Idee

La Chiesa fondata sull’altra metà di Dio

di Gianfranco Ravasi

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 Giovanni Battista Salvi detto il Sassoferrato (1609-1685)

5' di lettura

Suo padre, il prof. H.C. Nipperdey, era un noto giurista di Colonia, presidente del Tribunale federale tedesco del Lavoro. Nel 1929 nacque sua figlia Dorothee, che rivelò ben presto un’intelligenza superiore (unita anche a un certo fascino estetico), destinata a manifestarsi nella passione per gli studi: con un eclettismo creativo, riusciva a passare dalla letteratura classica a quella germanica, dalla filosofia alla sociologia e soprattutto alla teologia, accedendo alle università più prestigiose, da Colonia a Gottinga e Friburgo. A 25 anni si sposava con Dietrich Sölle, del quale conservò il cognome anche dopo il divorzio nel 1969 e il nuovo matrimonio con un ex-monaco benedettino, mentre la sua carriera accademica inanellava continui successi in Germania fino a permetterle di approdare in cattedra anche a New York.

Abbiamo voluto rievocare questa teologa, Dorothee Sölle, morta nel 2003, perché ricorrono i cinquant’anni dalla pubblicazione della sua opera più nota, quella Teologia politica che osò sfidare uno dei mostri sacri del firmamento teologico del Novecento, Rudolf Bultmann. Semplificando, potremmo dire che la visione del professore di Marburg era incentrata sull’esistenza autentica e la fede del singolo secondo la più classica concezione protestante, quella di Dorothee era invece spalancata sulla vita e la religione della comunità, lungo percorsi di libertà e liberazione. Suo impegno era quello di far sbocciare il messaggio sociale e «politico» del cristianesimo, sulla scia di altri due importanti teologi, il protestante Jürgen Moltmann e il cattolico Johann Baptist Metz. È significativo osservare che nello stesso 1971 appariva quella Teologia della liberazione del peruviano Gustavo Gutiérrez, che sarebbe divenuto il manifesto ideale dell’omonima teologia latino-americana.

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Sulla scorta del pensiero della Scuola di Francoforte, in particolare del suo epigono Jürgen Habermas, la teologa di Colonia aveva già elaborato una definizione più compiuta del suo sistema teologico con la sua opera maggiore dal titolo un po’ enigmatico, Stellvertretung (1965), tradotta in italiano come Rappresentanza. Essa si affacciava sullo stesso orizzonte ma da un’altra angolatura, quella della «morte di Dio», sperimentata nella moderna società post-teista e post-metafisica. Sempre semplificando, potremmo dire che per la Sölle l’identità personale autenticamente credente si attua solo nell’incontro con Cristo che è «colui che rappresenta» il Dio assente. È, quindi, una «rappresentazione» che «presenta» Dio, non «sostituendosi» a lui e lasciando al centro la natura umana a cui appartiene anche Cristo, uomo e «presenza» di Dio.

Il progetto teologico di Dorothee è, come si diceva, molto più complesso: la centralità della persona umana la conduceva alla dimensione sociale e politica della salvezza e, in questa traiettoria, essa si orientò verso la teologia femminista, intesa non solo come inclusione della donna nell’elaborazione teologica e nella responsabilità ecclesiale, ma anche come reinterpretazione sistematica del cristianesimo. Da religione «patriarcale» e «autoritaria» doveva trasformarsi in fede feconda e generativa, capace di far sperimentare la prossimità amorosa e «materna» di Dio, sorgente di libertà e di liberazione (in questo ambito si distinguerà la riflessione delle colleghe e connazionali Elisabeth Moltmann-Wendel ed Elisabeth Schüssler Fiorenza). In questa linea possiamo permetterci ora una divagazione, alle soglie della tradizionale data «femminile» dell’8 marzo.

Non si tratta né di recensire o segnalare, ma solo di far notare - soprattutto a chi è convinto che la teologia sia materia di studio esclusiva per preti, diaconi e operatori pastorali - che non solo nelle aule accademiche ma anche sulla ribalta bibliografica è incessante la presenza di teologhe. Abbiamo da non molto suggerito ai nostri lettori un commentario all’integrale epistolario paolino elaborato da esegete (Le Lettere di Paolo tradotte e commentate da tre bibliste, ed. Ancora), operazione già condotta nel 2015 sui Vangeli. Venti teologhe straniere, presentate dalla pastora della Chiesa valdese Letizia Tomassone, si sono impegnate recentemente a scalare i passi più controversi o sconcertanti o spinosi o dimenticati della Bibbia riguardo alla questione femminile.

Certo, alcune volte - e questo vale per non pochi testi di donne teologhe - la rivendicazione e l’indignazione possono un po’ appannare la vista e far calcare il pedale della critica radicale, ma è indubbia la necessità di uno sguardo nuovo e diverso su quelle pagine sacre che respirano non solo l’atmosfera della trascendenza ma anche l’aria più stagnante dell’umanità storica. E questo vale non solo per i versetti paolini sulle donne silenziate e velate nelle assemblee liturgiche, ma anche per le «Marte oberate e le Marie silenziose», fermo restando che molte sono le pagine bibliche fitte di donne protagoniste e coraggiose. Ma è un uomo, un professore di economia politica, Luigino Bruni, a far entrare in scena «le donne nascoste» della Bibbia che, in realtà, sono tutt’altro che figure minori.

Pensiamo ad Agar, schiava di Abramo ma pure madre di Ismaele progenitore degli Arabi; alla terribile vicenda dello stupro di Dinah oppure di Tamar, un monito rovente anche per i nostri giorni; all’anonima levatrice egiziana che salva il neonato Mosè abbandonato sulle acque del Nilo; alla sorella di quest’ultimo, Miriam; all’amata moglie del profeta Ezechiele, «delizia dei suoi occhi»; alla straniera regina di Saba, alla profetessa Hulda (in ebraico «donnola»), alla commovente pietà materna di Rispa e così via. Senza per questo ignorare figure problematiche come Atalia, autrice di un colpo di stato, o la maliarda Betsabea o la sanguinosa Gezabele…

L’ultimo decennio ha visto, poi, lo sparpagliarsi verso nuovi orizzonti della teologia femminista incarnata da Dorothee Sölle e dalle altre sopra evocate. Tenta un bilancio di questi percorsi inediti una pastora battista, Elizabeth E. Green, che esercita il suo ministero in Sardegna. Nel suo saggio si individua l’approccio femminile, ad esempio, anche sull’omosessualità e sul queer, sulla corporeità, sulla violenza di genere e sulla non violenza, sulla maternità, sulla creazione di un linguaggio inclusivo e sulla presenza nella Chiesa. La lettura è simpatetica, senza contrappunti critici in qualche caso necessari; tuttavia il bilancio è interessante per il suo sguardo panoramico, posto all’insegna di un movimento «a spirale» che richiama la continuità ma anche l’evoluzione non omogenea e lineare.

Sta di fatto, comunque, che la relazione delle donne con la Chiesa è «complicata», come afferma Ilaria Beretta che si fa portavoce di «quello che le donne non dicono alla Chiesa», rassegnandosi ad essere spesso solo «portatrici d’acqua»: l’80% dei catechisti italiani è fatto di «catechiste» giovani, madri, religiose. C’è, quindi, molto da realizzare per dar seguito all’auspicio di papa Francesco: «La Chiesa non può essere se stessa senza la donna e il suo ruolo. La donna per la Chiesa è davvero imprescindibile». Per concludere, tenuto conto anche della simbologia femminile biblica applicata a Dio e dell’antica rappresentazione della matrice femminile divina in tante culture, potremmo liberamente sostituire allo stereotipo assegnato alle donne di essere «l’altra metà del cielo» quello che Ginevra Bompiani - sia pure procedendo lungo altri percorsi, per altro in modo affascinante - ha imposto al suo ormai noto saggio: L’altra metà di Dio.

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