Sostenibilità

La casa a impatto zero è fatta con paglia di riso e finestre a triplo vetro

Gli agricoltori del Biellese raccolgono e stoccano le eccedenze per Ricehouse

di Giampaolo Colletti

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Tiziana Monterisi è laureata in architettura ha fondato Ricehouse

Gli agricoltori del Biellese raccolgono e stoccano le eccedenze per Ricehouse


3' di lettura

Una casa che nasce dagli scarti del riso e che integra sostenibilità, efficienza energetica e domotica. Una casa con paglia e termo-intonaci alleggeriti. Un’intuizione che guarda ai materiali naturali del passato per ripensare le abitazioni del futuro.

A proporre questa soluzione che è diventata impresa è Tiziana Monterisi, 45enne nata a Lecco e oggi biellese di adozione, in tasca una laurea in architettura e nel curriculum una serie di esperienze in Spagna e Francia. Oggi Tiziana è mamma di una bimba di undici anni ed è a capo di una realtà costruita da zero insieme ad Alessio Colombo, compagno di vita e geologo per formazione. Alessio è il suo primo sponsor perché di fatto si è addirittura licenziato dal suo posto fisso all’Arpa della Regione Piemonte per dedicarsi esclusivamente alla ricerca dei nuovi materiali da costruzione. Invece alla sua impresa, nata quattro anni fa e chiamata Ricehouse, Tiziana ci è arrivata grazie alla passione per i suoi studi.

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«Ho iniziato un percorso verso l’architettura sostenibile. Al riso mi ci sono avvicinata vedendo lo straordinario paesaggio delle risaie, a me sconosciuto nonostante abitassi nel lecchese, a centocinquanta chilometri da Biella. Appena trasferitami in queste terre le ho viste bruciare in autunno, le risaie. Io già all’epoca lavoravo con i materiali naturali e la paglia di riso, che ha caratteristiche chimiche interessanti perché non marcisce e contiene silice, importante per il materiale edile. Il riso si integra bene anche con altri leganti naturali a base di argilla, magnesite o proteine di soia: si va così a lavorare sugli intonaci, sulle finiture, sugli isolanti degli edifici», racconta Monterisi. Siamo ad Andorno Micca, paesino nel biellese con poco più di tremila anime. Nell’headquarter di Ricehouse lavorano undici professionisti, un team al 70% femminile e con una formazione prevalente in architettura. «Oggi si parla tanto di smartworking, ma noi lo facciamo da sempre, perché casa nostra è anche il nostro studio che è diventato da quattro anni anche atelier per far vedere ai potenziali clienti come si vive in una casa fatta con gli scarti del riso. Si tratta di una abitazione ristrutturata e portata in classe energetica A grazie al cappotto in paglia di riso che abbiamo fatto nelle zone più fredde esposte a nord, mentre per la parte a sud abbiamo preferito un cappotto in intonaco in calce e lolla, cioè la pelle del chicco. La casa non ha riscaldamento né impianto di condizionamento e né allaccio gas, ma con il cappotto alle finestre a triplo vetro e il fotovoltaico siamo ad impatto zero: la casa si mantiene ad una temperatura costante sia in inverno (tra i 18 e i 19 gradi) e sia in estate (tra i 23 e 25 gradi). Abbiamo sperimentato i prodotti che poi commercializziamo», precisa Monterisi. Un business che parte dagli scarti e che attiva una nuova filiera. Perché Ricehouse ha fatto rinascere un nuovo indotto e offerto nuove modalità di lavoro agli agricoltori. «A me questo scarto piace chiamarlo eccedenza. Diventa in fondo un nuovo oro giallo. Anziché bruciare, i contadini lo raccolgono e lo stoccano. Così azzeriamo l’emissione di Co2 e torniamo al passato, perché un tempo case e cascine piemontesi si costruivano con questa tecnica già adottata nel Settecento in Nebraska», ricorda Monterisi. Il riso scarta il 30% tra argilla del campo, ceneri, lolla e paglia. E lei con Ricehouse è riuscita in un’impresa impossibile: far dialogare il mondo dell’agricoltura con quello dell’architettura. «Oggi chiediamo agli agricoltori di raccogliere lo scarto e di lavorarlo per noi. Abbiamo costruito insieme un protocollo che implica la lavorazione e l’imballaggio con relativa certificazione per l’arrivo poi in cantiere». Ricehouse è un sogno diventato realtà in cento Paesi del mondo. In Italia ci sono svariati edifici costruiti con questi materiali e sono sparsi prevalentemente nel nord. «Si trovano in Valle D’Aosta, in Liguria, nel varesotto. Ma siamo anche in Toscana, in un centro benessere ad impatto zero. Ad oggi abbiamo progettato e costruito una ventina di case e abbiamo raggiunto cinquanta cantieri dove vengono adottate queste soluzioni. Offriamo progettazione della casa o anche soltanto la vendita del materiale. Abbiamo ben 15 prodotti differenti e depositato due brevetti e lavoriamo anche in Svizzera, Spagna, Svezia», ricorda Monterisi.

Ricehouse è tra le vincitrici di “Be Heroes”, programma promosso da Intesa Sanpaolo, ed è sostenuta da Impact Hub. «Siamo una società benefit per statuto e siamo in attesa della certificazione B Corp», precisa Monterisi. Per lei l'orgoglio più grande è una scuola per bambini nata vicino Camerino e ricostruita grazie alla fondazione Rava con la sua paglia di riso, dopo il terremoto che ha colpito il centro-Italia. Perché le nuove costruzioni oggi accolgono anche le nuove generazioni.

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