Trent'anni

La chiamavano «mostro», ma oggi l’Alfa SZ è diventata un cigno ricercato dai collezionisti

di Vittorio Falzoni Gallerani


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3' di lettura

Parlando recentemente dell’Alfa Romeo Alfa Sei sottolineammo i ricorrenti e dannosi tentennamenti della Casa nel proporre vetture di nicchia, indicandoli come i colpevoli dell’insuccesso a volte toccato a questi superbi prodotti; nel caso del modello di cui vogliamo, in questa occasione, celebrare il trentennale della comparsa sul mercato, essi, fortunatamente, non ebbero luogo. All’iniziale successo clamoroso della Alfa Romeo «ES 30» (Experimental Sportscar 3.0 litres), poi meglio conosciuta come «SZ» (Sport Zagato) contribuì anche un pizzico di fortuna, è innegabile.

Essa comparve poco prima prima della deflagrazione della prima vera ondata speculativa rivolta alle automobili da collezione; e quindi nei primi mesi successivi alla commercializzazione si assistette alle offerte di prenotazioni a prezzo maggiorato, anche di una quarantina di milioni di Lire oltre ai novantatre del listino; opportunità spesso accolte da quegli appassionati rimasti esclusi dai mille destinatari della produzione prevista. Come siano andate poi le cose per queste auto in quegli anni è noto a tutti e, insieme ad altre colleghe ancora più illustri, anche la Alfa Romeo SZ vide crollare la propria quotazione e, addirittura, bloccare le proprie vendite tanto che gli ultimi esemplari, offerti a prezzo scontatissimo, erano ancora presenti in qualche concessionaria nel 1995 dopo che la produzione era cessata nel 1991.

Fu il momento di comprare e però, come spesso accade, se ne accorsero in pochi, molti dei quali stranieri; e fu così che la SZ tornò piano piano ad essere ricercatissima in tempi recenti con quotazioni in continua crescita; oggi per assicurarsene una occorrono almeno sessantacinquemila Euro per un’esemplare ottimo, che poi non è difficilissimo da recuperare poiché la stragrande maggioranza dei 1.036 effettivamente consegnati è stata trattata come oggetto da collezione per tutta la sua vita.

Occorre fare attenzione solo a quelle usate nel Trofeo monomarca organizzato da Alfa Romeo nel 1993 per vivacizzarne il mercato: otto gare sui circuiti d’Europa che possono avere lasciato un segno che in qualche caso, ricovertendole in una più vendibile versione stradale, si tenta sommariamente di occultare.

Ma perché cercare una di questa auto!? I motivi sono molteplici: innanzitutto si tratta di un’Alfa Romeo a tiratura limitata (anche se non limitatissima) con tutte le prospettive di investimento del caso; in secondo luogo è piacevolissima da usare: allestita sul pianale della Alfa Romeo 75 3.0 V6 mette a disposizione tutta quella eccellenza meccanica di Arese per di più sollevata da una cinquantina di chili grazie alla carrozzeria in plastica; infine la firma di Zagato, capace da sola di fornire valenza collezionistica a qualsiasi auto, che ne curò costruzione e definizione dello stile.

Uno stile, concepito a quattro mani da Robert Opron (tra le altre sue creazioni Citroën SM e Renault Fuego) ed Antonio Castellana (un Architetto ed Industrial Designer allora in forze al Centro Stile Alfa Romeo) sicuramente sconcertante, al punto che la SZ era stata soprannominata da alcuni «Il Mostro», ma che, a distanza di tempo, mostra tutta la sua personalità da «show car» oltre alla giusta dose di grinta. Anzi, quest’ultima può apparire addirittura eccessiva se si pensa che a spingere questa macchina vi sono solo 207 CV; che sono sì ventotto in più di quelli disponibili sulla berlina di derivazione, ma non sono sufficienti ad imprimere prestazioni adeguate al suo aspetto da supercar.

La sublime telaistica, con le sospensioni derivate da quelle dell’Alfa Romeo 75 Gruppo A con le molle elicoidali anteriormente al posto delle barre di torsione, ed il ponte posteriore De Dion con freni entrobordo, assicura stabilità e maneggevolezza tali da potere sopportare potenze superiori anche di un centinaio di cavalli, come non mancarono di far notare i commentatori dell’epoca, in qualche caso veri campioni come Duilio Truffo o Ivan Capelli che, in questa carenza di potenza videro l’unico difetto sostanziale dell’auto.

Noi lo minimizziamo, invece: poiché ci pare che da un lato i 241 km/h di velocità ed i 7,5 secondi nello 0-100 siano sufficienti per divertirsi, soprattutto oggi quando il campo di battaglia di questa auto è passato dai semafori alle sale d’asta, e dall’altro lato apprezziamo enormemente sia il piacere «facile» di guida che essa consente sia la complessiva rassicurante economicità di gestione che la sua meccanica di serie assicura. Critichiamo sommessamente, invece, la scarsa qualità costruttiva generale che reputiamo gravemente sotto tono rispetto alla caratura dell’auto; l’artigianalità che ci sta dietro non può giustificare certe grossolane imperfezioni di montaggio; dispiace un po’, insomma, anche se appena ci si mette alla guida torna il sorriso e questo è quello che veramente conta.

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