intervista

«La carestia peggiore dal 1945». L’allarme Africa della Croce Rossa

di Angela Manganaro


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Madre somala con il suo bambino

3' di lettura

Mentre il mondo ascolta con timore la guerra di parole fra il presidente Trump e la Nord Corea e gli sviluppi poco amichevoli tra Stati Uniti e Russia su Siria, sorte di Assad e armi chimiche, l’Africa affronta in silenzio «la carestia più grave dal 1945». Se si tira una linea che parte dal Nord della Nigeria, tocca il lago Chad, quindi Sud Sudan e arriva in Somalia, si ha un’idea almeno geografica delle migliaia di uomini, donne e bambini annientati dalla mancanza di cibo e di acqua nelle zone centrali e orientali del continente. La linea di fame e sete continua in Yemen, Paese devastato dalla guerra civile e regionale che va avanti dal 2015 ma nasce dalle rivolte del 2011.

Mentre ancora qualcuno dibatte il se, il cambiamento climatico è qui un fatto compiuto, le conseguenze devastanti, racconta da Abidjan Francesco Rocca, presidente della Croce Rossa italiana e vicepresidente della Federazione internazionale di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa.

Francesco Rocca è in Costa d’Avorio per la conferenza panafricana che si tiene ogni quattro anni e chiude oggi, si intitola «Investire in Africa», dà l’idea di progetto, le organizzazioni umanitarie sono invece state costrette a trattare un’emergenza mondiale, un’ecatombe silenziosa. Mentre parliamo al telefono con il presidente Rocca, l’alto commissiario Onu per i rifugiati Filippo Grandi incontra il ministro degli esteri tedesco Sigmar Gabriel a Berlino. Su Twitter aumentano i post con la parola «famine». Che non è solo mancanza di cibo ma soprattutto di acqua potabile.

L’Onu ha lanciato il numero spaventoso: 20 milioni di persone a rischio. Stavolta quattro Paesi contemporaneamente sono colpiti da carestia e siccità. E adesso inizia l’estate, la stagione delle migrazioni.

In questi giorni abbiano discusso di come rafforzare il nostro sistema di aiuti nelle zone di origine, transito e arrivo e anche di strategie di comunicazione: vogliamo far capire che l’Europa non è l’Eldorado che molti si aspettano. Vorrei però precisare che questi venti milioni non sono tutti alle nostre porte. La maggior parte muore di fame. Tutti i discorsi che si fanno in Europa sono adesso in chiave sicurezza invece moltissimi muoiono qui e la soluzione sarebbe semplice: un piano straordinario di aiuti che nessuno sembra intenzionato a varare. I governi europei non fanno nulla, i governi africani fanno quello che possono. Il tema viene presentato in modo falsato solo in chiave sicurezza: finora gli arrivi del 2017 sono più o meno uguali ai primi tre mesi del 2016: circa 16-17 mila. Le rotte rimangono quelle tradizionali, le coste libiche prima di tutto, non vedo un trend di arrivi che aumenterà molto quest’anno.

Il disinteresse per l’Africa, conseguenza anche del ripiegamento in se stesse delle società occidentali, con la nuova Casa Bianca che da poco ha deciso di tagliare i programmi di aiuti internazionali, si unisce a una diffusa ignoranza. Rocca spiega la differenza tra Africa occidentale e orientale e l’importanza di governi locali stabili che diano almeno una prospettiva: chi ha un minimo di speranza resta, non si avventura sui barconi.

Ci sono paesi poveri come Kenya ed Etiopia, il primo a nord soffre la stessa carestia della Somalia, eppure da lì non si scappa. Perché chi vede anche un minimo miglioramento, anche lento ma progressivo, decide di restare. I migranti cosiddetti economici sono davvero solo una parte del problema.

Africa devastata dalla carestia: 20 milioni a rischio

Africa devastata dalla carestia: 20 milioni a rischio

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In Somalia la situazione più disperata: c’è Boko Haram (i terroristi islamisti versione africana del califfato) e c’è la carestia.

La carestia si salda al terrorismo e ai gruppi radicali che ora usano colpire operatori umanitari come tattica militare per creare sconforto e panico. Lo vediamo in Siria e accade anche qui. Terroristi e gruppi armati impediscono sistematicamente il soccorso umanitario in zone già decimate dalla fame.

La Somalia è il caso limite, la realtà in altri casi è più complicata: l’Uganda è il Paese che nel 2014 ha varato una legge che prevede la galera per gli omosessuali ma è anche il secondo Paese che accoglie più rifugiati dopo il Kenya.

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