capitali e innovazione

La carica di 250 startup a caccia di fondi per crescere

di Monica D'Ascenzo e Elena Delfino


Le novità del Venture Capital & Startup Summit

4' di lettura

I finanziamenti ci sono, ma non troppo. Le normative e la fiscalità sono adeguate, ma potrebbero essere meglio. Le idee per nuove startup ci sono, ma sono spesso non scalabili. L’ecosistema si sta evolvendo, ma non è maturo. Il bilancio emerso ieri nel corso dell’Italian venture capital & startup, organizzato dal Sole 24 Ore in collaborazione con Venture Up di Aifi, è a luci ed ombre. Il risultato, però, è che Milano si colloca solo al decimo posto in Europa fra le città hub per le startup, secondo la classifica Eu-startup, mentre la Spagna, ad esempio, posiziona Barcellona e Madrid al quinto e sesto posto.

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«Negli ultimi quattro anni lo Stato ha fatto quello che il mercato fatica a fare: si è impegnato a creare le startup, tanto che con Smart&Start Invitalia ha contribuito a crearne 848. Il problema che oggi dobbiamo risolvere è quello di far crescere queste startup, visto che su oltre 8mila imprese innovative solo l’1,1 per cento fattura più di 2 milioni di euro. Per recuperare il gap che ancora separa l’Italia dagli altri Paesi bisogna trovare il modo per favorire il cosiddetto “secondo round”delle startup, cioè la raccolta di nuovi capitali per consolidarne e accelerare la crescita. Come facciamo con Invitalia Ventures, che proprio da quest’anno gestisce un nuovo fondo, Italia Venture II, destinato alla crescita dimensionale delle piccole imprese italiane e non solo quelle tecnologiche» ha osservato Domenico Arcuri, ad di Invitalia.

Anche Cdp ha fatto la sua parte: «In tre anni Cdp ha investito 5oo milioni di euro per l’innovazione e il venture capital. Abbiamo cercato di lavorare soprattutto su due gap del corporate venture capital italiano, il technology transfer e il secondo giro di investimenti che cercano le startup. Oggi nei nostri programmi c’è anche l’apertura di un innovation center a San Francisco per supportare le eccellenze italiane dell’imprenditoria e della ricerca» dichiara Leone Pattofatto, presidente di Cdp Equity.

La carica di 250 startup a caccia di investitori

La carica di 250 startup a caccia di investitori

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Ruolo senz’altro importante quello giocato dal “pubblico” anche per i fondi di venture capital intervenuti ieri, come Vertis, Innogest e United Ventures, ma per far decollare definitivamente l’industria è necessaria la maturazione di tutto il sistema perché si crei una rete a supporto delle startup che non sia fatta solo di capitali. In questa direzione opera, ad esempio Mastercard, il cui country manager in Italia, Michele Centemero, ha osservato: «I tempi tipici dell’investimento di un fondo sono lunghi, la finanza è necessaria ma poi serve l’implementazione del progetto. Con il programma globale StartPath vogliamo coinvolgere le startup e creare un network globale di innovatori che supporteranno il futuro del commercio. Per questo il 15 luglio lanceremo una call for ideas che ci porterà poi all’Innovation forum previsto per ottobre, per coinvolgere startup italiane nel nostro programma internazionale».

In occasione dell’evento, ieri, sono stati organizzati 400 incontri tra 256 startup e 25 investitori proprio per avviare un dialogo. Che sia proficuo, lo dirà il tempo

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E il ruolo delle corporate non è certo secondario per lo sviluppo dell’industria delle società innovative. «In Italia il fabbisogno annuo di capitali per le startup è di un miliardo di euro, ma per il 75% non è coperto né da operatori specializzati né da banche. Il funding tramite venture capital è 10 volte inferiore alla media UE» osserva Luca Pagetti, responsabile finanziamenti di Intesa Sanpaolo Innovation Center, aggiungendo: «Il gruppo Intesa Sanpaolo utilizza un modello di due diligence tecnologica a supporto della valutazione creditizia delle startup, basato sulle metriche di valutazione del venture capital che ha consentito di aumentare la quota di mercato di nuove imprese finanziate con il fondo centrale di garanzia dal 9% al 21%».

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Ci sono, poi, aziende non specializzate che per avvicinarsi all’industria usa dei “mediatori” «Edison non aveva ancora le competenze per selezionare e valutare le startup, abbiamo cercato fondi di investimento specializzati nel nostro settore, con focus su Smart Energy, Smart Building & Industry, New Mobility, e lo abbiamo trovato all’estero con Idinvest. Vogliamo costruire una strategia dell’innovazione che ci permetta di individuare le aree in cui le startup ci sono funzionali, per non correre il rischio di soffocarle. Abbiamo tre direttrici: ricerca e sviluppo, open innovation e digitale, in tutte vediamo ampie possibilità di collaborazione con le università» sottolinea Giovanni Brianza, executive vice president strategy, corporate development and innovation di Edison.

E anche Poste Italiane guarda con interesse alle opportunità offerte dal mondo delle startup, non escludendo di poter investire nel loro capitale nel futuro: «Siamo arrivati alla creazione di un digital hub che occupa in pianta stabile 400 persone provenienti da tutte le funzioni aziendali. Finora non abbiamo effettuato investimenti in startup e d’altra parte come Poste Italiane possiamo collaborare con aziende che abbiano tre anni di bilancio. La sfida che dobbiamo affrontare è un cambiamento culturale interno, stiamo costruendo un percorso che possa portarci a partnership commerciali con le startup e stiamo riflettendo su come lavorare come venture capital per accelerare la roadmap del piano industriale» spiega Carolina Gianardi head of strategic marketing di Poste Italiane e business angel.

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Grandi player tradizionali del mercato che si confrontano con idee e nuovi parametri di business. Ma come farli incontrare con l’universo degli startupper? In occasione dell’evento, ieri, sono stati organizzati 400 incontri tra 256 startup e 25 investitori proprio per avviare un dialogo. Che sia proficuo, lo dirà il tempo.

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