terapia

La Cina approva il primo farmaco al mondo per l'Alzheimer a base di alghe

La sperimentazione clinica mostra efficacia nel trattamento di forme lievi o moderate della malattia e può persino migliorare la funzione cognitiva, agendo sul microbiota intestinale

di Francesca Cerati


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(AP)

2' di lettura

La Cina ha dato l’ok condizionale al suo primo farmaco per la malattia di Alzheimer, una mossa che potrebbe offrire nuove opportunità in un'area terapeutica in cui le aziende farmaceutiche hanno bruciato miliardi di dollari senza produrre ancora alcun nuovo farmaco convalidato.

Entro il 2050 ci saranno 150 milioni di malati di Alzheimer in tutto il mondo, secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, e più di un quarto di loro saranno in Cina.

Il nuovo farmaco, che utilizza l'estratto di alghe brune marine come materia prima, ha ricevuto il via libera condizionale per il trattamento di un livello da lieve a moderato di Alzheimer, secondo quanto dichiarato sul suo sito la National medical products administration (Nmpa).

Lo sviluppo del sodium oligomannate è stato ispirato dalla bassa incidenza di Alzheimer tra gli anziani che consumano regolarmente alghe.

Il gruppo di ricerca cinese, guidato da Geng Meiyu dell'Istituto di Materia Medica di Shanghai dell'Accademia cinese delle scienze, ha iniziato a cercare possibili connessioni e, nel 1997, ha identificato uno zucchero specifico nelle alghe che avrebbe potuto svolgere un ruolo importante nel fenomeno. Così dopo due decenni, il farmaco a base di alga bruna, si è dimostrato in grado di migliorare i sintomi dell'Alzheimer.

E, alla base del suo effetto, vi è la capacità di regolare la risposta dei batteri dell'intestino.

A chiarire alcuni aspetti relativi alla nuova molecola che ha avuto il via libera da Pechino, è uno studio pubblicato su Cell Research, rivista del Gruppo Nature.

Il team guidato da Geng Meiyu, ricercatrice presso lo Shanghai Institute of Materia Medica della Chinese Academy of Sciences, ha messo a punto, in 22 anni di ricerca, la molecola GV-971 approvata sulla base dei risultati di uno studio clinico di fase 3, che ha coinvolto 1.199 persone, dimostrando “un miglioramento cognitivo solido e coerente” in pazienti con Alzheimer da lieve a moderato.

Ma il team non si è fermato qui, e ha analizzato il meccanismo alla base. Usando modelli animali si è scoperto come, durante la progressione dell'Alzheimer, l'alterazione della composizione del microbiota intestinale porti all'accumulo periferico di fenilalanina e isoleucina, stimolando la proliferazione delle cellule proinfiammatorie Th1.

Queste, infiltratesi nel cervello, contribuiscono alla neuroinfiammazione associata al morbo. La molecola GV-971 (sodium oligomannate), sopprime la disbiosi intestinale (cioè una condizione di squilibrio dei batteri), e l’accumulo di fenilalanina e isoleucina, “imbriglia” la neuro-infiammazione e inverte il deterioramento cognitivo.

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