Italia

La Carta del vino etico nasce da 10 buone pratiche

di Giorgio dell'Orefice

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2' di lettura

I 360 gradi del vino, oltre il bicchiere. Sono quelli che il premio Gavi La buona Italia, promosso dal Consorzio di tutela del vino bianco Docg piemontese in grande ascesa, punta a valorizzare . Il riconoscimento, sviluppato dal Laboratorio Gavi con gli analisti di The round table, è nato nel 2014 con l’obiettivo di mettere sotto i riflettori tutto ciò che di positivo c’è attorno al vino italiano: dalla tutela dei territori alla difesa dei beni culturali e artistici, dalla comunicazione strategica al turismo enogastronomico . Un indotto che negli ultimi anni si è allargato, come dimostrano le tante best practice delle premiate delle edizioni passate: le cantine siciliane Settesoli e Planeta e la piemontese Ceretto.

Per l’edizione 2018, il Laboratorio Gavi ha scelto di puntare sulla responsabilità sociale, indagando sulla capacità delle aziende di conciliare, con azioni concrete, gli obiettivi economici con quelli ambientali e legati al rapporto con la loro community. Dieci le cantine finaliste 2018, appena selezionate dopo attenta analisi di una lunga lista di candidate: Bortolomiol (di cui spicca il progetto Green mark), Arnaldo Caprai (in evidenza soprattutto per il progetto New green revolution), Castello Banfi (autrice di un report di sostenibilità a 360°), Frescobaldi (per le iniziative su molti fronti, fra cui il rimboschimento e il lavoro con i detenuti del carcere di Gorgona), La Raia (per le attività sul welfare aziendale e di promozione dell’arte e del territorio, attraverso la sua fondazione), Mezzacorona (con un progetto completo di sostenibilità certificata Sqnpi), Tasca d’Almerita (capofila del progetto SOStain), ai quali vanno aggiunti il Consorzio della Franciacorta e il Consorzio di tutela vini della Valpolicella (entrambi per le iniziative di valorizzazione del territorio).

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La premiazione si svolgerà a Gavi il 25 maggio. In quell’occasione sarà messa a punto una Carta del vino responsabile che, traendo spunti dalle buone pratiche dei finalisti, prenderà in considerazione l’impatto economico, sociale e ambientale dell’attività vitivinicola, compresi il welfare per i dipendenti, il ricorso a fonti rinnovabili,l’analisi dell’impatto ambientale, l’uso di materiali riciclati e packaging ecosostenibili, l’adozione di certificazioni e di reportistica di sostenibilità, la valorizzazione del territorio anche mediante progetti artistici, culturali e di accoglienza integrata.

«Il Premio Gavi – spiega il presidente (ormai uscente) del Consorzio del Gavi Docg, Maurizio Montobbio – nasce per valorizzare tutto ciò che si muove attorno al vino italiano, perché è ciò che lo distingue dai “nuovi” produttori. La tecnologia, infatti, oggi consente di realizzare buoni prodotti ovunque, ma ciò che non è delocalizzabile e che distingue una bottiglia italiana da una australiana o neozelandese è il territorio, con le sue tradizioni secolari. In più, è anche un dovere etico dei viticoltori lavorare per migliorare i territori ereditati, sotto il profilo ambientale e sociale. Solo così sarà possibile assicurare un futuro ai vini italiani».

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