso di disapprovazione degli americani per l’operato di Trump durante la pandemia è salito al 56% dal 51% di inizio aprile. Persino un sondaggio di Fox News, la tv più vicina alle posizioni del presidente, vede in vantaggio Biden di 8 punti, con il 48% delle preferenze degli americani rispetto all’inquilino della Casa Bianca fermo al 40%. Un mese fa lo stesso sondaggio dava i due candidati testa a testa al 42%.

Per tentare di recuperare, Trump ha detto che riprenderà presto i suoi rally elettorali, i comizi veri della sua campagna in mezzo alla gente. E non più di sfruttare le visite alle fabbriche come occasioni elettorali, «a spese dei contribuenti» come lo accusano i democratici. Vuol fare il vertice G-7 a Washington - gli Stati Uniti hanno la presidenza di turno - a fine giugno, con la presenza fisica dei leader dei sette Grandi. Ipotesi che secondo quanto trapela dagli ambienti diplomatici non sarebbe vista di buon grado da alcuni leader, come la cancelliera Angela Merkel. Sarebbe un palcoscenico ideale per rilanciare anche la sua immagine appannata anche sul piano internazionale.

I rally elettorali di Trump riprenderanno dopo il 4 luglio secondo il suo staff. I primi saranno in Florida e in Georgia. Ma all’aperto, negli stadi e nelle arene, senza mascherine e probabilmente senza fare troppa attenzione al distanziamento sociale. Pazienza se la Cdc, la massima autorità federale in materia di sanità pubblica, avvisa del pericolo di un ritorno, dato per certo, della pandemia in autunno.
Un autunno elettorale che si preannuncia molto caldo.

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    Riccardo Barlaamcorrispondente da New York

    Luogo: New York, USA

    Lingue parlate: inglese, francese

    Argomenti: economia, finanza e politica internazionale

    Premi: Premio Baldoni (2008), Harambee (2013), Overtime Film Festival (2017)

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