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«La casa deve tornare all’intelligenza antica»

Isabella Goldmann, bioarchitetto ma non solo, spiega come l’abitazione debba essere “intelligente” a prescindere dalla tecnologia e ideata su misura

di Evelina Marchesini

9' di lettura

È un architetto d’avanguardia, maestra della bioarchitettura da molto prima che diventasse di moda. Ma Isabella Goldmann è soprattutto un essere poliedrico, giornalista, regista, scrittrice e anche attrice. Una donna protagonista, senza peli sulla lingua nel dire, per esempio, che il real estate italiano è pigro: non studia, non si informa, non innova. Tutt’al più si limita a copiare, timidamente, ciò che arriva dall’estero.

Isabella Goldmann, tra tutte, in quale veste si sente meglio?
In verità i lavori che ho fatto sono molti di più di quelli da lei elencati! Il mio essere architetto è stato contaminato da tanti trascorsi, alcuni davvero di natura opposta rispetto ad altri. La cosa buffa è che molte sono attività che svolgo ancora oggi in contemporanea, e ognuna alimenta l’altra in maniera molto importante. Sono ovviamente un architetto, e dunque l’architettura domina completamente la mia giornata: prevale la progettazione e la realizzazione di progetti, ma la scrittura di film e di articoli come anche l’essere a capo di un centro di ricerche, tutto sempre in tema architettura, alimentano quotidianamente l’attività principale.

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Parliamo di Isabella architetto. Qual è la sua filosofia in tema di architettura? Come vi è arrivata?
Io sono un bioarchitetto, che significa essere architetto nell’unico modo in cui, a mio parere, questa professione andrebbe svolta. È l’architettura intelligente dei Romani, del Rinascimento Italiano. Ma anche di tutte le architetture vernacolari e spontanee del pianeta, presente in tutte le culture e in tutti i tempi della storia.

È un’architettura progettata in riferimento al luogo in cui ci si trova e alle sue caratteristiche geologiche, climatiche, ai materiali disponibili e in riferimento alle persone che vi abiteranno o lavoreranno, e alle loro specifiche esigenze. Si è sempre costruito così nella storia, perché ogni popolazione umana ha sempre costruito le proprie case cercando di sfruttare al massimo le risorse che aveva disponibili sul posto e cercando di fare in maniera che scaldare e raffrescare, come anche mantenere queste architetture, costasse pochissimo, o meglio nulla.

L’ho imparato durante due esperienze che ho fatto all'università: sono stata assistente di due cattedre, Storia dell’Architettura e Restauro dei Monumenti. Ed ora faccio lo stesso: come vede quindi non ho inventato proprio nulla. Ho solo dedicato gran parte della mia professione a riportare in vita e ad applicare ovunque potessi un'architettura più intelligente con cui ripensare le case e i luoghi di lavoro.

Ha appena scritto un libro su come si ristruttura la casa affinché sia un posto perfetto in cui abitare. Ci può riassumere i concetti principali?
In realtà non c’è bisogno di ristrutturare la casa perché sia perfetta. Basta fare un completo “reset” del modo in cui abbiamo guardato alla casa finora e adottare una nuova intelligenza, la famosa “intelligenza antica” a cui ho accennato. Fatto questo si inizia a guardare alla propria casa (o alla futura casa) con un approccio molto più esigente e scientifico, rispetto a quanto fatto finora.

Il problema della “casa” è che chiunque pensa di essere in grado di realizzare perfettamente la propria: guarda in giro, si ispira, prende idee, e poi fa. Di fatto, nel settore privato, ricorrere all'architetto viene considerato superfluo, ancillare, un di più per pochi. Questo è il motivo per cui si fanno tantissimi errori. La casa invece è una cosa seria in cui la scienza è importante: è il luogo che determina il nostro stato di salute, sia fisica che mentale, perché in casa accadono molte cose che non sappiamo e che invece dobbiamo conoscere.

Innanzitutto, dobbiamo interessarci del suo orientamento al sole, perché una casa esposta male ha molte probabilità di non essere adeguatamente ventilata e di non avere la luce naturale adatta a vivere bene. E questo la carica di problematiche importanti di natura sanitaria. In casa noi viviamo inoltre con una qualità media dell’aria che è tre volte peggiore rispetto a quella esterna. Questo per via dell'accumulo di elementi tossici provenienti dai materiali, dai tessuti, dalle colle, vernici, detergenti, ecc.: dobbiamo conoscerli e sapere come liberarcene.

Ma dobbiamo anche conoscere i nostri colori “amici” (che non sono quelli che ci piacciono ma sono i colori adatti a noi) perché questi vengono riconosciuti dalla parte più primitiva del nostro cervello e contribuiscono a livello inconscio a comporre il nostro vissuto di benessere finale. Nel mio libro spiego il mio metodo di lavoro, che ho sperimentato in trent’anni di professione, e che mi ha consentito di “guarire” tante case e con loro anche le famiglie che vi abitavano, come anche di aiutare molte persone a scegliere la casa giusta e a progettarne la personalizzazione secondo le loro specifiche esigenze e di nessun altro.

Quali sono oggi le maggiori sfide per una donna architetto in Italia?
Può aiutarmi nella risposta un piccolo episodio che mi è successo tantissimi anni fa. Io, devo ammettere onestamente, non mi sono mai sentita discriminare particolarmente come architetto. Nessuno ha mai messo in discussione che lo sapessi fare. I problemi maggiori li ho avuti sempre da atteggiamenti di pregiudizio, disinformazione o ignoranza in quanto femmina. Mi successe, trent'anni fa, che venisse presentata addirittura un’interrogazione parlamentare contro di me da un deputato, che chiedeva perché io avessi ottenuto un ruolo da dirigente in una azienda partecipata che si occupava di comunicazione e design a livello internazionale, dal momento che ero “un'attrice”.

Finii su tutti i giornali, ma poi l’azienda chiese e ottenne le scuse formali dal deputato poiché presentò il mio cv: ero laureata in architettura, parlavo quattro lingue, ero specializzata in Comunicazione a Boston, e avevo un Mba in Bocconi.

Perché questo accadde? Perché il deputato non si era informato bene. Questo succede alle donne architetto ancora oggi: le sfide maggiori provengono dal contatto o la relazione con persone disinformate, non al passo coi tempi, che non hanno girato il mondo e che non si aspettano una competenza elevata da una donna. Ancora oggi capita, alla prima riunione di cantiere, la famosa frase: “Ah, ma il direttore lavori è Lei?...”. Non accade più a me, ma a ingegneri o architetti donna del mio studio molto spesso.

Si riesce a lavorare in Italia?
L’Italia è un Paese in grande fermento: basta guardare la quantità di gare di progettazione importanti che si stanno presentando sulla scena. Certamente c'è molto da fare, e le professionalità ci sono. Quello che manca, se posso trasmettere un vissuto personale, è l’internazionalizzazione dei nostri giovani architetti. Se cerco un architetto italiano che sappia bene l'inglese ci metto mesi a trovarlo. E la stessa miopia verso lo scambio culturale, la contaminazione personale e il dominio di un'altra lingua (e cultura) la trovo molto diffusa anche nei nostri architetti italiani adulti. Questo limita tantissimo la capacità di studiare e aggiornarsi davvero bene, e di interpretare al meglio le altre culture con cui giocoforza siamo sempre più a contatto.
Manca, anche, un riconoscimento intrinseco e autorevole della professione stessa di architetto, professione molto più riconosciuta all'estero. E non mi riferisco solo all’aspetto economico.

Lei conosce molto bene il real estate italiano: cosa ritiene manchi oggi nel real estate del nostro Paese? E cosa invece lo rende forte e attrattivo anche per gli stranieri?
Il real estate italiano non studia, non si aggiorna, non si informa. E quindi non fa scelte coraggiose nella maggior parte dei casi. Il mio caso è emblematico: io sono un bioarchitetto, a capo di uno studio di bioarchitettura che per molti anni ha lavorato solo nel real estate, introducendo principi molto avanzati di rilettura sostenibile dei patrimoni immobiliari. Se Goldmann % Partners Società Benefit ha potuto diventare quello che è ora, l'unica design company italiana ad essere nel 5% delle più virtuose B Corp del mondo, è stato grazie, ovviamente, al lavoro svolto per alcuni committenti illuminati e ambiziosi che, in tempi non sospetti, hanno gettato il cuore oltre l'ostacolo, e hanno deciso di riconvertire radicalmente i loro asset seguendo le nostre indicazioni. Stiamo parlando di alcune tra le più grandi corporate internazionali italiane.

Contemporaneamente però il grande mondo del real estate era fermo alla finestra, ed è rimasto sordo per anni su questi temi. E ancora oggi, che la sostenibilità è diventata un obbligo, la vivono come qualcosa di complesso e non pienamente comprensibile nel suo potere enorme di cambiare in meglio sia gli edifici sia i relativi bilanci: la perseguono dunque a piccolissimi passi, il minimo possibile, quello necessario ad una narrazione di marketing, affidandosi spesso a operatori appena nati, o peggio ancora ad operatori che applicano metodi standard e molto parziali.

Torniamo al problema di cui sopra: l'Italia del real estate che ho conosciuto finora non trovo sia sufficientemente ambiziosa perché non ha l'attitudine allo studio, all’internazionalità, ma soprattutto al pionierismo. Prima vedo cosa fa il mio vicino poi semmai lo copio. Un po'.

Quello che invece rende molto attrattivo il nostro Paese è… il nostro Paese! Ecco perché ritengo che ci vorrebbe un grande sforzo di allineamento della classe dirigente italiana verso scenari internazionali.

Nel mondo è in atto un profondo cambiamento degli stili di vita e, quindi, anche del modo di abitare. Penso al ritorno all'essenziale, alle tiny houses che sostituiscono i mutui abnormi, al vivere in semplicità. Pensa che durerà? E come si esprime tutto ciò nell'opera di un architetto?
Quando ho iniziato l’università, più di quarant'anni fa, si studiavano soprattutto le tiny houses. Tutta la mia formazione di compositrice di architettura si è formata sulle case piccolissime, e ancora oggi le ritengo la palestra migliore per qualsiasi architetto voglia fare bene questa professione. Perché insegna a togliere il superfluo, a ottimizzare gli spazi e valorizzare al massimo le risorse del luogo per fare una casa perfetta. È il concetto della cura, ormai inscindibile dalla mia attività.
Forse è anche per questa mia componente di studio degli albori, fusa con la specializzazione in restauro architettonico che ho maturato all’università, che ora sono molto a mio agio nel proporre la bioarchitettura nelle case private: perché nella maggior parte dei casi sono piccole, ed io so che anche se piccola una casa può davvero diventare perfetta. Basta sapere cosa fare. E io credo che sarebbe molto bello se tutti imparassimo a vivere in spazi più ristretti.
Il vero lusso oggi non ritengo più sia lo spazio grande a disposizione (anche perché sarebbe uno spreco inutile): il vero lusso che dobbiamo perseguire oggi è l’intelligenza della casa ed il tempo per viverla.

Come sono le sue case private?
Sono case intelligenti, ma attenzione: non perché dotate di tecnologia smart. Sono intelligenti perché sono case con la luce naturale giusta, sono asciutte, senza impianti (o pochissimi), a basso impatto ambientale, costruite o ristrutturate con i materiali giusti, distribuite nel modo giusto, con i colori giusti, con i mobili giusti. E soprattutto che parlano all'anima profonda delle persone che vi abitano. Di fatto sono delle vere e proprie medicine per i propri abitanti.
Dietro la parola “giusti” c'è tutta l'esperienza, competenza, scientificità della mia attività. Ogni materiale/componente è scelto in presenza di scheda EPD (Enviromental Product Declaration), con un'analisi LCA (Life Cycle Assessment); lo space planning è effettuato con protocolli proprietari basati su come le persone si muovono negli spazi. Luce, acustica, colori: tutto viene studiato e misurato.

Tutti abbiamo sostenuto una prova difficile con il lockdown e il Covid. Ci può dire cosa porta con sé di quel periodo? Quando ha avuto più paura? Cosa di buono ne è scaturito a livello personale?
Il lockdown per me personalmente ha rappresentato uno tsunami: non ne ho mai avuto veramente paura, devo essere sincera, ma sono sempre stata consapevole della potenza rivoluzionaria e irreversibile che stava avendo questa esperienza drammatica sull'intero pianeta. Ne ho percepito questo aspetto praticamente subito, e ho deciso da subito di “surfare” questa onda di arresti domiciliari senza perdere un minuto: ho deciso di darmi una chance di cambio di vita radicale in termini di abitudini.
Ho iniziato a svegliarmi ogni mattina alle 5 per dedicarmi alla crescita personale per tre ore al giorno. Dalle 5 alle 8 del mattino io non lavoro assolutamente ma leggo, studio, faccio ginnastica, rifletto. Mi dedico a me. Il Covid mi ha fatto riscoprire me stessa, che trascuravo da troppo tempo, e questo tempo sospeso che mi regalo ogni mattina mi regala una forza molto grande per affrontare poi l'intera giornata.

Ci regali tre parole per interpretare gli anni che verranno, su tutti i fronti.
Prima: Sustainable development goals. Devono diventare la spina dorsale di ogni nostro pensiero, professionale e privato. Sono lo strumento più efficace per parlare la lingua internazionale Esg (Environment, Social, Governance), che permea ormai ogni strategia. E servono per darci la nuova abitudine a misurare quello che facciamo. Se non misuro, non gestisco: questo è un convincimento che va fatto proprio.

Seconda: intelligenza. Abbiamo un bisogno drammatico di coltivare l’intelligenza, perché è l0unico strumento che consente di affrontare ogni problema e di trovare ogni soluzione. E ci sprona al continuo e necessario processo auto-educativo.

Terza: esigenza. Educhiamoci a diventare esigenti, ad informarci e a capire quando abbiamo davanti la qualità vera, delle cose e delle persone. E spesso la troveremo nella semplicità, nell’eliminazione degli orpelli, degli eccessi. Credo che oggi questa parola possa racchiudere gli insegnamenti di Vitruvio: firmitas, utilitas, venustas. Solo l'insieme reale di queste tre caratteristiche definisce la vera architettura. Ed oggi dobbiamo essere esigenti nel renderle obbligatorie.

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