Opinioni

La “cautela” di Draghi, un cambio di mentalità sul virus

di Andrea Kerbaker

(ANSA)

2' di lettura

Parlando con Matteo Salvini della – sacrosanta, diciamolo chiaramente e in limine per evitare malintesi – lotta alla pandemia, il premier Mario Draghi ha evocato «cautela». È un termine importante, che merita qualche considerazione come ulteriore indizio del cambio di passo e mentalità che connota la nuova guida dell'esecutivo. Chi è cauto, infatti, sta in guardia, ma non è necessariamente impaurito; mentre «paura» è la parola che più efficacemente riassume gli atteggiamenti ufficiali dei primi dodici mesi della pandemia. Una paura generale e paralizzante, un timor panico che ha avuto l'effetto di bloccare quasi tutto il paese, non soltanto nelle sue attività, ma anche sotto il profilo psicologico. Del resto questa attitudine rifletteva la paura generalizzata e incondizionata della maggioranza dei nostri concittadini (e sull'influenza dei media su questo terrore diffuso un giorno sarà opportuno fare riflessioni approfondite). Un contesto in cui il vocabolario è stato tutt'altro che imparziale: mentre impazzava il paragone con la guerra, le parole che si sono ascoltate più di frequente erano «allarme» o «preoccupazione». Al contrario, in quel periodo appena concluso gli atteggiamenti meno radicali sono stati spesso bollati con il termine «negazionismo» - una parola talmente odiosa da evocare immediatamente la scomunica per chi ne è accusato.
Credo che nessun osservatore di buon senso possa immaginare Mario Draghi come un pericoloso rivoluzionario, che mette in pericolo vite umane con atteggiamenti spavaldi o spericolati. Piuttosto, come una persona di grande equilibrio, che però – quando c'è da lottare – non si tira certo indietro. La paura non fa parte di questo universo di riferimento; la cautela sì, e come. Pare poco, ma nella sostituzione di un vocabolo stanno molteplici possibilità di reazioni, finalmente non soltanto passive, alla pandemia in atto. Nel campo dei beni culturali, che mi è più affine, la cautela non impedisce per esempio l'apertura di musei e sale espositive durante il fine settimana, come richiesto a gran voce da tutta la comunità culturale; e anche quella di teatri e sale cinematografiche, la cui chiusura alle persone di buon senso è sempre parsa eccessiva (a proposito di informazione, qualcuno si chieda come mai – anche nelle interviste – si citano quasi sempre solo i casi di chi ha chiuso più di noi, mai di chi l'ha fatto meno o non l'ha fatto proprio). In questo quadro, anche molti responsabili politici nazionali e locali che fino a poche settimane fa mai avevano mostrato un atteggiamento aperturista, ora si schierano decisi a favore della riapertura. Cauta, beninteso; ma riapertura. Li accogliamo felici nel club di chi già da prima perorava questa causa.

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