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La chimica alla difficile ricerca di 5mila giovani specializzati

Il mismatch.È il fabbisogno annuo di under 30 in un settore altamente qualificato dove la difficoltà a reperire diplomati e laureati oscilla tra il 25% e il 35%. Mancano periti e «regulatory manager»

di Giorgio Pogliotti e Claudio Tucci


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(Agf)

4' di lettura

È il settore che «anticipa i cambiamenti»; e che spinge forte su «ricerca e sviluppo», anche per trasferire a tutti gli altri comparti della manifattura soluzioni innovative, finalizzate all’efficienza e alla sostenibilità. Parliamo della chimica, dove negli ultimi 10 anni, ci racconta il presidente di Federchimica, Paolo Lamberti, «il numero di addetti dedicati alla ricerca è aumentato del 70%; in numeri assoluti sono oltre 7.500 le persone impiegate in questo ambito; e abbiamo anche una tra le quote più elevate di aziende che collaborano con università ed enti di ricerca, l’8% rispetto al 3% della media industriale». Ogni anno la chimica investe in Italia più di 500 milioni di euro in ricerca e sviluppo; una cifra di tutto rispetto, considerato che il comparto, nonostante un rallentamento della crescita legato all’incertezza e a un contesto macroeconomico stagnante, conta circa 2.800 imprese e 110mila lavoratori e realizza un valore di produzione di 56 miliardi di euro (di cui Federchimica rappresenta il 90%), collocandosi come terzo produttore europeo, undicesimo nel mondo.

Paolo Lamberti . Il presidente di Federchimica sottolinea come le difficoltà a trovare le figure siano legate ai nodi storici della formazione. Da qui le iniziative di Federchimica con le scuole, gli atenei e i docenti

All’anno la chimica stima un fabbisogno di nuovo personale under 30 superiore alle 5mila unità; si tratta di risorse umane altamente qualificate. Già oggi, del resto, il 19% degli addetti del settore è laureato (percentuale doppia rispetto alla media industriale, pari al 9%), principalmente in materie scientifiche e nelle future assunzioni l’incidenza dei laureati sale al 28 per cento. Eppure, anche nella chimica, il disallineamento di competenze tra ciò che chiedono le imprese e ciò che si insegna a scuola, unito alla penuria di laureati Stem, pesano nelle attività di recruiting. Come in tutto il settore manifatturiero, Unioncamere-Anpal prevedono, anche nel comparto chimico, una “difficoltà” di reperimento di diplomati e laureati che oscilla tra il 25% e il 35%, in tutte le aree dalla produzione alla vendita.

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I motivi che rendono, in parte, complicate le nuove assunzioni sono legati a nodi storici della formazione italiana. Da noi pochissimi giovani si laureano nelle materie Stem: appena l’1,4% dei ragazzi tra i 20 e i 29 anni, con una preponderanza schiacciante dei maschi sulle femmine (1,2% contro 0,2%). In Paesi, nostri competitor, come Germania e Regno Unito si viaggia stabilmente sopra il 3% di giovani tra i 20 e i 29 anni che si laureano in materie Stem.

C’è poi la fuga degli studenti dall’istruzione tecnica: «In moltissime aree vi è stato un crollo di iscrizioni agli istituti tecnici, soprattutto a quelli ad indirizzo chimico - spiega Lamberti -. È un aspetto critico a livello quantitativo connesso alla disponibilità di periti. E attenzione. La domanda da parte delle imprese non è affatto diminuita visto che la figura del perito chimico resta centrale per molte funzioni». Qui si sconta lo scarso orientamento rivolto a famiglie e studenti, a partire dalle scuole medie; e una etichetta, sbrigativa e ingenerosa, che vede l’istruzione tecnica in generale una formazione “di serie B”.

Per quanto riguarda, poi, le aree di ricerca e laboratorio, aggiunge Lamberti, «è ancora carente la formazione universitaria nella “chimica delle formulazioni” che costituisce la specializzazione forte delle imprese italiane perché strettamente connessa agli utilizzatori che sono i settori del Made in Italy. Queste aziende stanno molto orientando la propria innovazione verso quella generata dalla ricerca strutturata e hanno bisogno di ricercatori che entrano in laboratorio con una solida base di chimica delle formulazioni. Alcune università stanno recependo, positivamente, le indicazioni che mandiamo come Federchimica e stanno implementando corsi specifici in questo ambito». Ma non basta, occorre fare di più, soprattutto a livello di sistema.

Un altro aspetto critico è quello della figura del “Regulatory Affairs Manager”, cioè di chi deve far sì non solo che l'azienda rispetti le normative, ma che abbia anche un approccio innovativo al fine di affrontare le problematiche meglio e prima dei concorrenti. «Si pensi solo alla normativa sulla sicurezza prodotti (Regolamento Reach) e al grande tema dell’economia circolare - sottolinea il numero uno di Federchimica -. La natura dell’impresa, così strettamente connessa alla scienza chimica, suggerisce che queste professionalità abbiano una laurea in chimica, ma anche una forte sensibilità ai temi specifici che non sono solo tecnici. Questo aspetto è valido in generale: dovendo gestire processi complessi e vendere tecnologia, l'azienda ha sempre più bisogno di giovani chimici che siano consapevoli, già prima di entrare in una impresa, che ci sono molte opportunità di crescita professionale anche in ambiti non tecnico-scientifici, come la gestione delle normative, ma anche il marketing, le vendite e l'assistenza commerciale».

Per aggredire il mismatch, Federchimica è da tempo scesa in campo. Oltre al dialogo con le scuole per orientare i ragazzi verso gli istituti tecnici e i corsi di laurea nelle discipline chimiche, è in piedi anche un progetto con gli insegnanti per rendere più efficace l'insegnamento attraverso la dimostrazione di come, dietro la scienza chimica, c'è tutto quello che utilizziamo nella vita quotidiana per renderla più sana e gradevole.

Del resto, le opportunità di lavoro nella chimica sono «tra le più interessanti - evidenzia Lamberti -. Da una indagine Istat è emerso che, dopo medicina, è proprio la chimica la disciplina per cui i laureati riescono a trovare il lavoro per cui è necessaria la laurea conseguita».

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