Banca dei semi

La casa della melanzana Genoma ai raggi X per piante più resistenti

L'obiettivo del centro di ricerca di Montanaso Lombardo
è il miglioramento genetico delle specie: 300 le varietà create in laboratorio

di Raffaella Ciceri

Le attività messe in campo per il miglioramento genetico delle melanzane.

3' di lettura

C’è chi il frigorifero lo riempie di birra e chi non vede l’ora di infilarci semi. Possibilmente in bustine sottovuoto.

La banca di semi di melanzane, in trecento varietà diverse, è uno dei tesori più preziosi del Crea di Montanaso Lombardo, alle porte di Lodi. Dalle colture in vitro conservate all’interno della palazzina, fino alle serre e ai campi coltivati, le melanzane sono protagoniste assolute di una struttura che in un secolo di attività ha cambiato nome almeno tre volte, sopravvivendo ai progressivi tagli alla ricerca ma mantenendo intatta la vocazione per gli studi genetici e genomici. Con due passioni strane per la pianura padana: la melanzana appunto e l’asparago, che non sono certo i primi prodotti che balzano in mente quando si pensa all’agricoltura lombarda.

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Quella di Montanaso è una delle tre strutture italiane del Centro di ricerca genomica e bioinformatica del ministero delle politiche agricole (le altre a Fiorenzuola d’Arda, sede centrale, e a Roma). È grazie alle applicazioni pratiche della ricerca condotta qui se oggi i banchi dell’ortofrutta alla voce melanzana non propongono più solo la varietà oblunga tradizionale ma anche la versione rotonda e violetta, che fino a qualche anno fa era un prodotto di nicchia di alcune zone geografiche precise, principalmente in Sicilia. Gli studi condotti a Montanaso hanno sequenziato il genoma della varietà violetta, hanno individuato il gene che determina quel colore così caratteristico e hanno incrociato varietà differenti, fino a ottenere una melanzana più resistente alle malattie e più adatta alla cottura. Ed è grazie a un altro filone di ricerca condotta sempre a Montanaso se oggi in tavola possiamo portare Eros e Athos: due nomi che al consumatore ricordano al massimo qualche lezione di epica o di letteratura ma che oggi sono tra gli ibridi di asparago comuni in commercio, grazie all’elevata produttività e alla resistenza a condizioni climatiche differenti.

L’obiettivo del centro di ricerca di Montanaso Lombardo è proprio il miglioramento genetico delle specie coltivate, da raggiungere introducendo caratteri da specie selvatiche. Giuseppe Rotino, agronomo, dirigente della struttura, è il coordinatore di C4C-Crop for Change, un progetto internazionale che coinvolge l’Università degli Studi di Milano e una serie di partner in Sudafrica, Algeria, Marocco e Turchia per migliorare la resistenza della melanzana alla siccità e alle temperature elevate. È uno dei tanti progetti internazionali in cui è coinvolto il Crea. Tra i più recenti c’è Bio-belief, cofinanziato da Ue e ministero delle politiche agricole, che punta a fronteggiare il climate change migliorando la sicurezza alimentare e la sostenibilità delle colture (in questo caso soprattutto leguminose e fagioli). «C’è chi ancora considera la ricerca qualcosa di distante dal quotidiano, ma è esattamente il contrario – spiega Rotino -: l’obiettivo è sempre rispondere alle esigenze che emergono». E che, oggi, sono rappresentate dal clima. «Molti nostri partner stranieri vivono già l’urgenza di trovare soluzioni ai cambiamenti climatici, basti pensare allo stress idrico in Sudafrica o Marocco», conferma la ricercatrice Alessia Losa, biologa. «Nelle nostre zone sono ancora temi da pancia piena, ma ormai tutti i finanziamenti puntano al low imput, a come risparmiare risorse, energia, nutrienti», aggiunge la biotecnologa Laura Toppino.

Da fuori, nessuno indovinerebbe mai che nell’edificio che ospita il Crea si conducano ricerche per il futuro dell’agricoltura. La palazzina a tre piani che riporta ancora l’insegna del Podere sperimentale S. Alberto Magno sembra piuttosto una vecchia scuola in attesa di una decisa ristrutturazione, a partire dagli infissi e dall’intonaco della facciata. Perché tra le sfide quotidiane qui c’è anche quella di far quadrare i conti.

«I finanziamenti ministeriali non bastano a tenere in piedi la struttura – ammette Rotino -. Tra bandi e ricerche internazionali facciamo acrobazie per recuperare i fondi per la manutenzione ordinaria e i costi dei collaboratori».

Negli ultimi anni almeno i contratti dei ricercatori sono stati stabilizzati. Ma non quelli dei tecnici, operatori specializzati con contratti a termine rinnovati di anno in anno. I finanziamenti dei privati, principalmente aziende sementiere, sono iniezioni preziose e coprono il 10% dei costi, con punte del 30% I risultati raggiunti negli anni e le collaborazioni internazionali hanno garantito sinora continuità alla ricerca e prospettive a lungo termine.

Ma cosa manca per lavorare più sereni? «Intanto più persone e la stabilizzazione dei precari: qui ormai siamo in pochi e il confronto quotidiano è indispensabile. E poi meno burocrazia: paradossalmente i progetti internazionali sono più snelli dei bandi nazionali».

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