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La Cina fa il pieno di materie prime, ma l’import ora rischia di frenare

di Sissi Bellomo

Lo skyline di Pechino. (Reuters)

3' di lettura

La Cina ha fatto il pieno di materie prime nel 2016, battendo ogni record di importazione per il petrolio, il rame, il minerale di ferro e la soia. Una voracità che ha sorpreso le aspettative, considerato che il gigante asiatico non cresce più come un tempo, e che è stata cruciale per consentire la ripresa dei prezzi delle commodities e la straordinaria performance di borsa delle società del settore.

A Londra il Ftse 350 Mining, che riflette l’andamento delle minerarie, è tornato ai livelli di ottobre 2014 dopo un rialzo di oltre il 150% negli ultimi 12 mesi e sta trainando l’intero listino britannico, che sta inanellando chiusure record da 14 sedute, senza interruzione.

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Proprio dalla bilancia commerciale cinese arrivano comunque anche segnali di allarme: l’export l’anno scorso ha segnato la peggiore contrazione dal 2009. E per le materie prime il boom di domanda rischia di non durare a lungo.

Gli acquisti da primato del 2016 sono infatti in buona parte legati alla tradizionale strategia di Pechino, di approfittare dei periodi di debolezza dei prezzi per accumulare scorte. Un altro potente motore è stato il piano di sviluppo delle infrastrutture varato dal Governo, che sta alimentando soprattutto i consumi di metalli.

La Cina inoltre ha maggiore necessità di rifornirsi all’estero da quando, per motivi ambientali ed economici, ha messo un freno alla produzione interna di diverse materie prime: molte miniere di carbone e di ferro hanno sospeso le attività, mentre le compagnie petrolifere locali – colpite duramente da due anni di crisi – hanno estratto quasi il 10% in meno rispetto al 2015.

Quello del petrolio è un caso emblematico. Con il Brent a 45 dollari al barile in media (il livello più basso dal 2004, nonostante l’eccezionale recupero di fine anno) Pechino ha importato ben 7,63 milioni di barili al giorno, con un incremento del 13,6% rispetto all’anno prima, ossia di 912mila bg. Le sue importazioni di greggio non crescevano così tanto dal 2010.

A dicembre, secondo i dati preliminari diffusi ieri, hanno varcato i confini cinesi la bellezza di 8,57 mbg: un record storico che le ha permesso di spodestare nuovamente gli Stati Uniti dal gradino più alto del podio degli importatori (il picco raggiunto dagli Usa nel 2016 è stato di 8,09 mbg , in luglio, e la media annuale di 7,92 mbg).

Centinaia di migliaia di barili importati dalla Cina, tuttavia, sono finiti nelle riserve strategiche – che a novembre erano già piene al 73% secondo rilevazioni di Ursa Space Systems – oppure sono stati acquistati dai raffinatori indipendenti, chiamati anche «teiere», autorizzati solo di recente ad importare dall’estero. Su questi ultimi Pechino oggi ha alzato la guardia, sottoponendoli a severi controlli fiscali e ambientali.

Almeno per ora nessun operatore indipendente ha avuto il rinnovo della licenza a esportare prodotti raffinati nel 2017, mentre solo tre hanno ottenuto quote di importazione di greggio per il primo semestre, scrive la Bloomberg. L’agenzia riferisce di diverse petroliere ormeggiate al largo dello Shandong – dove c’è un’alta concentrazione di «teiere» – che non possono entrare in porto perché l’incertezza sulle quote non consente di sdoganare il carico.

Il petrolio non è l’unica materia prima che si teme possa perdere il sostegno della domanda cinese. Il boom delle importazioni di carbone nel 2016 (+25%  a 256 milioni di tonnellate, dopo due anni di declino) è dipeso in gran parte dai tagli di produzione imposti alle miniere locali. Ma Pechino, nonostante i gravi problemi di inquinamento, ha dovuto fare una parziale marcia indietro per riuscire a calmierare i prezzi di energia e riscaldamento.

Anche il boom delle importazioni di rame (+28% i concentrati, al record di 17 milioni di tonnellate) appare legato almeno in parte a fattori transitori: gli arbitraggi vantaggiosi tra i prezzi locali e quelli Lme, che hanno incoraggiato lo stoccaggio, e il piano governativo per le infrastrutture.

Ci aspettiamo che la domanda cinese di materie prime rimanga abbastanza forte almeno nel primo trimestre

«Ci aspettiamo che la domanda cinese di materie prime rimanga abbastanza forte almeno nel primo trimestre, sostenuta dalla spesa per le infrastrutture – commenta Susan Gao del Cru Group – Quel che ci preoccupa è la seconda metà dell’anno, quando ci saranno rischi legati a un rallentamento dell’immobiliare e possibili default sui debiti».

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