Societa

La chiusura dei luoghi di cultura qualifica la nostra visione di civiltà

di Andrea Kerbaker

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(ANSA)


3' di lettura

“Con i passi avanti che faremo, chiuderemo anche i musei”. La frase, pronunciata qualche sera a “Che tempo che fa” da Dario Franceschini, è stata già oggetto di qualche sarcasmo. Effettivamente, che il ministro dei Beni culturali associ i passi avanti con la chiusura dei luoghi di cultura appare come un curioso paradosso. E poco importa che i passi avanti, nelle intenzioni del ministro, fossero quelli contro la pandemia: perché quasi nessuno si spiega come la lotta contro il virus possa passare da quei posti disertati dai più che purtroppo sono i nostri musei e le gallerie d'arte, che già prima del 2020 non brulicavano di visitatori e oggi sono regrediti a numeri da paesi incolti, con i responsabili a inventarsi ogni sorta di incoraggiamento. E quindi la frase sfortunata rischia di rimanere lì, appesa a chi l'ha pronunciata come la nota “con la cultura non si mangia”, che Giulio Tremonti avrebbe rivolto al ministro Bondi che gli chiedeva più finanziamenti per il suo dicastero. Tremonti ha sempre negato di averla pronunciata, come la famosa “Elementare, Watson” mai uscita dalla bocca di Sherlock Holmes, ma tant'è, la frase è rimasta lì, esemplare di un modo di considerare la cultura solo quando è portatrice di redditi. E così quest'altra affermazione appare rivelatrice di una concezione di cultura come attività “non indispensabile”, un po’ come i vecchi di Toti, mentre gli altri mestieri lo sono assai di più.
Del resto i segnali si erano già visti. In tutta questa dolorosa vicenda della pandemia, la chiusura dei luoghi culturali è sempre stata all'ordine del giorno. Da febbraio in poi, tutte le forme culturali del Paese sono state in qualche modo fermate prima delle altre e riaperte più tardi, a partire dall'insegnamento. Delle scuole, chiuse da marzo a settembre e riaperte sostanzialmente per un mese, si è scritto talmente tanto che non mette conto riparlarne. Numerosissime università, di fatto, non hanno praticamente mai riaperto: in gran parte degli atenei le lezioni in presenza, complicate da regole faticosissime da comprendere e seguire, si sono risolte in aule vuote; e non c'è docente che non manifesti un profondo disagio per la mancanza di interazione con i ragazzi.
La recente decisione sulla chiusura di cinema e teatri, luoghi di assoluta e certificata sicurezza, è stato l'ultimo provvedimento, e forse il più incomprensibile di tutti, tanto da far sobbalzare sulla sedia anche gli esponenti vicini al governo: giusto per fare un paio di esempi, se il sindaco di Milano Sala è sceso a parlare ai lavoratori dello spettacolo che manifestavano sotto Palazzo Marino, l'assessore emiliano alla Cultura, Felicori, ha commentato lapidario: “Non vedo perché chiuderli”. Ma la contestazione alla decisione è stata totalmente univoca e bipartisan: dovunque addetti ai lavori e appassionati si sono trovati d'accordo. In due giorni, la petizione promossa da Cultura Italiae che immediatamente ha girato il web aveva raccolto 100.000 firme; oggi se ne è perso il conto. A scorrere tra i firmatari non si trovano certo negazionisti o altri estremisti senza senno: soltanto persone pacate, desiderose sì di combattere il virus, ma anche di fare in sicurezza quello che si può. Materia per ripensarci? Neanche per idea: il ministro dei Beni Culturali, commentando la reazione generalizzata alle chiusure di cinema e teatri, ha detto che “penso che non si sia percepita la gravità della crisi, non si è capito a che punto siamo”. Centinaia di migliaia di persone che non capiscono, poveretti loro. E noi chiudiamo di più.
In questa visione sconsolante, nessuno si sorprenderà se per molti tutto si riduce all'aspetto dominante dell'utilità economica. Conseguentemente, quando si parla di finanziamenti alla cultura, li si associa quasi sempre a quelli per il turismo. Certo, il turismo fa parte del tema, come no? Ma, come lo studio, la cultura – prima che quello – è la base di convivenza di un Paese civile: ridurla a marketing culturale è semplificazione grave. È la visione del mondo di una politica che non frequenta la cultura né per professione, né per passione. Un editore indipendente come Pepe Laterza – che per storia familiare e personale certo non si può definire come pregiudizialmente avverso alla politica, né tanto meno a questo esecutivo – si chiede “Perché da tanti anni la classe politica non legge un libro e non frequenta un festival culturale?” La risposta, direbbe il premio Nobel per la letteratura Bob Dylan, soffia nel grigio vento di queste giornate pandemiche.

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