emergenza epidemica

La carica virale del Covid 19 non è da sottovalutare

Nell’ambito della positività i valori di carica virale possono variare di dieci ordini di grandezza. E questo impatta sulle precauzioni da adottare

di Massimo Buscema ed Enzo Grossi

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EPA

Nell’ambito della positività i valori di carica virale possono variare di dieci ordini di grandezza. E questo impatta sulle precauzioni da adottare


3' di lettura

Un uomo di 79 anni arriva al pronto soccorso di un ospedale a causa di perdita di coscienza e di crisi epilettiche. Conosciuto come paziente diabetico, c’è il sospetto di coma iperglicemico. Il laboratorio per un guasto al sistema informatico non è in grado di determinare l’esatta concentrazione di glucosio nel sangue. L’unica risposta disponibile è la glicemia. Il laboratorio comunica che la glicemia è elevata: rispetto al limite superiore della norma di 110 mg/ml, un valore di 120 mg/ml è definibile elevato ma non porrebbe alcun problema clinico rispetto a un valore di 500 mg/ml altrettanto definito come elevato, che configurerebbe un possibile stato di coma iperglicemico. Senza la disponibilità del valore quantitativo, i medici sono in difficoltà. Intervenire con insulina, se il valore fosse 120, sarebbe molto rischioso. Non potendo escludere altre possibili cause, il work-up diagnostico causa perdita di tempo e mette il paziente a rischio di morte.

Questa situazione fantasiosa è molto simile alla situazione reale della cosiddetta positività al tampone per il Covid-19. Non tenere conto della quantità di particelle virali presenti nel campione prelevato col tampone riduce enormemente la possibilità di decisioni adeguate alle evidenze scientifiche. Quello della carica virale, ovvero della concentrazione del virus nell’organismo, è un aspetto molto delicato e quasi sempre trascurato. Normalmente ci si limita a definire un soggetto positivo o negativo al Covid-19, ma nell’ambito della cosiddetta positività i valori di carica virale possono variare di oltre dieci ordini di grandezza, da 70 a 100 miliardi, e questo può fare una grande differenza nel modulare l’intensità delle precauzioni da adottare. È importante ricordare che per rilevare la carica, con la Pcr (Polymerase Chain Reaction) l’Rna del virus subisce una trasformazione: viene prima trascritto a Dna e poi amplificato in una serie di cicli. Più è alto il cosiddetto cycle threshold, il ciclo-soglia, meno Rna virale è presente in chi ha fatto il tampone. Un risultato positivo della Pcr può non significare necessariamente che la persona sia ancora infettiva o che abbia ancora una malattia significativa dato che l’Rna potrebbe provenire da un virus non più vitale o ucciso.

Studi accurati sulla correlazione tra carica virale e vitalità del Covid-19 hanno permesso di comprendere che sotto le 10mila copie di Rna, corrispondenti a 34-36 cicli non c’è essenzialmente rischio di contagio, ma in assenza di informazioni specifiche sulla carica virale un soggetto positivo rischia di essere mantenuto in isolamento per settimane inutilmente. Per converso, un soggetto con cariche virali di milioni di copie di Rna, corrispondenti a 24-25 cicli, può rappresentare per lungo tempo una fonte di contagio anche se asintomatico o paucisintomatico. Uno studio italiano da parte del team di Villa Santa Maria ha messo in evidenza come si possano riscontrare cariche virali estremamente elevate (dell’ordine di sei cicli equivalenti a 50 miliardi di copie di virus per ml) in soggetti paucisintomatici. Dobbiamo riflettete sul fatto che un soggetto con una carica virale di decine di milioni di particelle virali equivale come fonte potenziale di contagio a mille soggetti con una carica virale di decine di migliaia particelle virali. Con una differenza sostanziale però, che cioè che quasi nessuno dei mille soggetti con quella carica virale alberga virus vitali in grado di contagiare. Pertanto, contare i casi “positivi” senza tenere conto della loro carica virale può essere fuorviante in termini di azioni di salute pubblica e di decisioni. Sarebbe opportuno, quindi, che i laboratori nel definire un tampone positivo quantificassero la carica virale come si fa con i comuni esami di laboratorio come la glicemia e il colesterolo.

* Full Professor Adjoint all’Università del Colorado a Denver e Diretttore del Centro Ricerche Semeion di Roma

** Direttore scientifico della Fondazione Valla Santa Maria e Advisor scientifico della Fondazione Bracco

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