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La Cina domina nei metalli hi-tech e ora ricatta gli Usa sulle terre rare

di Sissi Bellomo


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4' di lettura

La Cina minaccia in modo sempre più esplicito un embargo delle esportazioni di terre rare agli Stati Uniti: una misura che avrebbe un impatto pesantissimo sull’economia americana, che dipende quasi interamente da Pechino per l’approvvigionamento di questi ed altri materiali critici, preziosi non solo nell’hi-tech ma anche nel settore della difesa.

«Il popolo cinese non sarebbe contento se un Paese volesse usare prodotti fabbricati con terre rare cinesi per frenare lo sviluppo della Cina», ha dichiarato all’agenzia ufficiale Xinhua un portavoce della Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme, il massimo organismo di pianificazione dello Stato.

Il messaggio conserva qualche ambiguità, anche se il pensiero corre subito al caso Huawei, ultima escalation nella guerra commerciale tra Usa e Cina. Ma a spazzare via i dubbi è intervenuto il direttore del Global Times, quotidiano in lingua inglese di Pechino: «A quanto ne so la Cina sta seriamente valutando di restringere l’export di terre rare agli Usa», ha twittato Hu Xijin, giornalista considerato autorevole e molto seguito anche all’estero.

A risvegliare l’allarme d’altra parte era stato niente meno che il presidente cinese, Xi Jinping, con una visita la settimana scorsa a una fabbrica di supermagneti nello Jiangxi, una notizia che ha fatto discutere per l’alto valore simbolico, ma che non è l’unico avvertimento lanciato dalla Cina negli ultimi giorni.

Proprio la settimana scorsa c’è stata anzi una lunga serie di esibizioni di forza, che riguardano non solo le terre rare ma anche il litio, altro metallo del futuro, impiegato nelle batterie per le auto elettriche e gli smartphone: eventi meno vistosi della visita di Xi allo stabilimento della Jl Mag Rare Earths, ma forse ancora più significativi, perché dimostrano come Pechino probabilmente non abbia neppure bisogno di spingersi a misure estreme come un embargo.

L’ultima notizia, arrivata venerdì dal Cile, è solo in apparenza slegata dalla Cina perché protagonista è Sociedad Quimica y Minera (SQM), uno dei maggiori produttori mondiali di litio, che dallo scorso dicembre è partecipato al 24% dalla cinese Tianqui (altro gigante del settore, con minere anche in Australia). SQM ha deciso di rinviare di un anno lo sviluppo delle operazioni nel deserto dell’Atacama, scelta che ufficialmente il management attribuisce alla necessità di adeguarsi al progresso tecnologico troppo veloce nel settore delle batterie, ma che in realtà sembra ispirata soprattutto dalla volontà di sostenere i prezzi della materia prima, crollati di oltre il 40% nell’ultimo anno (a circa 11.500 dollari per tonnellata nel caso del carbonato di litio).

I progetti di espansione di SQM – autorizzata dal Governo cileno a triplicare l’output, fino a 180mila tonnellate – erano stati uno dei fattori principali all’origine del declino dei prezzi. L’obiettivo della società è ora quello di salire a 120mila tonnellate non prima del 2021.

 Sempre la settimana scorsa, addirittura nelle stesse ore in cui Xi Jinping si faceva vedere alla fabbrica di supermagneti, la cinese Gangfeng Lithium annunciava un accordo per rilevare il 30% di Bacanora Minerals, società quotata a Londra, impegnata nello sviluppo di nuove risorse di litio in Messico. L’operazione, ha spiegato il management, punta a rafforzare Gangfeng nella strategia di crescita per diventare il numero uno al mondo nella produzione di questo metallo. La mineraria, che possiede attività anche in Australia e Argentina, è un fornitore chiave per Tesla e Volkswagen, con cui ha firmato contratti di fornitura pluriennali.

Nel secolo scorso erano gli Stati Uniti a dominare la produzione mondiale di litio, ma la competizione (inizialmente soprattutto da parte del Cile) ha portato alla progressiva chiusura di tutte le miniere: l’ultima, Kings Mountains, in North Carolina, è ferma dagli anni ’80. Benché alcuni big del settore siano tuttora americani – è il caso di Albemarle e Livent – gli Usa oggi controllano appena l’1% dell’offerta di litio, mentre il 60% è in mani cinesi secondo Benchmark Mineral Intelligence.

La produzione mineraria in realtà è concentrata soprattutto in Australia (18.700 tonnellate nel 2017) e in Cile (14.100 tonnellate) Persino l’Argentina supera la Cina: 5.500 tonnellate contro circa 3mila. Ma Pechino possiede quote di miniere in tutto il mondo, di cui si è assicurata una fetta consistente di forniture. E soprattutto è riuscita a costruire una posizione di assoluto predominio nella lavorazione del metallo nelle forme impiegate nelle batterie, come l’idrossido di litio. Senza contare il fatto che ormai sono le batterie stesse a provenire nel 60% dei casi dalla Cina, dove hanno sede alcune delle fabbriche più grandi del mondo.

La Repubblica popolare ha costruito una posizione di forza anche nel cobalto, altro metallo per batterie. Con China Molybdenum è uno dei principali produttori nella Repubblica democratica del Congo, mentre Gem si è aggiudicata un terzo del metallo estratto da Glencore . Il gruppo svizzero detiene tuttora il primato nella produzione mineraria, ma la raffinazione del cobalto è controllata per oltre il 70% dai cinesi, stima Cru Group.

Quanto alle terre rare, anche le operazioni estrattive sono concentrate in Cina: altri Paesi – compresi gli Stati Uniti – hanno rinunciato in passato perché si tratta di attività a forte impatto ambientale.

Secondo la US Geological Survey (Usgs) oggi Pechino è responsabile del 71% della produzione globale e dell’80% degli approvvigionamenti degli Usa. La miniera di Mountain Pass, in California, ha riaperto l’anno scorso, ma i concentrati (circa 15mila tonnellate) vengono tutti spediti in Cina per essere lavorati. E ora devono anche pagare un dazio del 25%.

La dipendenza rischia di durare a lungo, anche se gli Usa stanno cercando di correre ai ripari. La mineraria australiana Lynas, uno dei pochi fornitori non cinesi di terre rare, ha appena firmato un memorandum di intesa con l'americana Blue Line Corporation per costruire un impianto di lavorazione in Texas.

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