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La Cassazione: niente panino da casa nelle mense scolastiche

di Patrizia Maciocchi

3' di lettura

Non esiste un diritto soggettivo a portare da casa i pasti da consumare nella mensa scolastica. Le sezioni unite della Cassazione prendono le distanze da quanto affermato dal Consiglio di Stato nella querelle che aveva opposto i genitori al sindaco di Benevento.

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Per il supremo consesso la materia, in assenza di un diritto perfetto, non può essere oggetto di accertamento da parte del giudice ordinario. La gestione del servizio mensa rientra nell'autonomia organizzativa delle istituzioni scolastiche di primo e secondo grado in attuazione dei principi di buon andamento della pubblica amministrazione. Alle famiglie resta la scelta di portare a casa i figli e riportarli a scuola dopo pranzo.

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La guerra del panino - Il Supremo collegio mette la parola fine alla guerra del panino, analizzando un caso nato, dalla battaglia tra Comune di Torino e Miur e un folto gruppo di genitori. In primo grado il Tribunale aveva dato ragione all’amministrazione, escludendo un diritto alla prestazione mensa con modalità su “misura”, diverse da quelle previste dalla normativa vigente, o ad un servizio alternativo a quello interno alla scuola, per chi intende consumare il pasto fatto in casa. La Corte d’Appello ha invece parzialmente accolto le ragioni dei genitori sostenitori del “fai da te” .

La Corte d’appello - Per la Corte territoriale c’è un diritto a scegliere il pasto preparato a domicilio da consumare a scuola. I giudici di secondo grado si sono però astenuti dal dettare le modalità pratiche per attuare la sentenza «non ritenendo possibile consentire indiscriminatamente agli alunni il pasto domestico presso la mensa scolastica». Decisioni che comportano l’adozione di una serie di misure anche igienico-sanitarie «in relazione alla specifica situazione logistica dei singoli istituti interessati. A ribaltare il verdetto, questa volta in modo decisivo, intervengono le Sezioni unite che, con la sentenza 20504, spengono le speranze dei genitori che invocavano l’applicazione di quanto stabilito dal Consiglio di Stato nel 2018 (sentenza 5156). Allora il CdS aveva bollato come affetta da eccesso di potere la delibera del Comune di Benevento con la quale , il sindaco Mastella, aveva messo off limit il panino fatto in casa o comprato in autonomia.

La libera alimentazione - I genitori, sulla scia di quel verdetto, rivendicavano il diritto all’autorefezione nei locali e nell’orario scolastico. Una libertà di scegliere l’alimentazione per i propri figli che doveva essere riconosciuta alle famiglie, al pari quella concessa nello scegliere o meno se frequentare l’ora di religione. Le Sezioni unite danno però ragione al Comune e al ministero, ricordando che la scuola non è il luogo in cui si possono esercitare liberamente i diritti individuali degli alunni «nè il rapporto con l’utenza - scrivono i giudici - è connotato in termini meramente negoziali». La scuola é « piuttosto un luogo dove lo sviluppo della personalità dei singoli alunni e la valorizzazione delle diversità individuali devono realizzarsi nei limiti di compatibilità con gli interessi degli altri alunni e della comunità», con «regole di comportamento» e «doveri cui gli alunni sono tenuti», con «reciproco rispetto, condivisione e tolleranza». Peraltro «i genitori sono tenuti anch’essi, nei confronti dei genitori degli alunni portatori di interessi contrapposti, all’adempimento dei doveri di solidarietà sociale, oltre che economica».

Il pasto momento di socializzazione - Il tempo della mensa fa parte del tempo della scuola, perchè il pasto non è un momento di incontro occasionale di consumatori di cibo ma di socializzazione e condivisione (anche di cibo), in condizioni di uguaglianza, nell’ambito di un progetto formativo comune. Anche partendo da quest’ottica non è condivisibile la conclusione alla quale è giunta la Corte d’Appello nell’ affermare il diritto a portare il cibo da casa consumandolo magari in locali diversi dalla mensa. Una scelta, accettata dai genitori, malgrado, si ponga in contrasto con gli obiettivi di socializzazione, poco compatibili con il pasto solitario e il cibo diverso, e con l’invocato diritto ad usufruire del cosiddetto tempo scuola.

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