carlo emilio gadda (1893–1973)

La casa dalle finestre a ghigliottina

di Salvatore Silvano Nigro


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. Genova, 30 novembre 1922: Carlo Emilio Gadda con la sorella sul ponte della Principessa Mafalda in partenza per l’Argentina

5' di lettura

«È venuto il suo anno», scriveva Emilio Cecchi. Era il 1963, l’anno che venne dichiarato «gaddiano». Livio Garzanti e Giulio Einaudi erano riusciti a strappare al riluttante Gadda, e a pubblicare, Accopiamenti giudiziosi e La cognizione del dolore; romanzo, quest’ultimo, in parte già apparso a puntate sulla rivista «Letteratura» (negli anni 1938-1941) e, una volta in volume, subito salutato da Piovene come l’opera che sovrasta «tutto quello che Gadda ha scritto»: «Mi sembra d’essere di fronte a un capolavoro tragico, che è d’oggi e insieme pieno di antiche risonanze, impastato della nostra vita eppure come risalito da tempi remoti. Costituisce, lo dirò di passaggio, una provvidenziale smentita a quanti ritengono che la letteratura sia destinata a diventare un fatto stagionale, in cui ogni ondata di prodotti ingoia quella precedente e la qualità principale di chi scrive è il tempismo. La cognizione del dolore riemerge dopo oltre vent’anni, e si pone naturalmente, senza sforzo, alla punta della letteratura attuale: oggi, è il suo vero tempo per apparire; il futuro, per dare piena misura di se stessa».

Tripudiavano gli editori. Festeggiavano i recensori e i lettori. Gadda era invece in uno stato d’allarme, in preda a una furia cupa, a un’oscura inquietudine. Confessava agli amici la sua disperata tensione dovuta a una tempesta di nervi. Qualche ragione non gli mancava. La nevrosi faceva il resto. Il dramma di scontrosa amarezza era cominciato il 5 aprile. Nella sede romana della Garzanti era stato presentato il volume Accoppiamenti giudiziosi. I relatori erano stati scelti con avvedutezza: il cartoncino dell’invito elencava Cecchi, Pasolini, Cattaneo, Ungaretti. La cronaca dell’evento si legge nel libro Vita privata di una cultura della scrittrice Carla Vasio (nottetempo 2013): «Il discorso di apertura è di Ungaretti che descrive un paesaggio parlando di astronautica e di universi. Pasolini lo interrompe per parlare di sé illustrando una lirica non ancora scritta che dedicherebbe a Gadda: la rima della prima strofa sarebbe: “mingere cioè pisciare”, così dice, che rappresenta il rapporto amoroso, quella della seconda strofa sarebbe “culo”che rima con “muro”, rappresentando la civiltà attuale, la terza non la ricordo ma sarebbe riassuntiva. Insiste sulla pornografia, che non è esattamente il contenuto del libro di Gadda, il pubblico protesta soprattutto per l’invadente usurpazione della scena a scapito del protagonista legittimo. In prima fila, al centro, Gadda è in preda a una spaventosa angoscia: immobile, rosso in viso, con le mani contratte, soffre terribilmente. Anche Manganelli soffre: si alza senza aspettare che finiscano gli interventi, mi regala Accoppiamenti giudiziosi, mi trascina fuori, mi accompagna a casa ed è molto arrabbiato. Per consolarsi di una presentazione irrispettosa dell’altissima qualità della prosa di Gadda, mi chiede di leggergli ad alta voce qualche pagina del libro».

Il malessere non si acquietò con il successo della Cognizione del dolore, culminato nel riconoscimento internazionale sancito dal Premio Formentor (Prix International des Èditeurs). Gadda continuava a sentirsi addosso il fiato degli editori, l’un contro l’altro armati per assicurarsi le sue opere. Si sfogava con Goffredo Parise. E definiva implacabile «la frana di concomitanze, di eventi imprevisti, di traduttori, e giudici francesi e germanici del premio, di richieste di articoli e di concessioni di “pezzi”, di tentativi di visite e di aggressioni a domicilio», restando «in mora», lui, «con gli editori» che più lo assillavano, e ai quali doveva «i maggiori riguardi, con i ringraziamenti ai pazzeschi rotocalchi». Tanta vertigine mulinava attorno a una più profonda e «tenebrante angoscia», intimamente connessa agli accanimenti contro la figura materna in quella «tragica autobiografia» dissimulata che è la Cognizione del dolore.

La scrittura del romanzo, rimasto incompiuto, si era imposta a Gadda all’indomani della morte della madre Adele Lehr, avvenuta nell’aprile del 1936. Paola Italia, Giorgio Pinotti, e Claudio Vela, curatori per Adelphi della nuova e decisiva edizione del romanzo, vanno sicuri sulla data «che segna la linea di frattura, e insieme il precipitare irreversibile di una “sofferenza morale” che aveva progressivamente intossicato l’anima di Gadda in praesentia della madre e che di lì in avanti, ancora incrementandosi, avrebbe premuto perché le si desse forma con la parola, anche come (impossibile) risarcimento all’Assente: una giustificazione postuma che era rimorso non riscattato, strazio senza pacificazione, per quanto alla confessione letteraria un minimo di coefficiente terapeutico debba pur inerire». Il titolo dell’opera fuoriesce dalla narrazione: «Per intervalli sospesi al di là di ogni clausola, due note venivano dai silenzi, quasi dallo spazio e dal tempo astratti, ritenute profonde, come la cognizione del dolore». Ed è, la «cognizione», un procedimento conoscitivo che si identifica con l’infelicità.

Gadda è un abile apparatore. Trucca luoghi e toponimi della sua Brianza. E li racconta secondo una geografia immaginaria dislocata in Sudamerica. Ma la presunta distanza dei luoghi si tradisce da sé. La Lukones del Maradagàl risuona con la sua vera identità: è la familiare Longone, dove i Gadda avevano una villa di campagna immersa in un paesaggio che nel romanzo è rivissuto attraverso le pagine di Manzoni e le tavolozze di italianissimi pittori ben lontani dalle pampe; in un paesaggio infestato dal «baccano tridentino» delle campane e dalle insidiose scariche di fulmini teatralmente e baroccamente poderose. Ed è significativo che il protagonista aspirante scrittore porti (come fanno notare i curatori) un nome, Gonzalo, che è la traduzione spagnola di Consalvo: nome leopardiano per eccellenza; divisa di dolore per Gadda che i suoi conflitti con la famiglia racconta, nel romanzo, pensando a quelli altrettando conturbati di Leopardi a Recanati. Il Gadda-Gonzalo della Cognizione è il Figlio che sfoga sulla Madre i suoi rancori iracondi: personaggi, entrambi, avvolti nel perimetro di una villa, che è all’origine delle incomprensioni, dei risentimenti, e delle angustie economiche della famiglia.

La villa «strampalata» è uno dei “personaggi” più importanti del romanzo. Dà più di un grattacapo. I curatori dell’opera ne ricostruiscono la “biografia” vera attraverso una difficile e quasi romanzesca investigazione in archivio. Arrivano a una verità ineccepibile: la “biografia” notarile della casa coinvolge tutti i personaggi che compaiono nella Cognizione del dolore. Ciò che Gadda racconta nel romanzo è già tutto nella realtà dei documenti. La nota al testo dei curatori va letta come importante apparato filologico, ma anche come un avvincente racconto critico pieno di colpi di scena quasi da giallo antipoliziesco alla Dürrenmatt. Tra le tante svolte critiche della Nota, va segnalata l’esigenza di rileggere la Cognizione del dolore in chiave narrativa piuttosto che lirica.

Il romanzo, nelle ultime pagine, consegna ai lettori e alle loro deduzioni il corpo tumefatto della Madre che ha subito un’aggressione mortale. Come un personaggio di Plutarco, la Madre ha tirato la coperta sul suo volto, accettando così l’assassinio. Chiunque sia stato a compiere la violenza, il narratore ha portato a termine il matricidio immaginario.

La cognizione del dolore lascia vagabondare, nella trama complessa, esorbitanze eroicomiche e manierismi grotteschi che, alimentati dall’espressionismo linguistico, vanno a colpire soprattutto le qualità faccendiere della borghesia. La scrittura onnivora incorpora immagini pittoriche e citazioni letterarie. E fra queste ultime, non vanno trascurate le «vetrate a ghigliottina» che riportano alla «finestra a ghigliottina» del Tristram Shandy di Sterne, con quel che comporta in quanto a giocosità linguistica e a narrazione non lineare.

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