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La cedolare sugli affitti concordati resta al 10%: contratti e acconti al sicuro

Retromarcia del Governo, che aveva annunciato l’aliquota al 12,5% dal 2020. Scongiurato un rincaro medio di 151 euro all’anno per circa 703mila proprietari. Nessun rischio di disdette a valanga né richieste di rinegoziazione

di Cristiano Dell'Oste


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2' di lettura

La cedolare secca sugli affitti concordati resterà al 10% nel 2020. Scampato pericolo, dunque, per almeno 703mila contribuenti che nelle ultime dichiarazioni dei redditi hanno applicato la tassa piatta sui canoni calmierati. Senza modifiche normative, dall’anno prossimo l’aliquota sarebbe salita al 15% e il Governo, nelle scorse settimane, aveva ipotizzato di stabilizzare il livello del prelievo a metà strada, al 12,5 per cento. Un annuncio che aveva scatenato le proteste bipartisan delle associazioni della proprietà edilizia e dei sindacati degli inquilini. Il vertice di maggioranza di martedì, invece, ha prodotto un’intesa nella maggioranza per rendere strutturale l’aliquota ridotta. Ha pesato probabilmente anche il modesto gettit0 in gioco: Il Sole 24 Ore ha stimato che il rincaro avrebbe fruttato circa 115 milioni alle casse pubbliche.

Rincari evitati per 151 euro a contratto
Rispetto al canone medio dichiarato nel 2018 (pari a 6.034 euro annui) l’aumento dell’aliquota al 12,5% avrebbe significato un rincaro medio di 151 euro all’anno (754 euro anziché 603).

Nessun effetto su contratti e acconti
L’annuncio del viceministro all’Economia, Antonio Misiani, scongiura il rischio di disdette da parte dei proprietari e di richieste di rinegoziazione (possibili comunque solo alla scadenza del contratto o passando tramite una specifica procedura di conciliazione). Nessun effetto neppure sugli acconti d’imposta che, non cambiando l’aliquota, rimarranno invariati.

La mappa dei risparmi: Emilia Romagna e Lazio al top
L’utilizzo dei contratti a canone concordato non è uniforme sul territorio. Secondo le statistiche delle Finanze, dei 703mila beneficiari, quasi 123mila sono in Emilia Romagna, cui se ne aggiungono 112mila nel Lazio, 64mila in Toscana, 60mila in Veneto, 56mila in Piemonte e 46mila in Liguria. L’Omi delle Entrate rileva che in diversi grandi centri i canoni concordati hanno superato quelli liberi, nelle registrazioni di nuovi contratti: nel 2018 è successo ad esempio a Roma, Bologna e Genova.

Tax planning tra canoni crescenti, Imu e Tasi
La conferma dell’aliquota al 10% offre una certezza in più ai locatori, chiamati a valutare la convenienza delle diverse formule di affitto in un contesto di mercato tutt’altro che facile da interpretare. Da un lato, infatti, in quasi tutte le maggiori città italiane le intese locali per gli affitti concordati sono state rinnovate dopo il Dm 16 gennaio 2017 che ha ridefinito le regole base per questi contratti (è accaduto ad esempio a Roma, Bologna, Torino e Milano). Dall’altro lato, però, il trend dei canoni liberi rilevato da tutti gli osservatori è crescente e in molti grandi centri - quelli dove si fanno più affitti agevolati - è scoppiato il boom degli affitti brevi. Senza dimenticare che nel 2019 diversi Comuni hanno sfruttato lo “sblocco” dei tributi locali per aumentare le aliquote Imu (ed eventualmente Tasi) applicate agli affitti concordati.

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