lo scenario

La carta delle alleanze per crescere sui mercati globali 

di Giovanna Mancini


4' di lettura

Di fronte ai competitor tedeschi o francesi – giganti con ricavi attorno o sopra il mezzo miliardo di euro e alle spalle istituzioni pubbliche che investono sulle strutture e gli immobili, consentendo loro di concentrarsi su contenuti e servizi – le fiere italiane sembrano dei nanetti da giardino che affrontano i mercati internazionali in ordine sparso. Basti pensare che uno degli enti fieristici più attivi all’estero, BolognaFiere, fattura fuori dall’Italia 80 milioni di euro (di cui quasi 50 consolidati in bilancio): briciole se confrontate ai risultati dei colossi internazionali come Francoforte, Düsseldorf, Monaco o Hannover.

«La partita sulle dimensioni è persa», ammette Renzo Piraccini, presidente di Cesena Fiera e coordinatore della Commissione internazionalizzazione di Aefi, l’associazione delle fiere italiane. «Possiamo giocare un ruolo importante sotto il profilo delle competenze – aggiunge –: il nostro Paese ha una delle più importanti manifatture globali, riconosciuta in tutto il mondo. Dobbiamo essere l’espressione di queste eccellenze e invece spesso non riusciamo a creare vetrine adeguate». Tanto più all’estero, dove le principali società fieristiche italiane (nel ruolo di organizzatori) e le fiere settoriali afferenti a Cfi (il Comitato fiere di Confindustria) gestiscono circa 126 eventi tra kermesse vere e proprie, talora “geocloni” di format italiani di successo, e collettive di aziende italiane all’interno di altri eventi.

Ma le fiere propriamente dette, direttamente organizzate da imprese italiane, spesso in partnership tra loro o con altre società internazionali, non sono molte se confrontate a quelle organizzate dai competitor, e solo una parte beneficia di un supporto governativo, attraverso il Piano straordinario del made in Italy introdotto nel 2015 e rinnovato negli anni successivi. Per il 2019 la dote destinata alle fiere internazionali italiane (sui 140 milioni complessivi del Piano) è di circa 29 milioni, contro i 33 milioni dello scorso anno. Una riduzione di fondi che preoccupa il settore, come spiega Giovanni Laezza, presidente di Aefi: «Non vorrei che fosse l’inizio di una tendenza e diventasse strutturale – dice –. Vogliamo recuperare sull’anno prossimo e perciò dobbiamo da subito sederci tutti attorno a un tavolo». Il governo, attraverso il sottosegretario al Mise Michele Geraci, ha precisato che non si tratta di un taglio, perché tutte le misure vanno inquadrate all’interno di una serie di provvedimenti volti all’internazionalizzazione delle imprese, di cui le fiere sono «uno strumento fondamentale». «La cifra è in linea con gli anni precedenti: il 2018 è stato un’eccezione – spiega Geraci –. Inoltre, abbiamo aggiunto nel Decreto Crescita uno stanziamento di 5 milioni sotto forma di defiscalizzazione per le Pmi che partecipano a manifestazioni fieristiche». Una misura inizialmente prevista solo per la partecipazione a eventi esteri, ma che un emendamento, in discussione alle Camere assieme al Decreto, estenderebbe anche a quelli in Italia. Se è vero che il 50% dell’export italiano nasce da contatti originati durante le manifestazioni (dati Aefi), Geraci ha infatti sottolineato che sono soprattutto le fiere in Italia a contribuire a questo scopo. Il sistema fieristico che fa riferimento ad Aefi dà vita a oltre 900 eventi ogni anno e genera, sempre ogni anno, affari per 60 miliardi di euro. Di queste, 200 internazionali, per il 96% ospitate nei quartieri Aefi, che ne organizzano il 51%, mentre il resto è gestito dagli associati Cfi e da altri organizzatori privati.

Oltreconfine il governo ha lanciato «High Street Italia», un progetto che prevede la presenza delle Pmi italiane, 365 giorni l’anno, in padiglioni all’interno degli shopping mall di alcune metropoli internazionali come Seoul, Osaka, Shanghai e Mumbai. Un’iniziativa meritevole, che non può però sostituire le fiere propriamente dette, fa notare Laezza. È d’accordo Antonio Bruzzone, presidente di BolognaFiere: «Ben vengano le collettive – commenta –, ma se vogliamo diventare davvero organizzatori oltreconfine di fiere in cui le nostre Pmi possano sentirsi a casa propria avremmo bisogno di un coordinamento sul modello francese. I colossi con cui ci confrontiamo hanno alle spalle governi che investono assieme a loro».

Non c’è alternativa: occorre fare sinergia. Espressione abusata ma, di fatto, mai applicata. Eppure necessaria, perché l’Italia sconta un sovradimensionamento dei quartieri fieristici rispetto alle reali esigenze delle imprese manifatturiere italiane, come mette in evidenza l’amministratore delegato di Fiera Milano, Fabrizio Curci. Una sovracapacità produttiva a cui, secondo Piraccini, si dovrebbe rispondere investendo – come sistema Paese – sui quattro-cinque maggiori poli fieristici ormai consolidati, mentre le piccole fiere dovrebbero proporsi soprattutto come organizzatori, portatori di competenze ed esperienze maturate negli anni a contatto con le filiere produttive dei propri territori. «Un po’ come abbiamo fatto a Cesena con Macfrut – spiega –: abbiamo spostato il salone nel quartiere di Rimini, mantenendone però la gestione e i proventi e questo ci ha fatto crescere, a beneficio anche del quartiere stesso e delle fiere locali che lì continuano a svolgersi». Lo stesso modello andrebbe applicato – su larga scala – a livello internazionale. «In Italia probabilmente è impensabile non farci concorrenza tra di noi. Ma all’estero dovremmo metterci assieme per organizzare eventi capaci di rappresentare le imprese». Qualcuno già lo sta facendo, come Verona e Parma sul food. Altri hanno stretto partnership con colossi internazionali, come Fiera Milano con i tedeschi di Deutsche Messe in Cina e India.

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